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Video di limaccia Ottobre 8, 2009

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buongiorno a tutti,

mi rendo conto che in questo caso di scientifico non è che ci sia poi molto, però visto che questo video è opera mia e che comunque riguarda il regno animale ho deciso di proporvelo. Si tratta di un filmato che ho girato a Verbania con come protagonista una limaccia (Limax spp.) un mollusco gasteropode molto simile alle nostre piccole e amate chiocciole.

Il video è stato accelerato del 2100% e, secondo me, è abbastanza affascinante soprattutto osservare il movimento dell’animale e la sua respirazione attraverso un piccolo opercolo posto pochi centimetri dopo la testa.

Sperando che sia di vostro gradimento vi saluto.

M.

A volte ritornano Settembre 22, 2009

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Dopo quasi trent’anni ai piedi della Torre Eiffel son ritornati i salmoni

«Gli esemplari che risalgono la Senna sono sempre più numerosi. E quest’anno siamo arrivati a livelli inimmaginabili: più di mille salmoni hanno attraversato Parigi» se non fosse che la fonte della notizia è Bernard Breton, segretario generale della Federazione transalpina della pesca, l’idea di migliaia di salmoni, uno dei pesci tipici per antonomasia delle acque limpide e pulite del grande nord, dalla Scozia alla Norvegia, a zonzo per le acque ai piedi dell a torre Eiffel avrebbe dell’onirico. Invece, au contraire, non è così e lo dimostrano le testimonianze dei soddisfattissimi pescatori transalpini che dal pescare molta acqua, per di più putrida, son passati a catturare animali come quello preso a Suresnes, alle porte di Parigi, il primo esemplare in oltre 70 anni catturato così vicino alla metropoli.

salmoni nella Senna

salmoni nella Senna

La Senna, uno dei tanti simboli della capitale francese, era stato sempre un fiume molto pescoso poi tra il XX e il XIX secolo l’aumento delle dighe e la creazione di altri ostacoli alla risalita dei grandi pesci e soprattutto i livelli intollerabili di inquinamento avevano spopolato le acque di Parigi. Ora invece, grazie ad un’accorta politica di riduzione degli scarichi e tutela delle acque fluviali, in poco meno di 15 anni i livelli di inquinamento sono tornati a livelli tollerabili. «Fino al 1995 – spiega al “corriere della sera” un soddisfatto Breton – registravamo tra le 300 e le 500 tonnellate di pesce che morivano nel fiume a causa dell’inquinamento. Poi gradualmente la situazione è cambiata in maniera rivoluzionaria». Ora ai piedi della Torre, nelle acque di un fiume tornato alla vita i salmoni hanno ripreso a nuotare insieme ad altre 32 specie, simbolo di come la natura non porti rancore ai misfatti del genere umano ma, per certi aspetti, se messa nelle giuste condizioni, gli perdoni tutto.

Il treno per Tuva Settembre 22, 2009

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Tuva è un remoto pezzo dell’oriente russo, una di quelle tante tessere che formano quel selvaggio e affascinante mosaico ch’è la siberia, la “terra addormentata”.

Lo stato di Tuva, uno dei 21 della federazione russa

Lo stato di Tuva, uno dei 21 della federazione russa

Abitato da circa 300 mila persone, di cui più della metà di etnia tuvana, il paese ha pagato come altri un pesante dazio all’impero sovietico ma nonostante la pesante russificazione, le deportazioni e le “purghe”, ha conservato inalterate tradizioni vecchie di quasi tremila anni fatte di buddismo e sciamanesimo. Niente aeroporti o ferrovie a completare un isolamento già forte, radicato nella storia. Ora però da Mosca un progetto rischia d’irrompere nel paese: 417 Km di ferrovia, la linea Kuragino-Kyzyl, la capitale di Tuva. Una grande opportunità per l’intero paese e per l’economia della zona, depressa e strettamente legata al cremlino ed in cui disoccupazione ed alcolismo sono a livelli molto alti. Nuovi posti di lavoro, turisti, denaro sarebbero sicuri ma la popolazione, e questo può sorprendere, è contraria come dice alla BBC Cash-ool Sergheevic, il ministro del lavoro di Tuva. Ma cosa spinge una popolazione a rifiutare le opportunità del mondo “di fuori”. Vivere meglio, avere un’istruzione e divenire davvero parte del mondo sono concetti dal suono così stonato? Sono l’ignoranza e la chiusura mentale a far sì che queste persone vogliano perdere il treno del progresso, o si tratta forse di un diverso modo di concepire la vita?

Nella società occidentale oramai si è tutti un po’ stressati e i corsi di yoga, pilates e meditazione fanno sempre più proseliti. Visto come vanno le cose non è che forse il modello sbagliato è proprio il nostro e forse non è poi così stupido da parte degli altri, come i tuvani, non volerne far parte? Può essere, però resta comunque che il progresso non è solo stress, disastri e sfruttamenti spesso anzi è positivo perché da reali opportunità prima impensabili, si pensi solo ai vantaggi in settori come la sanità e l’alimentazione. Forse però neanche questo basta, il nostro mondo è inconciliabile al loro e niente più, in fondo 3000 anni d’isolamento son un muro bello spesso.

A complicare il tutto ulteriormente c’è un altro fattore di grande importanza: il tracciato della linea ferroviaria dovrebbe passare nei pressi della “valle dei re” d’oriente, come l’han chiamata i ricercatori che vi lavorano, le necropoli di Arzhaan. Si tratta di un’area scoperta intorno al 1916 ed in cui si trovano due necropoli, una scoperta nel 2001 da una spedizione, la Arzhaan 2, finanziata dall’Ermitage, il grande museo di San Pietroburgo culla dell’intera cultura russa per il regista Alexander Sokurov nel suo “Arca Russa”. Ad Arzhaan, in 120 metri di cunicoli sotterranei, riposano dal VII secolo a.C. i resti di intere

Un piccolo cavallo doro, uno dei reperti ritrovati nella necropoli

Un piccolo cavallo d'oro, uno dei reperti ritrovati nella necropoli

generazioni di Sciti, un’antichissima popolazione asiatica, avi dei moderni tuvani. I ricercatori sono meno ostili all’idea della ferrovia e, a differenza dei tuvani, ostracizzano meno il progetto di Mosca puntualizzando solo che la ferrovia dovrebbe esser costruita in modo tale da avere il minore impatto possibile con l’ambiente e con il sito, già danneggiato negli anni’70 durante la costruzione di una strada.

Già in passato, al tempo dell’unione sovietica, si provò a togliere dall’isolamento questa porzione di siberia all’ombra della Mongolia ma senza risultato. Non resta che vedere cosa accadrà tuttavia resta un dubbio profondo che spesso si pone quando i moderni esploratori vengono a contatto con popolazioni rimaste isolate da secoli: davvero il suono dei nostri due mondi è così discorde? Ascoltando i canti popolari di Tuva, sembrerebbe, almeno in questo caso, proprio di sì.

Il dromedario devastatore Luglio 29, 2009

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Se si pensa al continente degli aborigeni vengono in mente koala, ornitorinchi e canguri ma i dromedari proprio no. Ed invece proprio il simbolo del deserto, l’animale con le gobbe è diventato con il tempo addirittura un grosso problema per il paese.

L’Australia già in passato ha avuto grandi problemi legati ad alcune specie importate. L’esempio più noto è quello dei conigli. Animali innoqui e simpatici con quelle grandi orecchie e l’andatura salterina nessuno potrebbe immaginare come un pericolo. Invece dal 1788, anno nel quale incominciarono ad esser importati in Australia, i conigli hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale diventando in poco tempo una calamità per  l’agricoltura del paese (si parla di milioni di euro di danni), per la biodiversità, hanno provocato l’estionzione di diverse specie, e per il sensibile ecosistema australiano. E se di conigli, che vennero importati per far sentire meno lontani da casa i lord inglesi che avevano attraversato l’emisfero, non v’e n’eran abbastanza ora ci si son messi pure i dromedari.

Uno del milione di dromedari australiani

Uno del milione di dromedari australiani

La curiosa storia del dromedario australiano ha inizio intorno alla metà dell’800 quando molti di questi animali vennero importanti dalla Canarie, dallo Yemen e dall’Iraq per esser impiegati nelle missioni di esplorazione del paese, più tardi poi trovarono grande impiego come mezzo di locomozione e trasporto durante la costruzione della grande linea teleferica che collegava Adelaide a Darwin attraversando il continente da nord a sud per 2500 Km. Intorno ai primi del ‘900 l’impiego dei dromedari era così comune nel paese che vennero addirittura creati dei reggimenti cammelati poi impiegati in medio Oriente durante la prima guerra mondiale. Il successo nell’uso del dromedario e non altri animali come ad esempio i cavalli era dovuto alla grande resistenza alla fatica, al calore e alla mancanza di acqua di questi “trattori del deserto”, condizioni tipiche, oltre che di aree come il medio Oriente, anche di molte zone interne dell’Australia. Tuttavia intorno agli anni ‘20, con l’avvento dei mezzi motorizzati e la costruzione di diverse ferrovie, l’importanza di questi animali diminuì sempre più sino a chè i dromedari non vennero abbandonati a sè. Trovando un ambiente favorevole e la totale mancanza di predatori i dromedari cominciarono a moltiplicarsi fino ad arrivare al milione di individui attuale.

Pur non essendo una calamità del livello dei conigli i dromedari hanno un pesante impatto sull’ambiente a causa della loro voracità e della loro elasticità alimentare. Per questi animali infatti son commestibili più dell’80% delle specie esistenti nel paese che sottoposte alle “attenzioni” di quel milione di individui in alcuni casi son addirittura a rischio di estinzione. In più proprio l’azione dei dromedari sulla vegetazione porta ad una maggiore erosione del suolo e quindi alla desertificazione del paese. Per questo motivo ora in Australia è in corso un dibattito politico su come risolvere la questione dromedario. Son già stati stanziati da parte del ministero federale per l’Ambiente 19 milioni di dollari australiani per affrontare il problema: “I cammelli andranno ridotti fino ad averne uno solo per chilometro quadrato. Questo dovrebbe permetterci di contenere i danni entro limiti accettabili – dice a “La Stampa” Glen Edwards, ricercatore al Dipartimento dell’Ambiente e delle Risorse naturali di Alice Springs. Tra le opzioni più gettonate c’è quella di abbatterli dall’alto con gli elicotteri o di incentivarne la caccia organizzando anche dei safari, ma il successo dipende se le autorità aborigene daranno il permesso di caccia nelle zone sacre.

Il bicchiere mezzo pieno

Tuttavia proprio la situazione potrebbe esser il volano necessario alla giovane industria australiana del dromedario. Esatto, in Australia da qualche anno è nata una fiorente industria che sfrutta questi animali per diversi scopi, dalle esportazioni sia di animali vivi, nei paesi arabi partecipano alle corse, che di prodotti derivati, soprattutto carne. Ora che i dromedari son in sovrannumero il loro sfruttamento potrebbe aumentare con il benestare sia degli aborigeni che degli ambientalisti.

Comunque vada a finire la cosa resta evidente un fatto: l’Australia è il migliore esempio di cosa voglia dire pagare per le cattive scelte nel campo dell’ambiente fatte in passato. Un’ulteriore prova tangibile dell’importanza dell’idea di sviluppo sostenibile.

Una stella tra le mani Luglio 27, 2009

Posted by calomelanoz in ambiente, economia, energia.
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I ritardi nel progetto Iter allungano ombre sui piani di sviluppo del primo reattore a fusione nucleare del mondo

consumo energetico mondiale

Consumo energetico mondiale

L’energia è uno dei più importanti problemi del pianeta. Problema perché inquina, perché porta ad avere relazioni diplomatiche con paesi complessi, perché le guerre son fatte anche per acquisire riserve energetiche e soprattutto,perché l’energia è un bene fondamentale.

Per questi motivi negli anni si sono provati a sviluppare diversi tipi di tecnologie capaci di produrre energia da più fonti, alternative, economiche e meno inquinanti. Eolico, solare e idrogeno son alcuni esempi. Tuttavia, proprio a causa della grande fame di energia, anche il nucleare che dopo il disastro di Chernobyl aveva subito un pesante stop, ora è tornato alla ribalta. I vantaggi del nucleare son però compensati dal grosso problema delle scorie e del loro pesante impatto sull’ambiente. Proprio a causa di ciò si è cercato per anni di sviluppare una seconda via: la fusione nucleare, una tecnologia che sfruttando il processo che alimenta le stelle dovrebbe permettere di produrre moltissima energia senza avere problemi di scorie o di inquinamento. Di questo “parla” ITER un grande progetto internazionale che dovrebbe portare alla costruzione del primo reattore capace di sviluppare una fusione nucleare stabile da cui poi, un ulteriore progetto, DEMO, dovrebbe dare origine alla produzione di energia attraverso questo processo. ITER è un progetto enorme che coinvolge Unione Europea, Russia, Stati Uniti, Cina, Giappone, India e Corea del Sud, dal costo stimato, nel 2001, di 5 miliardi di euro e passato ora a più di 10 miliardi. Il raddoppio del conto, già molto salato, e i dubbi per una tecnologia che dovrebbe cominciare ad esser impiegata solo dal 2025 alimentano gli scettici che vedono il progetto come un costosissimo buco nell’acqua, uno di quei progetti di ricerca infiniti e costosissimi che poi si scoprono avere pochissime applicazioni utili. Ma è davvero così?

Fusione nucleare

Fusione nucleare

La fusione nucleare è considerata da tempo come la soluzione ai mali dell’energia mondiale per grossi vantaggi che ha rispetto alla fissione nucleare, il principio alla base del funzionamento delle comuni centrali nucleari attraverso il quale rompendo l’atomo di un elemento molto pesante, come l’uranio, si ha la liberazione di energia producendo però delle scorie di lavorazione che restano pericolose per migliaia di anni diventando così un potenziale pericolo per le future generazioni. Con la fusione nucleare invece si ottiene energia fondendo un atomo di deuterio con uno di trizio, due isotopi dell’idrogeno, hanno lo stesso numero di protoni ed elettroni (uno) ma diverso numero di neutroni: uno per il deuterio e due per il trizio, mentre l’idrogeno non ne ha. Da questo processo si ottiene un atomo di elio, un gas nobile che perciò non sviluppa alcun tipo di reazione con l’ambiente e che non contribuisce perciò all’effetto serra, che al momento è la principale problematica ambientale del pianeta, e moltissima energia.

Il cuore della stella

Tokamak

Tokamak

La fusione nucleare non è un’invenzione umana perché esiste in natura, nel cosmo. Le stelle infatti, come il sole, “bruciano” attraverso la fusione nucleare. ITER si propone di riprodurre stabilmente questo meccanismo in laboratorio usando una miscela ionizzata di trizio ed il deuterio ed un campo magnetico sviluppato dal Tokamak, una sorta di grande calamita in cui dovrebbero ruotare le particelle di gas. Come ci spiega Alberto Crepaldi, dottorando in fisica all’Ecole Polytechnique Federale di Losanna “nel tokamak sta il cuore della reazione di fusione. Si tratta di un guscio invisibile, fatto dai campi di forza magnetica, che deve contenere la reazione, mettendola nella condizione di durare il più a lungo possibile per produrre più energia. Sicuramente l’aumento dei costi è un problema ma le cose vanno sempre viste nella giusta scala: queste sono cifre minime se pensate a livello di economia mondiale. In più al progetto lavorano i più potenti e ricchi paesi del pianeta e questo rende il “conto” più accessibile. Soprattutto poi bisogna considerare una cosa: che importanza ha che il progetto costi così tanto e che cominci a “lavorare” solo tra una decina di anni quando poi però si sarà risolto finalmente il problema energia? Immaginate un mondo in cui l´energia é gratuita, siamo ai limiti del´utopia, del sogno…Ma con la fusione sarebbe davvero così”

La stella non deve spegnersi.

con la collaborazione di A. Crepaldi – Politecnico Federale di Losanna

L’orologio non è sincronizzato Giugno 22, 2009

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Darwin contro i creazionisti è un incontro, una partita, sempre aperta e che dura da più di un secolo. Ma chi ha ragione e dove sbagliano gli altri? La risposta a questa domanda è l’obiettivo di R. Dawkins che con “l’orologiao cieco” si propone di spiegare e convincere i lettori sulla bontà della teoria Darwinana.

Il libro è scritto in modo molto semplice e comprensibile e chiunque vi si approcci non avrà alcun problema a capirne il contenuto. L’argomento principale su cui verte tutto il libro è la genetica e la sua fortissima relazione con argomenti come selezione naturale e quindi Darwin. Attraverso spiegazioni precise e minuziose Dawkins fa luce su argomenti importanti come le mutazioni o come l’origine del DNA secondo la teoria minerale, un argomento molto affascinante e davvero ben spiegato dall’autore. Oltre alla spiegazione degli argomenti l’autore spesso analizza le critiche mosse dai creazionisti al modello Darwinano contrastandole alla base e smantellandone chiaramente le teorie.

Tuttavia il libro, pur avendo molte qualità incappa in alcune pesanti “variazioni di tema”. Il libro infatti procede a due velocità: alcuni capitoli, come quello riguardo l’origine del DNA son molto avvincenti e interessanti, altri, al contrario, come quello in cui si confrontano saltazionisti e gradualisti lasciano molto a desiderare a causa della ridondanza, spesso sembra che l’autore non sia convinto di essersi ben spiegato e ritorna sempre sugli stessi argomenti, e della pesantezza narrativa.

In più c’è un altro problema: il libro spiega argomenti di dominio comune in modo molto approfondito. Nel caso in cui il lettore sia una persona del tutto ignorante in materia di DNA & co. la lettura sarà piacevole ed istruttiva ma, anche solo se il lettore domina superficialmente questi argomenti, la tentazione di saltare pagine e pagine, se non interi capitoli, bhè…sarà fortissima e terminare il libro diverrà un autentico sforzo di volontà.

In conclusione quindi “l’orologiaio cieco” di R. Dawkins è un buon libro ideale soprattutto a coloro che vogliono cominciare ad interessarsi di genetica e della querelle tra Darwiniani e Creazionisti in cui con un linguaggio semplice vengono spiegati dei concetti, a volte, molto complessi.

Ovest – Est: l’autostrada blu Giugno 19, 2009

Posted by calomelanoz in ambiente, economia.
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nei progetti del governo un ritorno al passato: il Po’ navigabile

I trasporti nazionali hanno alcuni problemi: i treni son sempre più in ritardo e son poco affidabili mentre le autostrade son bloccate dal traffico e dai lavori in corso. Inoltre i carburanti costano molto e l’inquinamento di alcune città è sempre a livelli altissimi. Questi alcuni dei motivi che stanno all’origine di un progetto che sa di antico: ripristinare attraverso un maxi progetto la navigabilità del più lungo fiume italiano: il Po’.

Il progetto, proposto dall’Agenzia del fiume, sarà basato su una serie di chiuse e che consentirà, nelle aspettative dei progettisti, di collegare Milano al fiume creano un porto fluviale, si parla di Truccazzano, e la messa a regime delle acque del fiume. Secondo i progettisti la navigazione dovrebbe esser fattibile sino alle navi di classe quinta, navi dalle dimensioni imponenti che potrebbero quindi trasportare grandi quantità di materiali alleggerendo così il traffico autostradale.

Le quattro chiuse dovrebbero sorgere nelle zone tra Cremona, Parma, Mantova, Borgoforte nei pressi della confluenza con il Mincio, e se ne ipotizza un’altra nei pressi di Rovigo.

Il progetto è davvero colossale e si stima che costerà 1 miliardo e 300 milioni di euro. Nei piani dei progettisti sarà completato entro il 2018 ed il costo  sarà ripagati entro il 2024 attraverso la produzione di energia da quattro centrali che saranno alimentate dalla caduta dell’acqua dagli sbarramenti che avranno l’altezza di alcuni metri. L’energia prodotta sarà di circa 930 Gwh all’anno corrispondenti a circa il 2% dell’energia rinnovabile nazionale.

Una ulteriore ricaduta positiva, a quanto sostengono i favorevoli al progetto, dovrebbe esser la stabilizzazione delle falde idriche compromesse in passato dal grande prelievo di materiale che ha abbassato anche il livello medio del grande fiume. Inoltre la stabilizzazione, con un innalzamento medio, del livello del fiume dovrebbe secondo le aspettative del ministro Castelli, la Lega Nord ha appoggiato appieno il progetto anche perché riguardo uno dei simboli storici del Nord e soprattutto del concetto di Padania, aiutare l’agricoltura e favorire il raffreddamento di due centrali termoelettriche nei pressi. Tuttavia l’innalzamento del livello del fiume avrebbe un grosso inconveniente ecologico poiché molte aree di golena, zone di grande pregio faunistico ed ecologico perché ospitano numerossisime specie importanti, tornerebbero ad esser in piena comunicazione con il corso del fiume venendo così cancellate. Per di più la costruzione degli sbarramenti, dovrebbero essere delle vere e proprie chiuse, danneggerebbe pesantemente, a meno che non siano impiegati accorgimenti adatti come le “rampe di risalita”, la fauna ittica del fiume. Questo riguarda soprattutto i pesci migratori i quali non potrebbero muoversi lungo il fiume a causa delle chiuse. Questa non è una teoria perché già ora la fauna ittica del Po’, anche a causa di altri fattori come l’inquinamento e le specie esotiche, si è molto impoverita. Basta pensare che cinquantanni fa a Pavia, nella zona del ponte coperto abitavano i pescatori di storioni.

Oltre alle problematiche ecologiche c’è un grosso problema fondamentale: il trasporto fluviale, che è certamente economico e di minor impatto in termini di inquinamento, ha una grossa pecca, la lentezza. La velocità di trasporto delle merci sarebbe molto lenta e questo limiterebbe la domanda “soltanto a pochi tipi di merci, povere e pesanti, che non hanno problemi di deperibilità e di velocità di consegna. Beni come carbone, mattoni, legname, sabbia, in cui l’economicità del trasporto è cruciale” dice Marco Ponti del politecnico di Milano “inoltre l’utilizzo delle vie d’acqua a questo scopo è in grave crisi anche nei Paesi, come Francia e Germania, in cui c’è un’antica tradizione e infrastrutture ammortate da tempo”.

Restano quindi dei dubbi importanti sull’utilità del progetto. Chi non li ha è il leader del partito dalle cravatte verdi che nei suoi comizi ripete spesso “Il nostro grande fiume tornerà navigabile. La nostra civiltà è nata sulle rive di quell’acqua e noi non ce ne dimentichiamo” e visto il risultato delle ultime elezioni forse di dubbi ne avranno in pochi.

il ritorno della falce nera Giugno 18, 2009

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Da Tobruk la notizia: circa 20 persone ammalate di peste bubbonica

Sembra un ritorno ad un brutto passato sia perché si parla di Tobruk, città che sa di fascismo (vi venne abbattuto per errore, o più probabilmente per ordine di Mussolini, Italo Balbo, il potentissimo maresciallo dell’aria e n°2 del regime), sia perchè si parla della peste. Sì, la peste bubbonica, quella de “I promessi sposi” di Manzoni, quella che nel 1300 investì come una calamità l’Europa provocando la morte di almeno 75 milioni di persone e che contribui attivamente al degrado del medioevo spopolando il continente (si pensa che circa un terzo della popolazione del perido perse la vita). La peste

La notizia, citata da tutte le fonti di stampa parla chiaro: a Tobruk, città libica a circa 150 Km dall’Egitto circa 20 persone manifestano i sintomi della peste bubbonica. Uno degli ammalati è deceduto come ha reso noto Mohamad Hijazi, ministro della salute del paese di Gheddafi. La situazione però è circoscritto e le autorità del paese hanno subito richiesto l’intervento dell’OMS. Per evitare il rischio contagio oltre il confine, le autorità egiziane hanno allestito, come risulta su Repubblica.it, un laboratorio da campo al valico al Sallum per “effettuare le analisi e provvedere a isolare i soggetti sospetti”.

“Sono i primi casi negli ultimi 20 anni nel paese” dice alla Reuters John Jobbur, specialista di malattie emergenti che lavora per l’OMS a Il Cairo. Tuttavia la peste non è una malattia rara per l’Africa sub – sahariana dove i roditori, soprattutto topi, che son i principali veicoli d’infezione trasportando le pulci responsanbili del contagio, attratti dagli allevamenti di bovini che nell’area sorgono nei pressi delle abitazioni vivono a contatto con gli uomini.

Tuttavia tempo fa, il 22 Gennaio 2009, comparve la notizia che in Algeria, nella zona del Magreb, una cellula di terroristi islamici di Al Quaeda che stava conducendo esperimenti sul batterio della peste (Yersinia pestis) aveva subito un incidente e che, a causa di ciò, circa 40 terroristi avevano perso la vita. Probabilmente si tratta però di una semplice coincidenza anche se è noto che il paese dalla bandiera verde è da sempre indicato come uno dei paesi più collegati al terrorismo islamico.

Resta comunque che l’idea che una malattia che secoli fa provocò la morte di milioni di persone colpisca ancora oggi fa una certa impressione.

In un mare di m….. Giugno 17, 2009

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Da quanto emerge da un articolo di Valerio Gualerzi su republica.it tra pochi anni il sistema di gestione dei rifiuti sarà collasserà

Le scene di Napoli coperta da montagne di rifiuti, delle discariche della zona occupate a forza e liberate con la forza dai militari hanno invaso le telvisioni qualche mese fa. Molti, compreso chi scrive, pensarono che una situazione del genere potesse accadere solo a Napoli, una città difficile con molti problemi. Basta vedere il quartiere di Bagnoli dominato dallo scheletro bruno, quasi come una tarantola gigante, dell’Ilva per farsi un’idea, seppur superficiale, di alcuni di questi problemi.

L’intervento delle forze armate riusci a sbloccare lo stallo e l’accensione del termovalorizzatore di Acerra, una struttura che tutt’ora, per diverse motivazioni convince poco, riuscirono a tamponare l’emergenza. I rifiuti tornarono ad esser l’ultimo dei problemi e l’agenda voltò pagina.

Tuttavia, da quanto emerge dal rapporto di Assoambiente, l’associazione che riunisce le imprese per i servizi ambientali, risulta che la situazione delle discariche italiane è al collasso. Sembra infatti che entro i prossimi due anni le discariche saranno sature e non potranno più accogliere il costante flusso di immondizia delle nostre città con conseguenze pesantissime, ancor più gravi pensando all’immagine di “bel paese” e all’importanza per la nostra economia della voce turismo. Già durante la crisi di Napoli nella città risultò esserci una pesante contrazione delle visite alle falde del Vesuvio a causa del grave danno d’immagine subito dalla città.

Il rapporto, spiega a Repubblica Pietro Colucci, presidente di Assoambiente, è il primo censimento completo sul sistema nazionale di trattamento dei rifiuti.  Bisognerebbe aumentare l’efficenza del sistema risolvendo alcune lacune operative appoggiandosi ad un “quadro normativo stabile e applicato in modo omogeneo a livello territoriale”. Bisognerebbe poi incentivare l’uso dei materiali riciclati e potenziare la raccolta differenziata che in alcune regioni del paese è vicina al nulla. Tuttavia anche questa corsa ai ripari potrebbe non sevire perché alla base del problema c’è la solita mentalità italiana: l’estraneità totale alla pianificazione a lungo termine e la pigrizia mentale.

Il tesoro sotto il ghiaccio Giugno 15, 2009

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A causa del riscaldamento globale un immenso tesoro da sempre coperto dai ghiacci sta divenire accessibile

Esplorazione articaè passato quasi un secolo dall’epopea polare, da quando uomini di diverse nazionalità si affrontavano rischiando la vita per la “conquista” del polo. Dopo quel periodo i poli divennero meno interessanti e solo l’Antartide, grazie alle scoperte scientifiche come il lago Vostok o le microtectiti dell’Università di Siena (vedi “Un milione di frammenti”), ha mantenuto un certo interesse per i media. Ora però i poli si son invertiti, o meglio, quello che sta sotto il polo Nord ha attirato l’attenzione del mondo e di quello scaffale di cristalleria davvero troppo fragile ch’è la politica internazionale.

Nell’Agosto 2007 una spedizione basata su finanziamenti privati toccò il fondale del polo Nord e, come una riedizione sottomarina dello sbarco sulla Luna, piantò una bandiera russa. Questo atto scatenò un polverone: chi diceva che la Russia rivendica il polo nordRussia rivendicava il polo, soprattutto la stampa nazionalista, non aveva poi così torto. Le reazioni più forti furono da parte dei diretti interessati: Canada, Stati Uniti d’America, Norvegia e Danimarca (la Groelandia, anche se ha grande autonomia è comunque territorio danese). Ma perché tutto questo per un luogo desolato come il polo Nord?

un tesoro nascosto dal ghiaccio

Già da tempo è noto che le riserve mondiali di gas naturali e greggio son in declino. Il declino che sia più o meno costante preoccupa abbastanza e per questo son in corso numerose esplorazioni nei fondali oceanici in ricerca di nuovi giacimenti. Da quanto risulta proprio il fondale del polo Nord sembra esser uno dei luoghi con la maggiore concentrazione di queste due risorse. Studi fatti da diversi ricercatori stimano che sotto i ghiacci polari vi sia un autentico mare di petrolio (si parla di cifre nell’ordine di 90 miliardi di barili di petrolio e di 40 – 50 mila metri cubi di gas naturali). Chi riuscisse a metterci le mani farebbe senza dubbio un grosso affare. Proprio questo è quello che ha provocato, e probabilmente anche motivato, la spedizione russa: lo start alla seconda corsa polare della storia dopo quella di Amundsen – Scott, una corsa non più con cani e slitte ma con navi e sonar per mappare il più in fretta possibile lo sconosciuto fondale artico.

Proprio la mappatura, difatti, è alla base della possibilità di rivendicare il fondale polare. Questo è stabilito dalla “Convenzione ONU sul diritto del mare” del 1994 dove è stabilito che se si vuole espandere il limite delle proprie acque territoriali bisogna poter dimostrare che il fondale è un’estensione della massa terreste continentale, una continuazione geologia dello stato. Così ora i paesi coinvolti, ad esclusione della Norvegia che l’ha già completata, si sono lanciati in questa attività impiegando impulsi sonar lanciati da navi particolari, cannoni ad aria compressa o esplosivi per provocare delle piccole onde sismiche.

Da quanto risulta circa il 90% del fondale sarà assegnato. Solo una piccola parte, quella della dorsale di Gekkel, rimarrà internazionale per motivi scientifici. Si tratta infatti di una zona dove si sta formando una dorsale sottomarina. Alcune aree sicuramente saranno contese da paesi diversi e per questo vi saranno sicuramente delle forti tensioni.

L’acquisizione di nuovi giacimenti permetterebbe, infatti, ai paesi che ne dispongono di ricavare montagne di denaro derivanti dalle licenze date alle compagnie petrolifere per estrasse gas e petrolio. Un esempio vale tutto il discorso: Hammerfest. La città norvegese fino a pochi anni fa era uno dei peggiori luoghi del paese, un insediamento di pescatori isolato nel nulla del circolo polare. Poi nel mare di Barents venne scoperto un grosso giacimento di gas. Furono costruiti 145 Km di condutture per collegarlo all’impianto costruito nella piccola città e gestito dalla Statoilhydro che paga 15 milioni di euro all’anno per la licenza. In pochi anni il fiume di denaro ha cambiato la città ed ora dove c’erano case di legno e pescherecci ci sono case hi – tech, centri commerciali e passeggini (la città è in pieno boom demografico).

A dare una mano alla corsa ci ha pensato anche il riscaldamento globale. A causa dell’aumento delle temperature infatti i ghiacci della banchisa artica si stanno fondendo a grande velocità lasciando libere ampie zone marine su cui, forse, tra non pochi anni sorgeranno dal nulla moltissimi impianti off – shore, cattedrali d’un deserto che non c’è più.

impianto off - shore