Lo stormo sopra Milano

Le grandi masse in movimento possono spesso lasciare sorpresi.

Quello che vedete in questo video è un grandissimo stormo di uccelli che volteggiava tra la stazione di Milano centrale ed il Pirellone.

Come potete vedere, e forse intendere, si tratta di migliaia di animali che, forse spaventati da qualcosa, hanno cominciato a muoversi in sincrono nel cielo di Novembre creando una serie continua di figure.

È stato sorprendente rimanere a fissare per interi minuti questi animali ma soprattutto i milanesi che rimanevano letteralmente a naso in su per minuti interi sorpresi di quello strano spettacolo.

L’effetto dello stormo è forse lo stesso sui predatori. L’utilità infatti del muoversi in grandi gruppi ha proprio questo vantaggio: lascia interdetto, se non addirittura spaventato, chi osserva.

Per un piccolo animale muoversi da solo per il proprio habitat può esser davvero pericoloso, dietro ogni angolo può nascondersi infatti un predatore pronto a scatenare tutta la sua abilità e le sue armi, nonché milioni di anni di evoluzione serrata proprio nel settore della caccia.

Perché allora non muoversi in gruppo?

Il movimento collettivo di più animali porta infatti ad un primo vantaggio, la “diluizione del rischio individuale”. In pratica se cinquanta animali si muovono insieme ognuno di loro avrà 50 volte meno la probabilità di essere catturato da un predatore proprio perché ogni individuo può contare sulla possibilità che ad esser catturato sia un suo vicino e non lui.

In più poi c’è un altro importante fattore: il singolo individuo pur prestando la massima attenzione e circospezione può comunque controllare un minima parte dell’ambiente circostante. Se a controllare invece sono più animali allora si ha una maggiore probabilità di accorgersi prima del pericolo perché ognuno cura una piccola parte di habitat e appena scorge qualcosa scappa dando l’allarme anche agli altri che non stavano guardando dove osservava lui.

Il rischio di essere predati insomma si abbassa stando in gruppo.

C’è poi la questione movimento, quella da cui ho preso spunto per cominciare questo articolo. Quando più animali si muovono insieme lasciano in chi osserva una sensazione di sorpresa e di indecisione: su quale animale punto?

In più poi, e la cosa non è da poco, i gruppi di animali talvolta usano assumere delle forme molto compatte che all’occhio di un predatore possono apparire come minacciose. Se poi si moltiplica il pericolo che comporta la caccia per il numero di prede su cui puntare, bhé il grande numero può essere un valido effetto dissuasore. Avete mai visto uno sciame di api? Io sì e la prima cosa che ho pensato è stata “porcazza, se ci finisco dentro son guai grossi”. Lo stesso può valere per un falco pellegrino o per uno squalo.

L’insieme fa la forza quindi e difatti d’esempi ce ne sono tanti: dalle grandi migrazioni degli gnu, a quelle delle rondini, ai banchi di sardine dell’oceano, sino alle stesse manifestazioni di piazza in cui più è grande il numero dei partecipanti, maggiore sembra esser l’adesione sociale al determinato messaggio. Esempio principe son i cortei dei sindacati cui il giorno dopo corrisponde sempre la solita guerra di cifre tra organizzatori, che tendono al rialzo, e detrattori, che tendono al ribasso.

Tuttavia si potrebbe però fare un’errore pericoloso e potenzialmente letale: pensare che più il gruppo è numeroso meglio è.

In realtà anche la vita di gruppo ha i suoi inconvenienti, e non si parla di cose da poco. La prima, e per certi aspetti la peggiore, è che nel gruppo le malattie hanno un’incidenza molto maggiore.

Prendiamo ad esempio l’animale a noi più conosciuto: noi stessi.

La civiltà umana è una storia affascinante fatta di grandi scoperte, avventure ma anche terribili disastri. A questa voce rispondono senza dubbio anche le epidemie.

Peste, influenza, vaiolo, colera, tifo…sono solo alcuni dei nomi di grandi epidemie del passato e dove più hanno colpito queste? Nelle città. Pensate ad esempio ai “Promessi sposi” di Manzoni, che più o meno tutti sarete stati obbligati a leggere a scuola. La peste dove colpisce? A Milano, una delle più popolose città del periodo e perché? Un miliziano spagnolo ammalato diffonde la malattia ed in breve ecco che Milano si svuota e sui carri le salme si sostituiscono alle merci.

Maggiore è la densità di individui è più facile sarà per un parassita trovare un ospite. Nel caso poi degli insediamenti umani oltre al numero di abitanti c’è poi l’aggravante delle condizioni igieniche e della condivisione degli spazi con gli animali domestici, “fornitori ufficiali” di parassiti da qualche migliaio di anni.

Oltre a questo c’è poi un altro importante fattore negativo: nel gruppo c’è maggiore competizione per riprodursi. Più maschi vogliono dire più lotta per accaparrarsi una femmina ed assicurare al proprio DNA un futuro, per quanto nebuloso possa essere. Più lotta vuole anche dire un maggiore rischio ad esempio di ferirsi o di morire, anche se di solito non si arriva a questo punto.

Ci sono poi due altri fattori molto interessanti da considerare.

Prima di tutto 50 animali sono, di norma, più visibili di un singolo individuo. Con questo voglio dire che certamente in un gruppo si è più al sicuro ma ci si espone anche ad un numero medio di attacchi maggiore. Quindi essere solitari potrebbe poi non esser così pericoloso.

Secondo, se il gruppo è troppo numeroso si viene a creare una situazione di confusione tale da annullare l’effettivo vantaggio della vita di gruppo in termini di allarme. Pensate ad esempio al fatto che la calca è una delle principali cause di morte dei raduni umani e di solito la calca si crea a causa di un concetto confuso di allarme. Qualcosa, non si sa bene cosa, succede. Viene percepita come minaccia. Migliaia di persone si spostano e tra queste, purtroppo, alcune non sopravvivono schiacciate dalla calca.

Non so dirvi se dopo che avrete letto questo articolo guardere in modo diverso lo stormo di uccelli che vola intorno al Pirellone, ma posso dirvi che mentre io lo guardavo lo percepivo non come un’insieme confuso di animali, ma come il prodotto di centinaia di migliaia di anni di evoluzione comportamentale, e non ho potuto che provarne ammirazione.

In Turchia il diluvio universale?

E’ uno degli eventi più drammatici della mitologia ma anche tra quelli più plausibili, il diluvio universale si è davvero verificato e dove?

Dei grandi e tragici eventi del passato molti hanno davvero un fascino sinistro. Tra eruzioni di vulcani a incenerire intere città, Pompei ed Ercolano sono i più celebri esempi, terremoti, tsunami, siccità infinite e alluvioni spaventose la mitologia ha trovato ampio spazio e così storie accadute migliaia di anni fa sono ancora vive in noi come se fossero accadute ieri e, in momenti come quello attuale di grande attenzione ai cambiamenti climatici, gettano un po’ di ombra sul nostro futuro.

Ma quanto c’è di vero in queste leggende?

Il diluvio universale è una delle prime grandi catastrofi che hanno visto coinvolta l’umanità. La storia, anche per chi a catechismo era un po’ distratto, è celebre. Dio decide di affogare un’umanità corrotta salvando solo un prescelto e la sua famiglia, Noé, cui impone di costruire una grande nave, l’Arca, per mettere in salvo sé, la sua famiglia e una coppia, maschio e femmina, di ogni animale, con cui poi ripopolare il mondo. Una volta finita l’Arca la furia di Dio ha inizio. Le acque salgono e l’umanità scompare mentre la grande nave procede alla deriva verso l’orizzonte. L’Arca poi si andrà ad arenare lontano, alcuni sostengono sulle pendici del monte Ararat, nella Turchia orientale, e da quei sopravvissuti, secondo il mito, ebbe origine l’intera umanità.

Chiaro che per noi che parliamo di scienza si possa trattare solo di un mito. Le ricerche genetiche di Cavalli – Sforza, la teoria dell’Eva mitocondriale, i reperti trovati nell’Africa centro orientale e gli studi di migliaia di antropologi, ci dicono come l’umanità derivi invece da un piccolo gruppo di ominidi che usciti dall’Africa colonizzarono progressivamente tutte le terre emerse con un percorso di diverse decine di migliaia di anni. Resta però un fatto: il diluvio in sé potrebbe essersi verificato per davvero?

Forse quello che successe 5600 anni sulle coste del mar Nero e che è stato scoperto dagli studi di due ricercatori, Walter Pitman e William Ryan, che hanno studiato le linee di costa del mar Nero, i depositi sedimentari ed i resti di piccoli animali ritrovati nei carotaggi, potrebbe, causa la sua incredibile potenza, aver sconvolto chi vi assistette portando così alla nascita del mito, del diluvio universale.

Vicino allo stretto del Bosforo, nella parte della Turchia che più si avvicina alla Grecia, si trova il mar di Marmara, uno specchio d’acqua intermedio tra due mari più grandi e molto diversi: il Mediterraneo ed il mar Nero. Questo, chiamato anche Eusino, è un bacino molto particolare con diverse caratteristiche che lo rendono davvero curioso: una di queste è la sua origine, almeno in parte, glaciale. Durante le glaciazioni infatti l’area del mar Nero era probabilmente coperta da un grande ghiacciaio proveniente da Nord. L’enorme massa di ghiaccio doveva pesare milioni di tonnellate cosa che portò ad uno sprofondamento dell’area su cui si trovava. In questo modo si pensa che sia nato il profondo bacino del mar Eusino. Quando il ghiacciaio, durante una fase interglaciale, cioè di riscaldamento climatico, si ritirò le sue acque di fusione finirono in massa nella vasta depressione che prima occupava, inondandola. Dove si trovava un grande ghiacciaio ora c’era un grande lago d’acqua dolce in crescita costante. La continua fusione dei ghiacciai a nord portò il lago a riempirsi sempre più fino ad arrivare in contatto con il mar di Marmara, rispetto cui si trova sotto di circa 150 m, e così al Mediterraneo. Il lago era diventato un mare. Per circa 2000 mila anni ci fu un flusso continuo di acque: quella dolce dell’Eusino scorreva a Sud mentre quella più salata del Mediterraneo finiva a nord, proprio attraverso il mar di Marmara. Quando però il clima cambiò ancora, o forse ci fu una diminuzione del flusso di acqua dolce dalle calotte glaciali, si arrivò ad una situazione critica: a causa della grande estensione del mare e della poca acqua in ingresso evaporava più acqua di quella che entrava. Il livello del mar Nero cominciò così a scendere. Il canale che lo metteva in comunicazione con il mar di Marmara lentamente s’interrò fino a scomparire. Il mar Nero era tornato ad esser un lago. Le cose non cambiarono, l’evaporazione continua e molto elevata continuò a far diminuire il livello del lago. Mentre il lago si ritirava sulle sue sponde venivano a scoprirsi terreni molto fertili che furono in breve colonizzati dagli uomini del tempo spinti dalla siccità a monte a cercar fortuna a valle. I raccolti erano probabilmente abbondanti e le acque del lago garantivano risorse in quantità. Le coste del lago si popolarono sempre più ed i secoli passarono cosicché la memoria di cosa quelle sponde fossero in precedenza si perse.

 

Il minimo livello raggiunto dal mar Nero

Tuttavia qualcosa stava per succedere.

Il clima cambiò nuovamente ed il collasso della calotta Laurentide, in nord america, portò ad un importante aumento del livello sia dell’oceano che, soprattutto, del Mediterraneo. Questo fece sì che il livello delle acque arrivò a lambire la diga naturale che si era creata tra il lago Eusino ed il mar di Marmara. La pressione sempre maggiore, o forse anche un evento occasionale come un terremoto, portarono alla rottura della diga. Doveva essere uno spettacolo incredibile: una grande cascata si creò dove prima c’era forse una parete di roccia alta quasi 200 metri che si apriva davanti ad un canyon. Le acque salate si gettarono così di nuovo con furia in quelle dolci dell’Eusino, scavando un canale profondo anche un centinaio di metri in cui ancora oggi scorre un grande fiume subacqueo d’acqua dolce (vd. http://www.telegraph.co.uk/earth/environment/7920006/Undersea-river-discovered-flowing-on-sea-bed.html).

Fu un disastro: un immenso e rapido diluvio distrusse la zona. Le acque del lago crescevano rapidamente, si pensa anche di diversi cm al giorno, ed i pesci morivano a frotte a causa del rapido aumento di salinità delle acque, che forse, così, divennero anche meno potabili.

L’acqua sale, i pesci muoiono, le città scompaiono e tutto con una furia mai vista. Non è difficile ipotizzare che gli uomini del tempo, terrorizzati, pensarono ad una vendetta divina. In 2 anni, forse, quello ch’era stato un grande lago d’acqua dolce, la casa di migliaia di persone, divenne un mare salmastro, il mar Nero.

Così ebbe fine un lago.

Così iniziò un mito: quello del diluvio universale.


La miniera dei 33

Non so se molti di voi come me sono rimasti molto impressionati dalla vicenda dei 33 minatori cileni rimasti isolati a 700 metri di profondità a causa di un crollo.
Eccovi un video che ho trovato su youTube che da un’idea di come sia la situazione. Il video è in spagnolo ma è molto comprensibile anche a chi non conosca la lingua

Recensione di “Armi, acciai e malattie” di Jared Diamond

Diamond colpisce ancora nel segno, e siamo a due

Tra i grandi fatti della storia ci sono alcuni avvenimenti che ancora adesso impressionano e lasciano veramente sorpresi. Uno di questi è senza dubbio la conquista spagnola dei due grandi imperi americani ad opera di poche centinaia d’uomini, ma com’è stato possibile? Come un gruppo di conquistadores ha potuto sconfiggere eserciti centinaia di volte più grandi e radere al suolo due tra le più imponenti civiltà del nuovo mondo?

Questa è una delle tante domande a cui Jared Diamond, divulgatore americano tra i più apprezzati, risponde nel suo “Armi, acciai e malattie”  in cui prova con successo a racchiudere e spiegare gli ultimi 13 mila anni di storia, periodo in cui si può racchiudere lo sviluppo dell’intera civiltà umana. Dal popolamento delle aree più remote del pianeta alla scoperta dell’agricoltura, dalla nascita della scrittura fino allo sviluppo delle prime civiltà, Diamond racconta nel suo libro come nei diversi continenti siano andate le cose rispondendo ad una delle più comuni domande della storia umana “perché i popoli europei hanno conquistato tutti gli altri e non è stato il contrario?”.

Una storia affascinante narrata con ordine e grande maestria dal professore dell’Università della California che già con Collasso, il seguito ideale di questo libro, mi aveva molto impressionato.

È fantastico vedere scorrere davanti ai propri occhi vicende fatte dagli uomini di un tempo lontano nelle cui scoperte, nelle cui immani avventure, le radici di quello che noi siamo sono ancorate con la forza dei secoli.

Il libro ha una struttura molto ben organizzata e, dopo una parte iniziale introduttiva, va a trattare dapprima i modi e le motivazioni legate alla scoperta e lo sviluppo dell’agricoltura nei diversi continenti per poi passare alla domesticazione e all’allevamento degli animali domestici passando poi ad “acciaio e alle malattie” e alla nascita dei diversi tipi di società. In ultimo poi un’affascinante giro del mondo in cinque capitoli in cui si verranno a sapere dettagli e vicende del popolamente di grandi aree del mondo come Polinesia, Cina ed Africa. In aggiunta poi con la nuova edizione Diamond ha anche deciso di approfondire molto dettagliatamente la vicenda del Giappone, paese denso di fascino e curiosità.

La narrazione è meticolosa è scorrevole, non raggiunge comunque l’eccellenza di “Breve storia di (quasi) tutto” di Bryson, anche se talvolta il livello d’attenzione può calare drasticamente soprattutto per la grande densità degli argomenti e delle nozioni trattate. Fantastici poi gli aneddoti personali di Diamond riguardo le sue esperienze in Papua – Nuova Guinea, stato che ricompare spesso qua e la nel testo e su cui Diamond non disdegna di gettare luce.

Insomma se vi siete posti qualche domanda sull’umanità e sul perché sia fatta così, bene, può darsi che tra le 360 pagine di “Armi, acciaio e malattie” potrete trovare la risposta ai vostri dilemmi.

La bianca rivoluzione di Ottobre?

La comunità europea propone di tagliare gli aiuti economici al settore dell’estrazione del carbone

Sono tempi difficili per il settore dell’energie tradizionali. Due devastanti incidenti nel settore petrolifero (dopo il disastro del Golfo del Messico si è verificato pochi giorni fa un altro grave incidente in Cina) hanno ulteriormente messo in cattiva luce questo settore dell’industria mai come forse dai tempi della Exxon-Valdez, messo in dubbio. Oltre a questo la notizia che viene da Bruxelles potrebbe mettere la parola fine ad un altro settore dell’energia tra i più tradizionali e antichi: il carbone, fratellone del petrolio nella famiglia “Energia”. Joaquin Almunia, commissario europeo per la concorrenza, ha infatti proposto il taglio degli aiuti comunitari al più tradizionale settore dell’energia, quello su cui si basò la nascita nel 1951 a Parigi della Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA), la nonna dell’odierna Comunità Europea.

Che il business del carbone europeo fosse un barone tutt’altro che rampante era noto ai più, ma che questo nobile decaduto abbia, dal 2003 al 2008, succhiato dalle casse europee la bellezza di circa 26 miliardi di Euro in aiuti è cosa abbastanza sorprendente per diversi motivi. Il primo di questi, e forse il più noto a tutti, é la sua poca modernità. Il carbone infatti è tra tutte le materie prime usate per produrre energia elettrica quella più vecchia e soprattutto meno pulita. In un contesto di radicale, e forse epocale, cambiamento e riorientamento a tecnologie più recenti e meno inquinanti, pagare 26 miliardi di euro per tenere in piedi questo vecchio carrozzone inquinante lascia abbastanza perplessi. Il carbone infatti ha due grossi problemi a livello d’inquinamento: le elevate emissioni collegate al suo consumo (l’uso del carbone libera una grande quantità di anidride carbonica) e alla sua estrazione a cui è anche collegato un’importante degrado ambientale nonché un elevato costo di vite umane sia direttamente – tra gli incidenti più frequenti ci sono proprio quelli nelle miniere di carbone che una volta in Belgio, noi italiani dovremmo avere ancora memoria dell’8 Agosto ’56, Marcinelle, ora in Cina, Russia e Ucraina soprattutto costano la vita ogni anno a centinaia di minatori – che indirettamente – i minatori sono tra le categorie di lavoratori che presentano il più alto tasso di tumori soprattutto all’apparato respiratorio.

In secondo luogo, parlando di soldi, il settore del carbone europeo è tutt’altro che competitivo nei mercati mondiali. I tempi in cui Belgio e Germania fondavano parte della loro ricchezza su questa risorsa sono oramai lontani. Attualmente infatti i due più grandi esportatori mondiali di carbone sono Australia e Indonesia che esportano in gran parte in Asia dove paesi come Giappone, Corea del Sud e Taiwan divorano da soli più del 54% delle importazioni totali nel Sol Levante che corrispondono all’esorbitante cifra del 70% sul totale mondiale.  Il primo paese europeo come importazioni è la Germania con un piccolo 7% da cui però ricava circa il 40% dell’energia elettrica. Non sorprende quindi la freddezza con il quale Angela Merkel ha accolto la notizia. Curioso tra l’altro perché la Germania è tra i paesi europei che più ha investito sul binomio pulito-rinnovabile.

C’è poi un altro fattore di non poco conto: la competitività. Il carbone infatti fino a non poco tempo fa era il combustibile fossile più economico. Usare il carbone costava poco e quindi conveniva. Tuttavia ora questo primato è condiviso, chiaramente qui dipende da paese a paese, con i gas che in più hanno una minor ricaduta sull’ambiente. I grandi operatori energetici per questo motivo hanno sempre più investito sui gas. Questo si è verificato soprattutto in europa dove il gas ha con il tempo sottratto molto mercato al carbone.

Per la gloriosa industria del carbone europea si prospetta quindi un fosco futuro, escludendo forse Polonia e, in piccola parte, Serbia, paesi che nel carbone potrebbero trovare un’ulteriore risorsa alla crescita economica che le ha investite da qualche anno, è ipotizzabile una progressiva chiusura delle poche miniere rimaste attive. Che si tratti di pensionamento anticipato o eutanasia industriale non ha molta importanza, chiaro invece come, anche dopo i recenti problemi economici che hanno interessato buona parte dei paesi dell’Unione, raggranellare qualche miliardo di euro privilegiando più efficenti e pulite risorse energetiche non sia una scelta poi così discutibile quantomeno per noi europei.

Intervista con Antonello Provenzale

Buongiorno a tutti, oggi ho il piacere di proporvi una bella intervista con Antonello Provenzale ricercatore dell’ISAC-CNR che da circa trent’anni si occupa studia il clima e l’atmosfera terrestre con diverse pubblicazioni e ricerche di livello internazionale.

Buongiorno professor Provenzale, immagino che avrà seguito con grande interesse gli eventi del meeting di Copenhagen, come considera i risultati raggiunti dall’evento? E si aspettava qualcosa di diverso?

La Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) è stata ampiamente pubblicizzata come un momento epocale per affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici, con la presenza di un grande numero di partecipanti e di Capi di Stato e di Governo, in rappresentanza dei Paesi responsabili a livello mondiale di una larghissima frazione del PIL, della popolazione e delle emissioni di gas serra. Il risultato raggiunto è stato inferiore alle aspettative, ma credo che rappresenti comunque un passo avanti. La politica internazionale ha seguito la strada che era realistico attendersi: il problema del cambiamento climatico è molto complesso da un punto di vista scientifico, le proiezioni climatiche sono tuttora affette da significativi margini di incertezza e la sfida posta dai cambiamenti climatici mette in gioco interessi diversi e spesso contrastanti. In definitiva implica una ridefinizione del tipo di sviluppo della nostra società, da un modello orientato alla crescita senza limiti ad uno orientato alla sostenibilità. Per questo sarebbe ingenuo pensare che, come d’incanto, tutto si possa risolvere senza contrasti e in pochi giorni.

L’aspetto incoraggiante è che, contrariamente a quanto avvenuto nel recente passato, la politica a livello globale ha preso coscienza del problema climatico e sperabilmente continuerà ad occuparsene. Credo che sia importante l’accresciuta attenzione per il ruolo degli aerosol (polveri sottili), specialmente quelli carboniosi, responsabili di una parte non trascurabile del riscaldamento in atto. Politiche di abbattimento delle emissioni di aerosol carboniosi possono avere effetti positivi sia sulla qualità dell’aria (e quindi sulla salute) che sul contenimento temporaneo dell’aumento di temperatura, e sono forse meno complesse da mettere in atto rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Uno degli argomenti che ha fatto più scalpore al summit è stato quello del climate gate, lo scandalo, o presunto tale, dei consigli che diversi climatologi si scambiavano su come rendere più drammatici i risultati delle loro ricerche in ambito climatico “truccandone” i risultati. Che ne pensa lei, che della comunità scientifica fa parte, di questa faccenda? Una manovra politica per screditare il sistema oppure un’abitudine poco lodevole di qualche scienziato poco onesto?

La vicenda dei “messaggi rubati” dal centro inglese è decisamente spiacevole, anche se credo che in definitiva i casi di manipolazione dei dati siano stati estremamente limitati. Personalmente, ho trovato anche molto tristi i messaggi in cui la dialettica scientifica lascia il posto all’insulto e all’astio personale. Questa storia mostra chiaramente il livello di scontro e di tensione raggiunto da alcuni ricercatori, sottoposti spesso ad estenuanti tour de force da parte di “scettici del clima” di professione, addestrati a svolgere un ruolo da disturbatori e guastatori. Con questo, le eventuali manipolazioni non sono giustificabili a nessun livello e per nessun motivo e i responsabili ne stanno pagando le conseguenze. Secondo me, il risultato peggiore di tutto ciò è aver dato l’impressione, spesso esagerata ad arte da alcuni media, che la ricerca scientifica non sia altro che un gioco delle parti di tipo politico. L’errore grave commesso da alcuni ricercatori esasperati non deve diventare una scusa per buttare a mare le importanti e oggettive indicazioni che ci sono fornite dalle attività di ricerca scientifica.

Ma alla luce di quanto accaduto secondo lei le stime fatte dall’IPCC riguardo gli scenari correlati all’incremento delle temperature devono esser rivalutate o restano comunque affidabili e credibili?

Il quadro generale del riscaldamento globale è sostenuto da talmente tante evidenze sperimentali ed empiriche che risulta affidabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Basti pensare alla fusione dei ghiacciai montani, all’aumento in tutte le regioni del mondo dell’acqua di fusione, alla riduzione del ghiaccio marino e delle calotte glaciali artiche, all’aumento del livello marino e a tutti gli altri dati sperimentali che confermano il riscaldamento in corso. Non credo che nessun ricercatore possa mettere in dubbio il sostanziale riscaldamento avvenuto negli ultimi cento anni. Diverso è il discorso su alcuni aspetti e risultati specifici, che in alcuni casi l’IPCC ha riportato in modo errato – basti pensare alla previsione della data di sparizione dei ghiacciai Himalayani. Mentre il quadro generale è chiaro, le sue implicazioni specifiche sono, in alcuni casi, ancora affette da significativi margini di incertezza.

Conoscerà sicuramente B. Lomborg, lo statistico danese che è forse la voce più importante tra i detrattori di Kyoto e che propone di dirottare le risorse economiche destinate a Kyoto a settori come la ricerca su tecnologie a bassa emissione, e di passare dall’idea di contrastare il riscaldamento globale a quella di adattarvisi, cosa ne pensa? Sono suggerimenti accettabili e intelligenti o solo “fumo negli occhi”?

L’adattamento è assolutamente necessario. Anche se dovessimo interrompere subito le emissioni di gas serra e aerosol (cosa abbastanza impensabile), l’inerzia del sistema climatico è tale che la temperatura continuerebbe comunque a crescere. Quindi, l’adattamento a condizioni più calde è fondamentale. Ma l’adattamento non basta: oltre un certo limite di aumento di temperatura (indicativamente posto a 2 °C in più rispetto all’epoca pre-industriale, ovvero circa 1.2 °C rispetto ad oggi), i costi dell’adattamento diventano così alti da rischiare di essere insostenibili, e comunque tendono a diventare maggiori dei costi delle strategie di mitigazione basate sulla riduzione di emissioni di aerosol e gas serra.

Ma davvero, come molti pensano, il riscaldamento globale è il più importante problema per l’umanità? Non ci sono problematiche di maggiore priorità e di più facile soluzione come l’eradicazione di malattie come malaria e tubercolosi che ogni anno provocano centinaia di migliaia di morti, oppure la crisi idrica di molti paesi che oltre a rendere insostenibili le condizioni di vita ne blocca alla base ogni possibile sviluppo? Non le sembra che il riscaldamento globale sia visto quasi alla stregua di una soluzione finale per tutti i mali del mondo?

Dipende dalla prospettiva. Per un rifugiato in un campo profughi, il cambiamento climatico non è così importante. Ma se l’aumento del livello del mare rischia di rendere inabitabili alcune isole, per gli abitanti di quei posti il problema è serio. Inoltre, un aumento delle temperature è probabilmente causa di una maggiore espansione di malattie e di condizioni di potenziale siccità in ampie aree della Terra. Un inaridimento severo del Nord Africa avrebbe conseguenze disastrose sull’Africa e sull’Europa, con migrazioni di massa e innesco di instabilità sociali… Naturalmente, non tutte le conseguenze sono negative: inverni più miti alle medie latitudini comportano una minore incidenza di malattie cardiovascolari. Ma anche una maggiore sopravvivenza di parassiti durante l’inverno. E se gli inverni sono più miti, anche le estati sono probabilmente più calde. Per esempio, le proiezioni dei modelli climatici indicano che in uno scenario di riscaldamento globale ci si deve aspettare una probabilità molto maggiore di estati siccitose (come nel 2003) in Francia e in Italia del nord.

Il riscaldamento globale non è l’unico problema che dobbiamo affrontare, e certamente la mitigazione del riscaldamento globale non è la soluzione di tutti i mali e non deve diventare un alibi per non affrontare gli altri problemi, anche ambientali, che incombono. Tuttavia, l’aumento delle temperature in molti casi peggiora anche gli altri aspetti, e quindi è un problema che va affrontato. E’ la prima volta che l’umanità compie un esperimento di modifica ambientale a scala globale, e non è detto che il risultato sia un’ambiente più piacevole per la nostra sopravvivenza.

Un ultima domanda: una delle obiezioni più forti mosse a tutta la teoria del riscaldamento globale è che il clima non sia costante nel tempo. Non pensa che tutti gli scenari sulle conseguenze del riscaldamento globale siano orientati ad un catastrofismo forzato? Se nel passato, con società molto meno evolute a livello tecnologico, l’umanità è sopravvissuta, perché dovrebbe andare crisi proprio ora?

Il clima della Terra varia di continuo, ed è sempre variato. Negli ultimi 200 anni, oltre alle cause naturali si è aggiunto l’aumento dei gas serra atmosferici, in seguito alle attività umane legate all’industrializzazione, al massiccio uso di combustibili fossili e al rapido aumento della popolazione. L’effetto diretto, radiativo, dei gas serra è facilmente calcolabile. Più difficile invece è quantificare gli effetti dei meccanismi di amplificazione innescati dall’aumento della temperatura (per esempio, l’aumento della concentrazione di vapor d’acqua e le modifiche nella copertura nuvolosa e nella risposta della vegetazione). Si ritiene che il riscaldamento in atto oggi sia un fenomeno nuovo rispetto a quanto avvenuto nell’ultimo migliaio di anni, e forse anche più. Il Medioevo è stato un periodo caldo, ma la maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che le temperature siano state comunque inferiori rispetto a quelle odierne, e che il cosiddetto “optimum” medioevale sia stato un evento circoscritto ad un’area geografica, come lo fu anche la piccola era glaciale fra il 1650 e il 1850 circa.

Certamente 60 milioni di anni fa la Terra era molto più calda di quanto lo sia adesso, ma allora non c’erano nè gli esseri umani nè la loro civiltà complessa. Pochi esseri umani con vita nomadica possono sopravvivere a forti cambiamenti climatici (siamo passati attraverso l’ultimo periodo glaciale e la deglaciazione, per esempio), ma una civiltà complessa e caratterizzata da grandi infrastrutture fisse (città, industrie, agricoltura, confini nazionali…) è molto meno resistente al cambiamento di una tribù di cacciatori-raccoglitori. Oggi, un innalzamento della temperatura media della superficie terrestre di qualche grado non segnerebbe certamente la fine del mondo, e neppure quello della specie umana. Tuttavia, potrebbe innescare fenomeni di carestie, migrazioni di massa, guerre e altre calamità che renderebbero il mondo un posto assai diverso di come lo conosciamo adesso, almeno in occidente.

Va anche ricordato che i grandi organismi internazionali pubblici (per esempio, l’ONU e le sue varie oranizzazioni) e privati (per esempio, le compagnie di ri-assicurazione), e i governi più lungimiranti stanno sviluppando strategie per affrontare i disagi e i problemi che si potranno manifestare nel caso di riscaldamento globale severo, quali, appunto, le ondate di migranti attese dai paesi colpiti da siccità e carestie e l’aumento dei rischi legati a fenomeni meteorologici divenuti più intensi. Il catastrofismo è sempre da evitare (e concordo che talvolta alcuni climatologi si sono lasciati trasportare verso la drammatizzazione), ma è anche necessario evitare l’incoscienza e la superficialità del vivere alla giornata.

Oggi, è anche in gioco il diritto degli esseri umani (di tutti gli esseri umani) a vivere in condizioni dignitose. Le proiezioni indicano che molto probabilmente il riscaldamento globale colpirà in modo particolarmente severo quei paesi che già oggi sono più poveri e più esposti alla violenza degli uragani e delle siccità, con infrastrutture più fragili. La sfida, oggi, è saper utilizzare il problema posto dal riscaldamento globale come motore di sviluppo equo, di evoluzione della tecnologia, della società e dei meccanismi produttivi, non certo come scusa per chiudersi in un millenarismo catastrofista.

Antonello Provenzale

A.A.A. Rabdomante cercasi

Il comune di un piccolo paese del varesotto, Azzate, ha contattato una rabdomante del Trentino per trovare l’acqua. Il

caso, davvero curioso, ha suscitato abbastanza clamore, comprensibilmente.

La storia parla di un lavatoio messo in pensione da circa vent’anni. Di un sindaco, il sig. Gianni Dell’Acqua, che il lavatoio vuol riportarlo in funzione e di un apicultore, il sig. Luigi Cantonati, con, come lui sostiene, “il dono” di trovare l’acqua sottoterra.
Dare del millantatore al presunto rabdomante è cosa facile, e forse neanche poi così sbagliata infondo questa pratica di origine antichissima non ha fondamento scientifico. Tutavia visitando il sito del signor Luigi si viene a sapere che ha un “curriculum” di un certo livello. Tra collaborazioni, meriti, scoperte di falde a centinaia di metri sottoterra c’è effettivamente di che pensare. Che sia vero o no che il sig. Cantonati sappia trovare l’acqua non è affar nostro anche se pur avendo interpellato una delle aziende per cui egli avrebbe impiegato le sue capacità non abbiamo ottenuto risposta. La cosa più interessante è che questo piccolo fatto è indice di qualcosa di più grosso e mai, forse, eradicato nel nostro paese: la predilizione per tradizioni e misticismi a scapito del semplice e incontrovertibile fatto scientifico.