In un mondo di gas gennaio 17, 2010
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Il Copenhagen accord gennaio 17, 2010
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eccovi il testo del Copenhagen Accord, il documento redatto dai rappresentanti di Usa – Cina – Brasile – India e Sud Africa e di cui il meeting di Copenhagen ha preso atto
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Noi sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più importanti sfide del nostro tempo. Enfatizziamo la nostra forte volontà politica di intervenire urgentemente per combattere il cambiamento climatico in ottemperanza ai principi delle comuni ma differenziate responsabilità e capacità. Per raggiungere il più recente obiettivo della Convention di stabilizzare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da prevenire nocive interferenze dell’uomo sul sistema climatico, noi dovremo, riconoscendo le ricerche scientifiche che sostengono che il riscaldamento delle temperature globali dovrebbe essere contenuto entro i 2°C, sulle basi dell’equità e nel contesto dello sviluppo sostenibile, incrementare le nostre azioni cooperative a lungo termine di contrasto al cambiamento climatico. Noi riconosciamo gli effetti del cambiamento climatico e l’impatto delle misure in sua risposta per i paesi con particolare vulnerabilità nei confronti delle sue conseguenze negative e riconosciamo l’importanza di stabilire un efficace programma di adattamento dotato di supporto internazionale.
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Noi concordiamo che importanti tagli alle emissioni globali sono richiesti in accordo agli studi scientifici, e come documentato dal 4° Report dell’IPCC che indica come necessaria una riduzione globale delle emissioni per contenere entro i 2°C il riscaldamento delle temperature globali, e l’importanza di mettere in atto azioni per raggiungere questo importante obiettivo con l’ausilio della scienza e secondo le basi dell’equità. Noi dovremo cooperare al raggiungimento del taglio nelle emissioni globali e nazionali il prima possibile, riconoscendo che il tempo necessario per fare questo sarà maggiore nei paesi in via di sviluppo e con la coscienza che lo sviluppo sociale ed economico e l’eradicazione della povertà siano le prime e più importanti priorità per questi paesi e che una strategia di sviluppo a basse emissioni è indispensabile ai fini dello sviluppo sostenibile.
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L’adattamento agli effetti avversi del cambiamento climatico e il potenziale impatto delle misure impiegate sono un sfida affrontata da tutti i paesi. Si richiede urgentemente di cominciare un’azione cooperativa internazionale sull’adattamento per assicurare l’implementazione di quanto stabilito nella Convention attivando e supportando l’adozione delle azioni di adattamento mirate a ridurre la vulnerabilità nei paesi in via di sviluppo, specialmente in quelli che sono particolarmente vulnerabili come gli ultimi paesi sviluppatisi, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Noi concordiamo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire adeguate, sicure e affidabili risorse finanziarie, tecnologiche e infrastrutturali per supportare l’adozione delle misure di adattamento nei paesi in via di sviluppo
- Le parti coinvolte nell’annesso I promettono di perseguire individualmente o in comune gli obiettivi a livello di economia e di emissioni stabiliti per il 2020, obiettivi da sottoscriversi nel modo stabilito nell’appendice I del gruppo dell’annesso I al segretariato entro 31 Gennaio 2010 attraverso la compilazione in un documento (INF). I paesi del gruppo dell’annesso I che erano già coinvolti nel protocollo di Kyoto dovrebbero aumentare ulteriormente i tagli delle loro emissioni rispetto a quanto stabilito con il protocollo di Kyoto. Il conseguimento nella riduzione delle emissioni e nel supporto finanziario dei paesi sviluppati saranno rilevati, riportati e verificati in accordo a quelli esistenti e con ogni ulteriore linea guida adottata dalla Conferenza delle Parti, e sarà assicurato che la sottoscrizione di questi obiettivi sia rigorosa, seria e trasparente.
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Il gruppo dei paesi non coinvolti nell’annesso I della convention che svolgeranno azioni di mitigazione, le includeranno a quelle sottoscritte al segretariato dal gruppo dei non parte dell’annesso I nel documento dato in Appendice II entro il 31 Gennaio 2010 con la compilazione di un documento, coerente con l’articolo 4.1 e 4.7 e con il concetto di sviluppo sostenibile. I paesi di recente sviluppo e quelli insulari in via di sviluppo potranno effettuare volontariamente azioni di supporto. Le azioni di mitigazione susseguentemente effettuate e previste dal gruppo non dell’annesso I, includendo report inventariali nazionali, dovrebbero esser comunicate attraverso comunicati nazionali coerenti con l’articolo 12.1 (b) ogni due anni sulle basi delle linee guida da adottarsi nella Conferenza dei Gruppi. Queste azioni di mitigazione indicate nelle comunicazioni nazionali o ulteriormente comunicate al Segretariato saranno aggiunte alla lista nella appendice II. Le azioni di mitigazione svolte dal gruppo dei non parte all’annesso I saranno soggetto di misurazioni, analisi e verifiche di confronto con quanto stabilito e riportato nei comunicati nazionali biennali. I paesi non parte dell’annesso I comunicheranno informazioni sull’attuazione delle azioni svolte attraverso comunicati nazionali, con provvedimenti per la consultazione e l’analisi internazionale in accordo alle linee guida chiaramente definite che assicureranno il rispetto della sovranità nazionale. Le appropriate azioni di mitigazione nazionali che cercheranno supporto internazionale saranno iscritte in un registro insieme ai loro parametri di rilevanza tecnologica, finanziaria e infrastrutturale. Queste azioni supportate saranno aggiunte alla lista dell’appendice II. Queste azioni di mitigazione supportate a livello nazionale saranno soggette a misure, rilevazioni e analisi internazionali in accordo alle linee guida adottate dalla conferenza delle parti.
- Noi riconosciamo il ruolo cruciale della deforestazione e della degradazione delle foreste nelle emissioni e il contributo nella rimozione dei gas serra da parte delle foreste e concordiamo sul bisogno di fornire incentivi positivi a queste azioni attraverso l’immediata creazione di un meccanismo includente i REED – plus, per attivare la mobilitazione di risorse finanziarie dai paesi sviluppati.
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Noi decidiamo di conseguire vari approcci, incluse le opportunità nell’uso di mercati, per migliorare il rapporto costo/effetti e promuovere le azioni di mitigazione. I paesi in via di sviluppo, specialmente quelli con economie a basse emissioni dovrebbero fornire incentivi per continuare lo sviluppo sul sentiero delle basse emissioni.
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Suggeriamo la creazione di un fondo dotato di un’adeguata base economica sviluppato per esser accessibile ai paesi in via di sviluppo, in accordo con i provvedimenti della convention, per abilitare e supportare le azioni di mitigazione attivate, includendo sostanziali risorse finanziarie per ridurre le emissioni legate alla deforestazione e alla degradazione delle foreste (REDD-plus), adattamento, tecnologie di sviluppo e trasferimento infra strutturare, per quanto stabilito dalla convention. Il gruppo dei paesi sviluppati fornirà nuove e addizionali risorse, inclusa la riforestazione e gli investimenti attraverso istituzioni internazionali, per un ammontare di 30 miliardi di dollari per il periodo 2010 – 2012 da ripartirsi equilibratamente tra adattamento e mitigazione. I fondi per l’adattamento saranno resi prioritari per i paesi vulnerabili in via di sviluppo, come per quelli di ultimo sviluppo, piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Nel concetto del pieno significato delle azioni di mitigazione e trasparenza nell’implementazione, per raggiungere questo obiettivo i paesi sviluppati s’impegnano a mobilitare il più facilmente possibile 100 miliardi di dollari per il 2020 per le necessità dei paesi in via di sviluppo. Questi fondi proverranno da un ampio ventaglio di risorse, pubbliche e private, bilaterali e multilaterali, includenti fonti finanziarie alternative. Nuovi fondi multilaterali per l’adattamento saranno forniti attraverso efficienti ed efficaci accorgimenti, con una amministrazione strutturata per fornire uguale rappresentazione tra paesi sviluppati e non. Una significante parte di questi fondi dovrebbe provenire dal Copenhagen Green Climate Found.
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A questo punto, un gruppo di analisi sarà creato sotto la guida e la responsabilità della Conferenza dei gruppi per studiare il contributo delle potenziali fonti di rendita, includendo fonti finanziarie alternative, per raggiungere questo obiettivo.
- Noi stabiliamo che il Copenhagen Green Climate Found, dovrebbe esser creato come un’entità operativa dei meccanismi finanziari della convention per supportare progetti, programmi, politiche e altre attività nei paesi in via di sviluppo relazionate alla mitigazione, includendo l’REDD-plus, adattamento, capacità infrastrutturale, sviluppo tecnologico e trasferimento.
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In conseguenza all’avvio dell’azione di sviluppo e trasferimento delle tecnologie noi decidiamo di stabilire un meccanismo per accelerare lo sviluppo tecnologico e il trasferimento in supporto di azioni di adattamento e mitigazione che saranno guidati con un approccio stato-pilota che sarà basato su priorità e circostanze nazionali.
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Noi auspichiamo che entro il 2015 vi sia la rettifica di questo accordo, inclusi gli ultimi obiettivi stabiliti dalla Convention. Questo dovrebbe includere considerazioni sulla forza degli obiettivi a lungo termine riferendosi alle varie argomentazioni presentate dalla scienza, incluse quelle in relazione all’aumento di un 1,5°C della temperatura media.
“Stiamo freschi” di B. Lomborg – Mondadori 2008 dicembre 31, 2009
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Il cambiamento climatico è l’argomento più trattato di quest’anno. Quindi non c’era libro più adeguato per concludere il 2009 che “Stiamo freschi” del danese B. Lomborg, una delle pochissime voci autorevolmente fuori dal coro.
Lomborg, professore associato di statistica presso l’università danese di Aarhus, deve la sua notorietà, e anche l’antipatia di molti, al suo primo lavoro, “L’ambientalista scettico”del 2001, in cui si pone, cosa che conferma anche in questo libro, in chiaro disaccordo con la corrente catastrofista-ecologista che vede nel riscaldamento globale il più grave pericolo per la nostra civiltà e per la vita sul pianeta (per farsi un’idea basti vedere il video di apertura di Copenhagen 2009).

Al Gore
In questo secondo libro Lomborg pone l’accento proprio sul protocollo di Kyoto, argomento principe dell’appena terminato meeting di Danimarca, valutandone secondo il metro dei costi/ benefici l’effettiva utilità e mettendo in luce le molte ipocrisie, soprattutto dal punto di vista politico, di coloro che del protocollo hanno fatto una panacea per i mali del pianeta e un grosso vantaggio a livello di immagine, in primis Al Gore che del fronte ambientalista è senza dubbio il maggiore e più importante esponente e l’IPPC, lo strumento creato dalle nazioni unite per valutare scientificamente la tematica del cambiamento climatico che con il tempo si è politicizzato.

Bjorn Lomborg
Lomborg non contrasta l’effettiva realtà del riscaldamento globale, cosa che sarebbe assurda viste le tantissime prove scientifiche a riguardo, ma consigliando di abbassare i toni del dibattito, che talvolta hanno raggiunto il livello dell’isteria collettiva (si riguardi nuovamente il video di presentazione di Copenhagen) e della “caccia alle streghe” (l’autore venne accusato da molti esponenti della comunità scientifica di disonestà dopo la pubblicazione de “L’ambientalista scettico”), valuta criticamente il protocollo e le previsioni di sventura per il nostro “dopo-domani” suggerendo soluzioni alternative, intelligenti ed economiche e ricordando poi come oltre al problema del clima, senza dubbio importante e mai messo in discussione dall’autore, esistano anche altre problematiche di uguale, se non maggiore, priorità come l’HIV e la malaria.
Tra una gran massa di cifre, note e percentuali il lettore troverà diversi spunti davvero interessanti e avrà, o almeno così è successo a chi scrive, l’impressione terminato il volume di non aver in mano una verità assoluta, cosa impossibile in ambito scientifico, ma la possibilità di poter vedere il tutto da un’altra, e più oggettiva, prospettiva pensando a un futuro sicuramente più tiepido ma senza atolli sommersi e catastrofi imminenti.
Kyoto, cos’è(era) e come funziona dicembre 16, 2009
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Il protocollo di Kyoto è uno degli argomenti su cui si basa l’incontro di Copenhagen. Ma come funziona e cosa stabilisce e perché molti vogliono cancellarlo?
Sottoscritto l’11 Dicembre del 1997 da circa 160 paesi, il protocollo di Kyoto è un complesso accordo internazionale inerente il taglio dell’emissioni in atmosfera di sei potenti gas serra (l’anidride carbonica, il metano, l’ossido di azoto, gli idrofluorocarburi, i perfluorocarburi e l’esafluoruro di zolfo) ritenuti responsabili, secondo un gran numero di esperti, di un progressivo, e anomalo, surriscaldamento del pianeta: il Global Warming

Gli orsi polari: una delle specie più rischio secondo molti
che, secondo gli scenari dell’IPCC, il gruppo di studio internazionale delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, dovrebbe portare ad un riscaldamento della temperatura del pianeta compreso tra l’1,1 ed i 6,4 °C entro la fine del secolo con un enorme variabilità di scenari in cui i più drammatici parlano, ad esempio, di fusione delle calotte polari con il conseguente innalzamento del livello medio degli oceani, desertificazione di vaste aree mondiali e diffusione in nuove aree di malattie tropicali. Questo se non si avrà una riduzione nei volumi di gas serra rilasciati in atmosfera da parte, soprattutto, dei paesi sviluppati.

Pale eoliche per lo sfruttamento dell'energia eolica
L’accordo stabilisce che i paesi industrializzati che lo hanno adottato, tutti tranne gli Stati Uniti dell’allora governo Bush (Clinton lo aveva in principio approvato ma poi il texano ritrattò), s’impegnino a tagliare, in un periodo compreso tra il 2008 – 2012, una quota superiore al 5% del volume dei gas serra rilasciati ai tempi del 1990. In più prevede un meccanismo di crediti/debiti per le emissioni orientato ad accompagnare verso uno sviluppo “verde” i paesi del secondo e terzo mondo. Difatti i paesi industrializzati possono ridurre le loro emissioni sia in modo diretto, aumentando l’efficienza e diminuendo i consumi e soprattutto gli sprechi, del loro apparato economico ed orientandolo verso fonti d’energia pulita; che in modo indiretto acquisendo crediti di emissione, una sorta di permesso di inquinare per determinate quantità, sviluppando in altri paesi, sia in via si sviluppo che non, progetti e strutture che portino vantaggi sia ambientali che sociali. In pratica i paesi che non vogliono/ possono ridurre le loro emissioni nei tempi stabiliti sviluppano in altri paesi strutture/ progetti che dovrebbero compensare l’inquinamento che producono “a casa loro”. In più i paesi particolarmente virtuosi che ridurranno a livelli inferiori di quelli stabiliti a priori le loro emissioni potranno vendere la loro quota in surplus a quelli che non riuscirebbero a raggiungere gli obiettivi stabiliti. Si verrebbe perciò a creare un mercato dove i gas inquinanti, sotto forma di determinate quantità scaricabili, hanno un determinato valore economico e sono trasferibili attraverso una sorta di borsa globale.

L'India: uno dei giganti industriali
Visto che l’adozione del protocollo comporta un forte impegno sia economico che politico da parte dei paesi che lo adottarono si decise, per non limitarne lo sviluppo già difficile, di non obligare a sottostare a determinate quote di emissione i paesi in via di sviluppo tra cui anche India e Cina, quest’ultime poiché ritenute, causa il loro giovane apparato industriale, non responsabili, se non di una minima parte, dei 500 miliardi circa di tonnellate, solo di anidride carbonica, riversate in atmosfera a partire dalla rivoluzione industriale di metà 19° secolo.

Bjorn Lomborg
Tuttavia il protocollo, che è entrato in vigore solo il 16 Aprile del 2005, ben 8 anni dopo la sua sottoscrizione, con la rettifica da parte della Russia attraverso cui è arrivato a interessare più del 55% (il 61,6%) delle emissioni mondiali, parametro soglia per la sua entrata in azione, ha subito trovato un gran numero di contestatori. Escludendo gli Stati Uniti, nella quale la lobby dei petrolieri, categoria alla quale apparteneva anche il presidente Bush, poco favorevole per motivi economici alle tematiche di Kyoto, una riduzione delle emissioni porterebbe ad un’ovvia contrazione nei consumi di gas e petrolio, ha un importante peso politico/economico, anche in altre parti del mondo si son alzate voci contrarie al protocollo. Tra queste una delle più note e interessanti è quella di B. Lomborg, statistico dell’Università di Aarhus. Alla base delle sue obiezioni ci sono diversi fattori tra cui gli scenari spaventosi collegati al riscaldamento globale, ritenuti per nulla attendibili e molto meno intensi di quanto spesso pubblicizzato, e la constatazione che l’approccio di Kyoto ha portato a ben pochi risultati sin’ora e sia stata piuttosto uno spreco di risorse. Secondo Lomborg, che tratta l’argomento sotto il profilo statistico/economico la migliore soluzione possibile è prima di tutto un investimento nelle tecnologie verdi, così da renderle convenienti sul mercato ed accessibili a tutti, e un intervento prioritario, soprattutto, su problemi di maggiore immediatezza come il contenimento di malattie come l’Aids e la malaria. Attraverso questo, sempre secondo lo statistico danese, si potranno avere effetti più immediati ed efficaci con un volume di sacrifici economici minori anche perché, secondo lo scienziato danese, il riscaldamente globale potrebbe esser tuttaltro che uno svantaggio.
” Il mondo senza di noi” di Alan Weisman – le aspettative disattese novembre 20, 2009
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Solitamente i titoli e le copertine dei volumi hanno una certa attinenza, nel caso de “Il mondo senza di noi” edito da
Einaudi la statua della libertà coperta dalle nevi vale più di mille parole e richiama il cinema in stile R. Hemmerich, una lunga sequela di costose catastrofi da “Indipendence day” al neonato “2012″ ma soprattutto “The day after tomorrow”che con il libro ci si aspetta abbia molta attinenza: ed è qui il problema.
Il libro di Weisman, uno dei più clamorosi successi degli ultimi anni nel settore della saggistica, promette di guidare il lettore in un futuro in cui la natura si riprende ciò ch’è suo e che le è stato espropriato senza mezzi termini da un mammifero troppo intraprendente e superficiale: l’uomo. L’idea di un mondo rinselvatichito, in cui le città, prima agglomerati rumorosi e frenetici, divengono deserti mausolei di un mondo che non c’è più, monumenti fatiscenti alla gloria di passati dominatori del mondo, ha un fortissimo fascino. Si pensi a film come “Io sono leggenda” ad esempio, in cui, soprattutto nel caso della versione Hollywodiana con Will Smith, l’ambientazione da sola vale tutta la pellicola.
Dal libro di Weisman mi aspettavo proprio questo: una minuziosa, certosina, magari anche pedante in alcuni casi, spiegazione, narrazione, della lenta riconquista a partire dall’istante zero attraverso i secoli. Un film mentale permeato solo di silenzio e rumori come il crepitio dell’asfalto che si rompe sotto l’attenzione di radici troppo curiose ed impietose per non ferirlo o il canto degli uccelli che hanno nidificato sugli scheletri dei grattacieli, oramai vuote scatole di metallo e calcestruzzo. 
Il libro di Weisman però non è questo, o lo è solo in parte, difatti la narrazione, che è comunque gradevole, ballonzola tra l’ecologia e l’antropologia, in prevalenza, usando solo come intermezzo d’effetto gli scenari di un futuro derelitto, specifico per l’argomento trattato. Ad esempio se la narrazione verte sulle condizione perimetrale di alcune riserve naturali africani, in chiusura o in parallelo, Weisman sfrutta il connubio tra immaginazione e dati scientifici per ipotizzare cosa succedere in quella determinata zona se di colpo scomparisse il genere umano.
Il libro ha quindi una sua ciclicità narrativa fatta di:una determinata sequenza di fasi: introduzione alla zona geografica; impatto antropico su di essa; problematiche attuali; scenario futuro senza il fattore antropico. Questo metodo ha grosso pregio se applicato ad alcuni scenari straordinari come la fascia demilitarizzata tra le due Coree o l’area petrolchimica texana, ma perde molto quando si parla di aree meno interessanti come i bordi delle riserve naturali africane o gli atolli del pacifico.
Fantastica è la parte inerente Varosha, una sorta di Las Vegas cipriota abbonata dai greci e mai colonizzata dai turchi dopo la guerra che tutt’ora separa l’isola. La descrizione di una realtà come quella in cui un solo uomo cammina tra i grandi alberghi vuoti, in cui il manto stradale è andato lentamente coprendosi di fiori ed erbe, il tutto immerso nel silenzio era quello che mi aspettavo permeasse il volume e che solo in parte, memorabile anche il capitolo inerente l’energia nucleare che consiglierei di leggere a chi è a favore del piano energetico dell’attuale governo, con l’immancabile richiamo alla suggestiva vicenda di Chernobyl, purtroppo è stata realizzata. Molto spesso l’autore, al contrario, si abbandona a lunghe digressioni di antropo/ecologia di riconosciuto valore didattico ma che smorzano di molto l’eccitazione di chi legge. In più nel testo edito da Eiunaudi v’è un grossolano errore di traduzione: silicon in inglese è silicio e non silicone. Non si capirebbe altrimenti perché nella silicon valley si trovino moltissimi ingegneri elettronici e pochissime maggiorate.
In conclusione il libro di Weisman è decisamente interessante, scordatevi però l’idea di leggere di ipotetiche Tokyo silenziose, New York rinselvatichite e Venezie sommerse, scenari decisamente fantastici e suggestivi ma forse troppo astratti per un saggio con le aspirazioni, forse, del romanzo di fantascienza, ma che saggio è, e resta comunque.
Video di limaccia ottobre 8, 2009
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buongiorno a tutti,
mi rendo conto che in questo caso di scientifico non è che ci sia poi molto, però visto che questo video è opera mia e che comunque riguarda il regno animale ho deciso di proporvelo. Si tratta di un filmato che ho girato a Verbania con come protagonista una limaccia (Limax spp.) un mollusco gasteropode molto simile alle nostre piccole e amate chiocciole.
Il video è stato accelerato del 2100% e, secondo me, è abbastanza affascinante soprattutto osservare il movimento dell’animale e la sua respirazione attraverso un piccolo opercolo posto pochi centimetri dopo la testa.
Sperando che sia di vostro gradimento vi saluto.
M.
Il treno per Tuva settembre 22, 2009
Posted by calomelanoz in ambiente, antropologia.Tags: Arzhaan, federazione russa, Kyzyl, linea Kuragino - Kyzyl, mongoli, Mongolia, oriente, progresso, Russia, Sciti, siberia, Tannu Tuva, treno, Tuva, tuvani
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Tuva è un remoto pezzo dell’oriente russo, una di quelle tante tessere che formano quel selvaggio e affascinante mosaico ch’è la siberia, la “terra addormentata”.

Lo stato di Tuva, uno dei 21 della federazione russa
Abitato da circa 300 mila persone, di cui più della metà di etnia tuvana, il paese ha pagato come altri un pesante dazio all’impero sovietico ma nonostante la pesante russificazione, le deportazioni e le “purghe”, ha conservato inalterate tradizioni vecchie di quasi tremila anni fatte di buddismo e sciamanesimo. Niente aeroporti o ferrovie a completare un isolamento già forte, radicato nella storia. Ora però da Mosca un progetto rischia d’irrompere nel paese: 417 Km di ferrovia, la linea Kuragino-Kyzyl, la capitale di Tuva. Una grande opportunità per l’intero paese e per l’economia della zona, depressa e strettamente legata al cremlino ed in cui disoccupazione ed alcolismo sono a livelli molto alti. Nuovi posti di lavoro, turisti, denaro sarebbero sicuri ma la popolazione, e questo può sorprendere, è contraria come dice alla BBC Cash-ool Sergheevic, il ministro del lavoro di Tuva. Ma cosa spinge una popolazione a rifiutare le opportunità del mondo “di fuori”. Vivere meglio, avere un’istruzione e divenire davvero parte del mondo sono concetti dal suono così stonato? Sono l’ignoranza e la chiusura mentale a far sì che queste persone vogliano perdere il treno del progresso, o si tratta forse di un diverso modo di concepire la vita? 
Nella società occidentale oramai si è tutti un po’ stressati e i corsi di yoga, pilates e meditazione fanno sempre più proseliti. Visto come vanno le cose non è che forse il modello sbagliato è proprio il nostro e forse non è poi così stupido da parte degli altri, come i tuvani, non volerne far parte? Può essere, però resta comunque che il progresso non è solo stress, disastri e sfruttamenti spesso anzi è positivo perché da reali opportunità prima impensabili, si pensi solo ai vantaggi in settori come la sanità e l’alimentazione. Forse però neanche questo basta, il nostro mondo è inconciliabile al loro e niente più, in fondo 3000 anni d’isolamento son un muro bello spesso.
A complicare il tutto ulteriormente c’è un altro fattore di grande importanza: il tracciato della linea ferroviaria dovrebbe passare nei pressi della “valle dei re” d’oriente, come l’han chiamata i ricercatori che vi lavorano, le necropoli di Arzhaan. Si tratta di un’area scoperta intorno al 1916 ed in cui si trovano due necropoli, una scoperta nel 2001 da una spedizione, la Arzhaan 2, finanziata dall’Ermitage, il grande museo di San Pietroburgo culla dell’intera cultura russa per il regista Alexander Sokurov nel suo “Arca Russa”. Ad Arzhaan, in 120 metri di cunicoli sotterranei, riposano dal VII secolo a.C. i resti di intere

Un piccolo cavallo d'oro, uno dei reperti ritrovati nella necropoli
generazioni di Sciti, un’antichissima popolazione asiatica, avi dei moderni tuvani. I ricercatori sono meno ostili all’idea della ferrovia e, a differenza dei tuvani, ostracizzano meno il progetto di Mosca puntualizzando solo che la ferrovia dovrebbe esser costruita in modo tale da avere il minore impatto possibile con l’ambiente e con il sito, già danneggiato negli anni’70 durante la costruzione di una strada.
Già in passato, al tempo dell’unione sovietica, si provò a togliere dall’isolamento questa porzione di siberia all’ombra della Mongolia ma senza risultato. Non resta che vedere cosa accadrà tuttavia resta un dubbio profondo che spesso si pone quando i moderni esploratori vengono a contatto con popolazioni rimaste isolate da secoli: davvero il suono dei nostri due mondi è così discorde? Ascoltando i canti popolari di Tuva, sembrerebbe, almeno in questo caso, proprio di sì.
Il dromedario devastatore luglio 29, 2009
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Se si pensa al continente degli aborigeni vengono in mente koala, ornitorinchi e canguri ma i dromedari proprio no. Ed invece proprio il simbolo del deserto, l’animale con le gobbe è diventato con il tempo addirittura un grosso problema per il paese.
L’Australia già in passato ha avuto grandi problemi legati ad alcune specie importate. L’esempio più noto è quello dei conigli. Animali innoqui e simpatici con quelle grandi orecchie e l’andatura salterina nessuno potrebbe immaginare come un pericolo. Invece dal 1788, anno nel quale incominciarono ad esser importati in Australia, i conigli hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale diventando in poco tempo una calamità per l’agricoltura del paese (si parla di milioni di euro di danni), per la biodiversità, hanno provocato l’estionzione di diverse specie, e per il sensibile ecosistema australiano. E se di conigli, che vennero importati per far sentire meno lontani da casa i lord inglesi che avevano attraversato l’emisfero, non v’e n’eran abbastanza ora ci si son messi pure i dromedari.

Uno del milione di dromedari australiani
La curiosa storia del dromedario australiano ha inizio intorno alla metà dell’800 quando molti di questi animali vennero importanti dalla Canarie, dallo Yemen e dall’Iraq per esser impiegati nelle missioni di esplorazione del paese, più tardi poi trovarono grande impiego come mezzo di locomozione e trasporto durante la costruzione della grande linea teleferica che collegava Adelaide a Darwin attraversando il continente da nord a sud per 2500 Km. Intorno ai primi del ‘900 l’impiego dei dromedari era così comune nel paese che vennero addirittura creati dei reggimenti cammelati poi impiegati in medio Oriente durante la prima guerra mondiale. Il successo nell’uso del dromedario e non altri animali come ad esempio i cavalli era dovuto alla grande resistenza alla fatica, al calore e alla mancanza di acqua di questi “trattori del deserto”, condizioni tipiche, oltre che di aree come il medio Oriente, anche di molte zone interne dell’Australia. Tuttavia intorno agli anni ‘20, con l’avvento dei mezzi motorizzati e la costruzione di diverse ferrovie, l’importanza di questi animali diminuì sempre più sino a chè i dromedari non vennero abbandonati a sè. Trovando un ambiente favorevole e la totale mancanza di predatori i dromedari cominciarono a moltiplicarsi fino ad arrivare al milione di individui attuale.
Pur non essendo una calamità del livello dei conigli i dromedari hanno un pesante impatto sull’ambiente a causa della loro voracità e della loro elasticità alimentare. Per questi animali infatti son commestibili più dell’80% delle specie esistenti nel paese che sottoposte alle “attenzioni” di quel milione di individui in alcuni casi son addirittura a rischio di estinzione. In più proprio l’azione dei dromedari sulla vegetazione porta ad una maggiore erosione del suolo e quindi alla desertificazione del paese. Per questo motivo ora in Australia è in corso un dibattito politico su come risolvere la questione dromedario. Son già stati stanziati da parte del ministero federale per l’Ambiente 19 milioni di dollari australiani per affrontare il problema: “I cammelli andranno ridotti fino ad averne uno solo per chilometro quadrato. Questo dovrebbe permetterci di contenere i danni entro limiti accettabili – dice a “La Stampa” Glen Edwards, ricercatore al Dipartimento dell’Ambiente e delle Risorse naturali di Alice Springs. Tra le opzioni più gettonate c’è quella di abbatterli dall’alto con gli elicotteri o di incentivarne la caccia organizzando anche dei safari, ma il successo dipende se le autorità aborigene daranno il permesso di caccia nelle zone sacre.
Il bicchiere mezzo pieno
Tuttavia proprio la situazione potrebbe esser il volano necessario alla giovane industria australiana del dromedario. Esatto, in Australia da qualche anno è nata una fiorente industria che sfrutta questi animali per diversi scopi, dalle esportazioni sia di animali vivi, nei paesi arabi partecipano alle corse, che di prodotti derivati, soprattutto carne. Ora che i dromedari son in sovrannumero il loro sfruttamento potrebbe aumentare con il benestare sia degli aborigeni che degli ambientalisti.
Comunque vada a finire la cosa resta evidente un fatto: l’Australia è il migliore esempio di cosa voglia dire pagare per le cattive scelte nel campo dell’ambiente fatte in passato. Un’ulteriore prova tangibile dell’importanza dell’idea di sviluppo sostenibile.
Una stella tra le mani luglio 27, 2009
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I ritardi nel progetto Iter allungano ombre sui piani di sviluppo del primo reattore a fusione nucleare del mondo

Consumo energetico mondiale
L’energia è uno dei più importanti problemi del pianeta. Problema perché inquina, perché porta ad avere relazioni diplomatiche con paesi complessi, perché le guerre son fatte anche per acquisire riserve energetiche e soprattutto,perché l’energia è un bene fondamentale.
Per questi motivi negli anni si sono provati a sviluppare diversi tipi di tecnologie capaci di produrre energia da più fonti, alternative, economiche e meno inquinanti. Eolico, solare e idrogeno son alcuni esempi. Tuttavia, proprio a causa della grande fame di energia, anche il nucleare che dopo il disastro di Chernobyl aveva subito un pesante stop, ora è tornato alla ribalta. I vantaggi del nucleare son però compensati dal grosso problema delle scorie e del loro pesante impatto sull’ambiente. Proprio a causa di ciò si è cercato per anni di sviluppare una seconda via: la fusione nucleare, una tecnologia che sfruttando il processo che alimenta le stelle dovrebbe permettere di produrre moltissima energia senza avere problemi di scorie o di inquinamento. Di questo “parla” ITER un grande progetto internazionale che dovrebbe portare alla costruzione del primo reattore capace di sviluppare una fusione nucleare stabile da cui poi, un ulteriore progetto, DEMO, dovrebbe dare origine alla produzione di energia attraverso questo processo. ITER è un progetto enorme che coinvolge Unione Europea, Russia, Stati Uniti, Cina, Giappone, India e Corea del Sud, dal costo stimato, nel 2001, di 5 miliardi di euro e passato ora a più di 10 miliardi. Il raddoppio del conto, già molto salato, e i dubbi per una tecnologia che dovrebbe cominciare ad esser impiegata solo dal 2025 alimentano gli scettici che vedono il progetto come un costosissimo buco nell’acqua, uno di quei progetti di ricerca infiniti e costosissimi che poi si scoprono avere pochissime applicazioni utili. Ma è davvero così?

Fusione nucleare
La fusione nucleare è considerata da tempo come la soluzione ai mali dell’energia mondiale per grossi vantaggi che ha rispetto alla fissione nucleare, il principio alla base del funzionamento delle comuni centrali nucleari attraverso il quale rompendo l’atomo di un elemento molto pesante, come l’uranio, si ha la liberazione di energia producendo però delle scorie di lavorazione che restano pericolose per migliaia di anni diventando così un potenziale pericolo per le future generazioni. Con la fusione nucleare invece si ottiene energia fondendo un atomo di deuterio con uno di trizio, due isotopi dell’idrogeno, hanno lo stesso numero di protoni ed elettroni (uno) ma diverso numero di neutroni: uno per il deuterio e due per il trizio, mentre l’idrogeno non ne ha. Da questo processo si ottiene un atomo di elio, un gas nobile che perciò non sviluppa alcun tipo di reazione con l’ambiente e che non contribuisce perciò all’effetto serra, che al momento è la principale problematica ambientale del pianeta, e moltissima energia.
Il cuore della stella

Tokamak
La fusione nucleare non è un’invenzione umana perché esiste in natura, nel cosmo. Le stelle infatti, come il sole, “bruciano” attraverso la fusione nucleare. ITER si propone di riprodurre stabilmente questo meccanismo in laboratorio usando una miscela ionizzata di trizio ed il deuterio ed un campo magnetico sviluppato dal Tokamak, una sorta di grande calamita in cui dovrebbero ruotare le particelle di gas. Come ci spiega Alberto Crepaldi, dottorando in fisica all’Ecole Polytechnique Federale di Losanna “nel tokamak sta il cuore della reazione di fusione. Si tratta di un guscio invisibile, fatto dai campi di forza magnetica, che deve contenere la reazione, mettendola nella condizione di durare il più a lungo possibile per produrre più energia. Sicuramente l’aumento dei costi è un problema ma le cose vanno sempre viste nella giusta scala: queste sono cifre minime se pensate a livello di economia mondiale. In più al progetto lavorano i più potenti e ricchi paesi del pianeta e questo rende il “conto” più accessibile. Soprattutto poi bisogna considerare una cosa: che importanza ha che il progetto costi così tanto e che cominci a “lavorare” solo tra una decina di anni quando poi però si sarà risolto finalmente il problema energia? Immaginate un mondo in cui l´energia é gratuita, siamo ai limiti del´utopia, del sogno…Ma con la fusione sarebbe davvero così”
La stella non deve spegnersi.
con la collaborazione di A. Crepaldi – Politecnico Federale di Losanna

