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Intervista con Antonello Provenzale luglio 20, 2010

Posted by Marco in ambiente, biologia, economia, energia, interviste.
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Buongiorno a tutti, oggi ho il piacere di proporvi una bella intervista con Antonello Provenzale ricercatore dell’ISAC-CNR che da circa trent’anni si occupa studia il clima e l’atmosfera terrestre con diverse pubblicazioni e ricerche di livello internazionale.

Buongiorno professor Provenzale, immagino che avrà seguito con grande interesse gli eventi del meeting di Copenhagen, come considera i risultati raggiunti dall’evento? E si aspettava qualcosa di diverso?

La Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) è stata ampiamente pubblicizzata come un momento epocale per affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici, con la presenza di un grande numero di partecipanti e di Capi di Stato e di Governo, in rappresentanza dei Paesi responsabili a livello mondiale di una larghissima frazione del PIL, della popolazione e delle emissioni di gas serra. Il risultato raggiunto è stato inferiore alle aspettative, ma credo che rappresenti comunque un passo avanti. La politica internazionale ha seguito la strada che era realistico attendersi: il problema del cambiamento climatico è molto complesso da un punto di vista scientifico, le proiezioni climatiche sono tuttora affette da significativi margini di incertezza e la sfida posta dai cambiamenti climatici mette in gioco interessi diversi e spesso contrastanti. In definitiva implica una ridefinizione del tipo di sviluppo della nostra società, da un modello orientato alla crescita senza limiti ad uno orientato alla sostenibilità. Per questo sarebbe ingenuo pensare che, come d’incanto, tutto si possa risolvere senza contrasti e in pochi giorni.

L’aspetto incoraggiante è che, contrariamente a quanto avvenuto nel recente passato, la politica a livello globale ha preso coscienza del problema climatico e sperabilmente continuerà ad occuparsene. Credo che sia importante l’accresciuta attenzione per il ruolo degli aerosol (polveri sottili), specialmente quelli carboniosi, responsabili di una parte non trascurabile del riscaldamento in atto. Politiche di abbattimento delle emissioni di aerosol carboniosi possono avere effetti positivi sia sulla qualità dell’aria (e quindi sulla salute) che sul contenimento temporaneo dell’aumento di temperatura, e sono forse meno complesse da mettere in atto rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Uno degli argomenti che ha fatto più scalpore al summit è stato quello del climate gate, lo scandalo, o presunto tale, dei consigli che diversi climatologi si scambiavano su come rendere più drammatici i risultati delle loro ricerche in ambito climatico “truccandone” i risultati. Che ne pensa lei, che della comunità scientifica fa parte, di questa faccenda? Una manovra politica per screditare il sistema oppure un’abitudine poco lodevole di qualche scienziato poco onesto?

La vicenda dei “messaggi rubati” dal centro inglese è decisamente spiacevole, anche se credo che in definitiva i casi di manipolazione dei dati siano stati estremamente limitati. Personalmente, ho trovato anche molto tristi i messaggi in cui la dialettica scientifica lascia il posto all’insulto e all’astio personale. Questa storia mostra chiaramente il livello di scontro e di tensione raggiunto da alcuni ricercatori, sottoposti spesso ad estenuanti tour de force da parte di “scettici del clima” di professione, addestrati a svolgere un ruolo da disturbatori e guastatori. Con questo, le eventuali manipolazioni non sono giustificabili a nessun livello e per nessun motivo e i responsabili ne stanno pagando le conseguenze. Secondo me, il risultato peggiore di tutto ciò è aver dato l’impressione, spesso esagerata ad arte da alcuni media, che la ricerca scientifica non sia altro che un gioco delle parti di tipo politico. L’errore grave commesso da alcuni ricercatori esasperati non deve diventare una scusa per buttare a mare le importanti e oggettive indicazioni che ci sono fornite dalle attività di ricerca scientifica.

Ma alla luce di quanto accaduto secondo lei le stime fatte dall’IPCC riguardo gli scenari correlati all’incremento delle temperature devono esser rivalutate o restano comunque affidabili e credibili?

Il quadro generale del riscaldamento globale è sostenuto da talmente tante evidenze sperimentali ed empiriche che risulta affidabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Basti pensare alla fusione dei ghiacciai montani, all’aumento in tutte le regioni del mondo dell’acqua di fusione, alla riduzione del ghiaccio marino e delle calotte glaciali artiche, all’aumento del livello marino e a tutti gli altri dati sperimentali che confermano il riscaldamento in corso. Non credo che nessun ricercatore possa mettere in dubbio il sostanziale riscaldamento avvenuto negli ultimi cento anni. Diverso è il discorso su alcuni aspetti e risultati specifici, che in alcuni casi l’IPCC ha riportato in modo errato – basti pensare alla previsione della data di sparizione dei ghiacciai Himalayani. Mentre il quadro generale è chiaro, le sue implicazioni specifiche sono, in alcuni casi, ancora affette da significativi margini di incertezza.

Conoscerà sicuramente B. Lomborg, lo statistico danese che è forse la voce più importante tra i detrattori di Kyoto e che propone di dirottare le risorse economiche destinate a Kyoto a settori come la ricerca su tecnologie a bassa emissione, e di passare dall’idea di contrastare il riscaldamento globale a quella di adattarvisi, cosa ne pensa? Sono suggerimenti accettabili e intelligenti o solo “fumo negli occhi”?

L’adattamento è assolutamente necessario. Anche se dovessimo interrompere subito le emissioni di gas serra e aerosol (cosa abbastanza impensabile), l’inerzia del sistema climatico è tale che la temperatura continuerebbe comunque a crescere. Quindi, l’adattamento a condizioni più calde è fondamentale. Ma l’adattamento non basta: oltre un certo limite di aumento di temperatura (indicativamente posto a 2 °C in più rispetto all’epoca pre-industriale, ovvero circa 1.2 °C rispetto ad oggi), i costi dell’adattamento diventano così alti da rischiare di essere insostenibili, e comunque tendono a diventare maggiori dei costi delle strategie di mitigazione basate sulla riduzione di emissioni di aerosol e gas serra.

Ma davvero, come molti pensano, il riscaldamento globale è il più importante problema per l’umanità? Non ci sono problematiche di maggiore priorità e di più facile soluzione come l’eradicazione di malattie come malaria e tubercolosi che ogni anno provocano centinaia di migliaia di morti, oppure la crisi idrica di molti paesi che oltre a rendere insostenibili le condizioni di vita ne blocca alla base ogni possibile sviluppo? Non le sembra che il riscaldamento globale sia visto quasi alla stregua di una soluzione finale per tutti i mali del mondo?

Dipende dalla prospettiva. Per un rifugiato in un campo profughi, il cambiamento climatico non è così importante. Ma se l’aumento del livello del mare rischia di rendere inabitabili alcune isole, per gli abitanti di quei posti il problema è serio. Inoltre, un aumento delle temperature è probabilmente causa di una maggiore espansione di malattie e di condizioni di potenziale siccità in ampie aree della Terra. Un inaridimento severo del Nord Africa avrebbe conseguenze disastrose sull’Africa e sull’Europa, con migrazioni di massa e innesco di instabilità sociali… Naturalmente, non tutte le conseguenze sono negative: inverni più miti alle medie latitudini comportano una minore incidenza di malattie cardiovascolari. Ma anche una maggiore sopravvivenza di parassiti durante l’inverno. E se gli inverni sono più miti, anche le estati sono probabilmente più calde. Per esempio, le proiezioni dei modelli climatici indicano che in uno scenario di riscaldamento globale ci si deve aspettare una probabilità molto maggiore di estati siccitose (come nel 2003) in Francia e in Italia del nord.

Il riscaldamento globale non è l’unico problema che dobbiamo affrontare, e certamente la mitigazione del riscaldamento globale non è la soluzione di tutti i mali e non deve diventare un alibi per non affrontare gli altri problemi, anche ambientali, che incombono. Tuttavia, l’aumento delle temperature in molti casi peggiora anche gli altri aspetti, e quindi è un problema che va affrontato. E’ la prima volta che l’umanità compie un esperimento di modifica ambientale a scala globale, e non è detto che il risultato sia un’ambiente più piacevole per la nostra sopravvivenza.

Un ultima domanda: una delle obiezioni più forti mosse a tutta la teoria del riscaldamento globale è che il clima non sia costante nel tempo. Non pensa che tutti gli scenari sulle conseguenze del riscaldamento globale siano orientati ad un catastrofismo forzato? Se nel passato, con società molto meno evolute a livello tecnologico, l’umanità è sopravvissuta, perché dovrebbe andare crisi proprio ora?

Il clima della Terra varia di continuo, ed è sempre variato. Negli ultimi 200 anni, oltre alle cause naturali si è aggiunto l’aumento dei gas serra atmosferici, in seguito alle attività umane legate all’industrializzazione, al massiccio uso di combustibili fossili e al rapido aumento della popolazione. L’effetto diretto, radiativo, dei gas serra è facilmente calcolabile. Più difficile invece è quantificare gli effetti dei meccanismi di amplificazione innescati dall’aumento della temperatura (per esempio, l’aumento della concentrazione di vapor d’acqua e le modifiche nella copertura nuvolosa e nella risposta della vegetazione). Si ritiene che il riscaldamento in atto oggi sia un fenomeno nuovo rispetto a quanto avvenuto nell’ultimo migliaio di anni, e forse anche più. Il Medioevo è stato un periodo caldo, ma la maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che le temperature siano state comunque inferiori rispetto a quelle odierne, e che il cosiddetto “optimum” medioevale sia stato un evento circoscritto ad un’area geografica, come lo fu anche la piccola era glaciale fra il 1650 e il 1850 circa.

Certamente 60 milioni di anni fa la Terra era molto più calda di quanto lo sia adesso, ma allora non c’erano nè gli esseri umani nè la loro civiltà complessa. Pochi esseri umani con vita nomadica possono sopravvivere a forti cambiamenti climatici (siamo passati attraverso l’ultimo periodo glaciale e la deglaciazione, per esempio), ma una civiltà complessa e caratterizzata da grandi infrastrutture fisse (città, industrie, agricoltura, confini nazionali…) è molto meno resistente al cambiamento di una tribù di cacciatori-raccoglitori. Oggi, un innalzamento della temperatura media della superficie terrestre di qualche grado non segnerebbe certamente la fine del mondo, e neppure quello della specie umana. Tuttavia, potrebbe innescare fenomeni di carestie, migrazioni di massa, guerre e altre calamità che renderebbero il mondo un posto assai diverso di come lo conosciamo adesso, almeno in occidente.

Va anche ricordato che i grandi organismi internazionali pubblici (per esempio, l’ONU e le sue varie oranizzazioni) e privati (per esempio, le compagnie di ri-assicurazione), e i governi più lungimiranti stanno sviluppando strategie per affrontare i disagi e i problemi che si potranno manifestare nel caso di riscaldamento globale severo, quali, appunto, le ondate di migranti attese dai paesi colpiti da siccità e carestie e l’aumento dei rischi legati a fenomeni meteorologici divenuti più intensi. Il catastrofismo è sempre da evitare (e concordo che talvolta alcuni climatologi si sono lasciati trasportare verso la drammatizzazione), ma è anche necessario evitare l’incoscienza e la superficialità del vivere alla giornata.

Oggi, è anche in gioco il diritto degli esseri umani (di tutti gli esseri umani) a vivere in condizioni dignitose. Le proiezioni indicano che molto probabilmente il riscaldamento globale colpirà in modo particolarmente severo quei paesi che già oggi sono più poveri e più esposti alla violenza degli uragani e delle siccità, con infrastrutture più fragili. La sfida, oggi, è saper utilizzare il problema posto dal riscaldamento globale come motore di sviluppo equo, di evoluzione della tecnologia, della società e dei meccanismi produttivi, non certo come scusa per chiudersi in un millenarismo catastrofista.

Antonello Provenzale

Intervista a Federico e Teresa giugno 19, 2010

Posted by Marco in ambiente, biologia.
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Dopo un anno e poco più la “Crisi delle Api” sembra esser un ricordo lontano e sbiadito perché ora si parla più che altro di  vulcani islandesi, ceneri e, ad ogni terremoto, di tsunami. Continuano però gli studi dei ricercatori su quanto accaduto. Tra questi anche il progetto “Nidi d’ape” del Cobianchi. I ragazzi dell’ITI di Verbania hanno infatti cominciato a verificare il contenuto delle capannine di censimento che hanno piazzato in alcune aree del Verbano – Cusio – Ossola.

Teresa & Federico ci raccontano com’è andata.

Il Copenhagen accord gennaio 17, 2010

Posted by Marco in ambiente.
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eccovi il testo del Copenhagen Accord, il documento redatto dai rappresentanti di Usa – Cina – Brasile – India e Sud Africa e di cui il meeting di Copenhagen ha preso atto

  1. Noi sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più importanti sfide del nostro tempo. Enfatizziamo la nostra forte volontà politica di intervenire urgentemente per combattere il cambiamento climatico in ottemperanza ai principi delle comuni ma differenziate responsabilità e capacità. Per raggiungere il più recente obiettivo della Convention di stabilizzare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da prevenire nocive interferenze dell’uomo sul sistema climatico, noi dovremo, riconoscendo le ricerche scientifiche che sostengono che il riscaldamento delle temperature globali dovrebbe essere contenuto entro i 2°C, sulle basi dell’equità e nel contesto dello sviluppo sostenibile, incrementare le nostre azioni cooperative a lungo termine di contrasto al cambiamento climatico. Noi riconosciamo gli effetti del cambiamento climatico e l’impatto delle misure in sua risposta per i paesi con particolare vulnerabilità nei confronti delle sue conseguenze negative e riconosciamo l’importanza di stabilire un efficace programma di adattamento dotato di supporto internazionale.

  1. Noi concordiamo che importanti tagli alle emissioni globali sono richiesti in accordo agli studi scientifici, e come documentato dal 4° Report dell’IPCC che indica come necessaria una riduzione globale delle emissioni per contenere entro i 2°C il riscaldamento delle temperature globali, e l’importanza di mettere in atto azioni per raggiungere questo importante obiettivo con l’ausilio della scienza e secondo le basi dell’equità. Noi dovremo cooperare al raggiungimento del taglio nelle emissioni globali e nazionali il prima possibile, riconoscendo che il tempo necessario per fare questo sarà maggiore nei paesi in via di sviluppo e con la coscienza che lo sviluppo sociale ed economico e l’eradicazione della povertà siano le prime e più importanti priorità per questi paesi e che una strategia di sviluppo a basse emissioni è indispensabile ai fini dello sviluppo sostenibile.

  1. L’adattamento agli effetti avversi del cambiamento climatico e il potenziale impatto delle misure impiegate sono un sfida affrontata da tutti i paesi. Si richiede urgentemente di cominciare un’azione cooperativa internazionale sull’adattamento per assicurare l’implementazione di quanto stabilito nella Convention attivando e supportando l’adozione delle azioni di adattamento mirate a ridurre la vulnerabilità nei paesi in via di sviluppo, specialmente in quelli che sono particolarmente vulnerabili come gli ultimi paesi sviluppatisi, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Noi concordiamo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire adeguate, sicure e affidabili risorse finanziarie, tecnologiche e infrastrutturali per supportare l’adozione delle misure di adattamento nei paesi in via di sviluppo

  1. Le parti coinvolte nell’annesso I promettono di perseguire individualmente o in comune gli obiettivi a livello di economia e di emissioni stabiliti per il 2020, obiettivi da sottoscriversi nel modo stabilito nell’appendice I del gruppo dell’annesso I al segretariato entro 31 Gennaio 2010 attraverso la compilazione in un documento (INF). I paesi del gruppo dell’annesso I che erano già coinvolti nel protocollo di Kyoto dovrebbero aumentare ulteriormente i tagli delle loro emissioni rispetto a quanto stabilito con il protocollo di Kyoto. Il conseguimento nella riduzione delle emissioni e nel supporto finanziario dei paesi sviluppati saranno rilevati, riportati e verificati in accordo a quelli esistenti e con ogni ulteriore linea guida adottata dalla Conferenza delle Parti, e sarà assicurato che la sottoscrizione di questi obiettivi sia rigorosa, seria e trasparente.

  1. Il gruppo dei paesi non coinvolti nell’annesso I della convention che svolgeranno azioni di mitigazione, le includeranno a quelle sottoscritte al segretariato dal gruppo dei non parte dell’annesso I nel documento dato in Appendice II entro il 31 Gennaio 2010 con la compilazione di un documento, coerente con l’articolo 4.1 e 4.7 e con il concetto di sviluppo sostenibile. I paesi di recente sviluppo e quelli insulari in via di sviluppo potranno effettuare volontariamente azioni di supporto. Le azioni di mitigazione susseguentemente effettuate e previste dal gruppo non dell’annesso I, includendo report inventariali nazionali, dovrebbero esser comunicate attraverso comunicati nazionali coerenti con l’articolo 12.1 (b) ogni due anni sulle basi delle linee guida da adottarsi nella Conferenza dei Gruppi. Queste azioni di mitigazione indicate nelle comunicazioni nazionali o ulteriormente comunicate al Segretariato saranno aggiunte alla lista nella appendice II. Le azioni di mitigazione svolte dal gruppo dei non parte all’annesso I saranno soggetto di misurazioni, analisi e verifiche di confronto con quanto stabilito e riportato nei comunicati nazionali biennali. I paesi non parte dell’annesso I comunicheranno informazioni sull’attuazione delle azioni svolte attraverso comunicati nazionali, con provvedimenti per la consultazione e l’analisi internazionale in accordo alle linee guida chiaramente definite che assicureranno il rispetto della sovranità nazionale. Le appropriate azioni di mitigazione nazionali che cercheranno supporto internazionale saranno iscritte in un registro insieme ai loro parametri di rilevanza tecnologica, finanziaria e infrastrutturale. Queste azioni supportate saranno aggiunte alla lista dell’appendice II. Queste azioni di mitigazione supportate a livello nazionale saranno soggette a misure, rilevazioni e analisi internazionali in accordo alle linee guida adottate dalla conferenza delle parti.

  1. Noi riconosciamo il ruolo cruciale della deforestazione e della degradazione delle foreste nelle emissioni e il contributo nella rimozione dei gas serra da parte delle foreste e concordiamo sul bisogno di fornire incentivi positivi a queste azioni attraverso l’immediata creazione di un meccanismo includente i REED – plus, per attivare la mobilitazione di risorse finanziarie dai paesi sviluppati.

  1. Noi decidiamo di conseguire vari approcci, incluse le opportunità nell’uso di mercati, per migliorare il rapporto costo/effetti e promuovere le azioni di mitigazione. I paesi in via di sviluppo, specialmente quelli con economie a basse emissioni dovrebbero fornire incentivi per continuare lo sviluppo sul sentiero delle basse emissioni.

  1. Suggeriamo la creazione di un fondo dotato di un’adeguata base economica sviluppato per esser accessibile ai paesi in via di sviluppo, in accordo con i provvedimenti della convention, per abilitare e supportare le azioni di mitigazione attivate, includendo sostanziali risorse finanziarie per ridurre le emissioni legate alla deforestazione e alla degradazione delle foreste (REDD-plus), adattamento, tecnologie di sviluppo e trasferimento infra strutturare, per quanto stabilito dalla convention. Il gruppo dei paesi sviluppati fornirà nuove e addizionali risorse, inclusa la riforestazione e gli investimenti attraverso istituzioni internazionali, per un ammontare di 30 miliardi di dollari per il periodo 2010 – 2012 da ripartirsi equilibratamente tra adattamento e mitigazione. I fondi per l’adattamento saranno resi prioritari per i paesi vulnerabili in via di sviluppo, come per quelli di ultimo sviluppo, piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Nel concetto del pieno significato delle azioni di mitigazione e trasparenza nell’implementazione, per raggiungere questo obiettivo i paesi sviluppati s’impegnano a mobilitare il più facilmente possibile 100 miliardi di dollari per il 2020 per le necessità dei paesi in via di sviluppo. Questi fondi proverranno da un ampio ventaglio di risorse, pubbliche e private, bilaterali e multilaterali, includenti fonti finanziarie alternative. Nuovi fondi multilaterali per l’adattamento saranno forniti attraverso efficienti ed efficaci accorgimenti, con una amministrazione strutturata per fornire uguale rappresentazione tra paesi sviluppati e non. Una significante parte di questi fondi dovrebbe provenire dal Copenhagen Green Climate Found.

  1. A questo punto, un gruppo di analisi sarà creato sotto la guida e la responsabilità della Conferenza dei gruppi per studiare il contributo delle potenziali fonti di rendita, includendo fonti finanziarie alternative, per raggiungere questo obiettivo.

  1. Noi stabiliamo che il Copenhagen Green Climate Found, dovrebbe esser creato come un’entità operativa dei meccanismi finanziari della convention per supportare progetti, programmi, politiche e altre attività nei paesi in via di sviluppo relazionate alla mitigazione, includendo l’REDD-plus, adattamento, capacità infrastrutturale, sviluppo tecnologico e trasferimento.

  1. In conseguenza all’avvio dell’azione di sviluppo e trasferimento delle tecnologie noi decidiamo di stabilire un meccanismo per accelerare lo sviluppo tecnologico e il trasferimento in supporto di azioni di adattamento e mitigazione che saranno guidati con un approccio stato-pilota che sarà basato su priorità e circostanze nazionali.

  1. Noi auspichiamo che entro il 2015 vi sia la rettifica di questo accordo, inclusi gli ultimi obiettivi stabiliti dalla Convention. Questo dovrebbe includere considerazioni sulla forza degli obiettivi a lungo termine riferendosi alle varie argomentazioni presentate dalla scienza, incluse quelle in relazione all’aumento di un 1,5°C della temperatura media.

“Stiamo freschi” di B. Lomborg – Mondadori 2008 dicembre 31, 2009

Posted by Marco in ambiente, economia, energia, libri.
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Il cambiamento climatico è l’argomento più trattato di quest’anno. Quindi non c’era libro più adeguato per concludere il 2009 che “Stiamo freschi” del danese B. Lomborg, una delle pochissime voci autorevolmente fuori dal coro.

Lomborg, professore associato di statistica presso l’università danese di Aarhus, deve la sua notorietà, e anche l’antipatia di molti, al suo primo lavoro, “L’ambientalista scettico”del 2001, in cui si pone, cosa che conferma anche in questo libro, in chiaro disaccordo con la corrente catastrofista-ecologista che vede nel riscaldamento globale il più grave pericolo per la nostra civiltà e per la vita sul pianeta (per farsi un’idea basti vedere il video di apertura di Copenhagen 2009).

Al Gore

In questo secondo libro Lomborg pone l’accento proprio sul protocollo di Kyoto, argomento principe dell’appena terminato meeting di Danimarca, valutandone secondo il metro dei costi/ benefici l’effettiva utilità e mettendo in luce le molte ipocrisie, soprattutto dal punto di vista politico, di coloro che del protocollo hanno fatto una panacea per i mali del pianeta e un grosso vantaggio a livello di immagine, in primis Al Gore che del fronte ambientalista è senza dubbio il maggiore e più importante esponente e l’IPPC, lo strumento creato dalle nazioni unite per valutare scientificamente la tematica del cambiamento climatico che con il tempo si è politicizzato.

Bjorn Lomborg

Lomborg non contrasta l’effettiva realtà del riscaldamento globale, cosa che  sarebbe assurda viste le tantissime prove scientifiche a riguardo, ma consigliando di abbassare i toni del dibattito, che talvolta hanno raggiunto il livello dell’isteria collettiva (si riguardi nuovamente il video di presentazione di Copenhagen) e della “caccia alle streghe” (l’autore venne accusato da molti esponenti della comunità scientifica di disonestà dopo la pubblicazione de “L’ambientalista scettico”), valuta criticamente il protocollo e le previsioni di sventura per il nostro “dopo-domani” suggerendo soluzioni alternative, intelligenti ed economiche e ricordando poi come oltre al problema del clima, senza dubbio importante e mai messo in discussione dall’autore, esistano anche altre problematiche di uguale, se non maggiore, priorità  come l’HIV e la malaria.

Tra una gran massa di cifre, note e percentuali il lettore troverà diversi spunti davvero interessanti e avrà, o almeno così è successo a chi scrive, l’impressione terminato il volume di non aver in mano una verità assoluta, cosa impossibile in ambito scientifico, ma la possibilità di poter vedere il tutto da un’altra, e più oggettiva, prospettiva pensando a un futuro sicuramente più tiepido ma senza atolli sommersi e catastrofi imminenti.

Kyoto, cos’è(era) e come funziona dicembre 16, 2009

Posted by Marco in ambiente, economia, energia.
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Il protocollo di Kyoto è uno degli argomenti su cui si basa l’incontro di Copenhagen. Ma come funziona e cosa stabilisce e perché molti vogliono cancellarlo?

Sottoscritto l’11 Dicembre del 1997 da circa 160 paesi, il protocollo di Kyoto è un complesso accordo internazionale inerente il taglio dell’emissioni in atmosfera di sei potenti gas serra (l’anidride carbonica, il metano, l’ossido di azoto, gli idrofluorocarburi, i perfluorocarburi e l’esafluoruro di zolfo) ritenuti responsabili, secondo un gran numero di esperti, di un progressivo, e anomalo, surriscaldamento del pianeta: il Global Warming

Gli orsi polari: una delle specie più rischio secondo molti

che, secondo gli scenari dell’IPCC, il gruppo di studio internazionale delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, dovrebbe portare ad un riscaldamento della temperatura del pianeta compreso tra l’1,1 ed i 6,4 °C entro la fine del secolo con un enorme variabilità di scenari in cui i più drammatici parlano, ad esempio, di fusione delle calotte polari con il conseguente innalzamento del livello medio degli oceani, desertificazione di vaste aree mondiali e diffusione in nuove aree di malattie tropicali. Questo se non si avrà una riduzione nei volumi di gas serra rilasciati in atmosfera da parte, soprattutto, dei paesi sviluppati.

Pale eoliche per lo sfruttamento dell'energia eolica

L’accordo stabilisce che i paesi industrializzati che lo hanno adottato, tutti tranne gli Stati Uniti dell’allora governo Bush (Clinton lo aveva in principio approvato ma poi il texano ritrattò), s’impegnino a tagliare, in un periodo compreso tra il 2008 – 2012, una quota superiore al 5% del volume dei gas serra rilasciati ai tempi del 1990. In più prevede un meccanismo di crediti/debiti per le emissioni orientato ad accompagnare verso uno sviluppo “verde” i paesi del secondo e terzo mondo. Difatti i paesi industrializzati possono ridurre le loro emissioni sia in modo diretto, aumentando l’efficienza e diminuendo i consumi e soprattutto gli sprechi, del loro apparato economico ed orientandolo verso fonti d’energia pulita; che in modo indiretto acquisendo crediti di emissione, una sorta di permesso di inquinare per determinate quantità, sviluppando in altri paesi, sia in via si sviluppo che non, progetti e strutture che portino vantaggi sia ambientali che sociali. In pratica i paesi che non vogliono/ possono ridurre le loro emissioni nei tempi stabiliti sviluppano in altri paesi strutture/ progetti che dovrebbero compensare l’inquinamento che producono “a casa loro”. In più i paesi particolarmente virtuosi che ridurranno a livelli inferiori di quelli stabiliti a priori le loro emissioni potranno vendere la loro quota in surplus a quelli che non riuscirebbero a raggiungere gli obiettivi stabiliti. Si verrebbe perciò a creare un mercato dove i gas inquinanti, sotto forma di determinate quantità scaricabili, hanno un determinato valore economico e sono trasferibili attraverso una sorta di borsa globale.

L'India: uno dei giganti industriali

Visto che l’adozione del protocollo comporta un forte impegno sia economico che politico da parte dei paesi che lo adottarono si decise, per non limitarne lo sviluppo già difficile, di non obligare a sottostare a determinate quote di emissione i paesi in via di sviluppo tra cui anche India e Cina, quest’ultime poiché ritenute, causa il loro giovane apparato industriale, non responsabili, se non di una minima parte, dei 500 miliardi circa di tonnellate, solo di anidride carbonica, riversate in atmosfera a partire dalla rivoluzione industriale di metà 19° secolo.

Bjorn Lomborg

Tuttavia il protocollo, che è entrato in vigore solo il 16 Aprile del 2005, ben 8 anni dopo la sua sottoscrizione, con la rettifica da parte della Russia attraverso cui è arrivato a interessare più del 55% (il 61,6%) delle emissioni mondiali, parametro soglia per la sua entrata in azione, ha subito trovato un gran numero di contestatori. Escludendo gli Stati Uniti, nella quale la lobby dei petrolieri, categoria alla quale apparteneva anche il presidente Bush, poco favorevole per motivi economici alle tematiche di Kyoto, una riduzione delle emissioni porterebbe ad un’ovvia contrazione nei consumi di gas e petrolio, ha un importante peso politico/economico, anche in altre parti del mondo si son alzate voci contrarie al protocollo. Tra queste una delle più note e interessanti è quella di B. Lomborg, statistico dell’Università di Aarhus. Alla base delle sue obiezioni ci sono diversi fattori tra cui gli scenari spaventosi collegati al riscaldamento globale, ritenuti per nulla attendibili e molto meno intensi di quanto spesso pubblicizzato, e la constatazione che l’approccio di Kyoto ha portato a ben pochi risultati sin’ora e sia stata piuttosto uno spreco di risorse. Secondo Lomborg, che tratta l’argomento sotto il profilo statistico/economico la migliore soluzione possibile è prima di tutto un investimento nelle tecnologie verdi, così da renderle convenienti sul mercato ed accessibili a tutti, e un intervento prioritario, soprattutto, su problemi di maggiore immediatezza come il contenimento di malattie come l’Aids e la malaria. Attraverso questo, sempre secondo lo statistico danese, si potranno avere effetti più immediati ed efficaci con un volume di sacrifici economici minori anche perché, secondo lo scienziato danese, il riscaldamente globale potrebbe esser tuttaltro che uno svantaggio.

” Il mondo senza di noi” di Alan Weisman – le aspettative disattese novembre 20, 2009

Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, energia, libri.
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Solitamente i titoli e le copertine dei volumi hanno una certa attinenza, nel caso de “Il mondo senza di noi” edito da Einaudi la statua della libertà coperta dalle nevi vale più di mille parole e richiama il cinema in stile R. Hemmerich, una lunga sequela di costose catastrofi da “Indipendence day” al neonato “2012″ ma soprattutto “The day after tomorrow”che con il libro ci si aspetta abbia molta attinenza: ed è qui il problema.

Il libro di Weisman, uno dei più clamorosi successi degli ultimi anni nel settore della saggistica, promette di guidare il lettore in un futuro in cui la natura si riprende ciò ch’è suo e che le è stato espropriato senza mezzi termini da un mammifero troppo intraprendente e superficiale: l’uomo. L’idea di un mondo rinselvatichito, in cui le città, prima agglomerati rumorosi e frenetici, divengono deserti mausolei di un mondo che non c’è più, monumenti fatiscenti alla gloria di passati dominatori del mondo, ha un fortissimo fascino. Si pensi a film come “Io sono leggenda” ad esempio, in cui, soprattutto nel caso della versione Hollywodiana con Will Smith, l’ambientazione da sola vale tutta la pellicola.

Dal libro di Weisman mi aspettavo proprio questo: una minuziosa, certosina, magari anche pedante in alcuni casi, spiegazione, narrazione, della lenta riconquista a partire dall’istante zero attraverso i secoli. Un film mentale permeato solo di silenzio e rumori come il crepitio dell’asfalto che si rompe sotto l’attenzione di radici troppo curiose ed impietose per non ferirlo o il canto degli uccelli che hanno nidificato sugli scheletri dei grattacieli, oramai vuote scatole di metallo e calcestruzzo.

Il libro di Weisman però non è questo, o lo è solo in parte, difatti la narrazione, che è comunque gradevole, ballonzola tra l’ecologia e l’antropologia, in prevalenza, usando solo come intermezzo d’effetto gli scenari di un futuro derelitto, specifico per l’argomento trattato. Ad esempio se la narrazione verte sulle condizione perimetrale di alcune riserve naturali africani, in chiusura o in parallelo, Weisman sfrutta il connubio tra immaginazione e dati scientifici per ipotizzare cosa succedere in quella determinata zona se di colpo scomparisse il genere umano.

Il libro ha quindi una sua ciclicità narrativa fatta di:una determinata sequenza di fasi: introduzione alla zona geografica; impatto antropico su di essa; problematiche attuali; scenario futuro senza il fattore antropico. Questo metodo ha grosso pregio se applicato ad alcuni scenari straordinari come la fascia demilitarizzata tra le due Coree o l’area petrolchimica texana, ma perde molto quando si parla di aree meno interessanti come i bordi delle riserve naturali africane o gli atolli del pacifico.

Fantastica è la parte inerente Varosha, una sorta di Las Vegas cipriota abbonata dai greci e mai colonizzata dai turchi dopo la guerra che tutt’ora separa l’isola. La descrizione di una realtà come quella in cui un solo uomo cammina tra i grandi alberghi vuoti, in cui il manto stradale è andato lentamente coprendosi di fiori ed erbe, il tutto immerso nel silenzio era quello che mi aspettavo permeasse il volume e che solo in parte, memorabile anche il capitolo inerente l’energia nucleare che consiglierei di leggere a chi è a favore del piano energetico dell’attuale governo, con l’immancabile richiamo alla suggestiva vicenda di Chernobyl, purtroppo è stata realizzata. Molto spesso l’autore, al contrario, si abbandona a lunghe digressioni di antropo/ecologia di riconosciuto valore didattico ma che smorzano di molto l’eccitazione di chi legge. In più nel testo edito da Eiunaudi v’è un grossolano errore di traduzione: silicon in inglese è silicio e non silicone. Non si capirebbe altrimenti perché nella silicon valley si trovino moltissimi ingegneri elettronici e pochissime maggiorate.

In conclusione il libro di Weisman è decisamente interessante, scordatevi però l’idea di leggere di ipotetiche Tokyo silenziose, New York rinselvatichite e Venezie sommerse, scenari decisamente fantastici e suggestivi ma forse troppo astratti per un saggio con le aspirazioni, forse, del romanzo di fantascienza, ma che saggio è, e resta comunque.

Intervista ad Angelo Sommaruga maggio 19, 2009

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Non ero mai entrato in una cereria. Figurarsi poi farci un’intervista, il rumore dei macchinari al lavoro ed il profumo della cera d’api fusa rendevano quella una sede un po’ “originale” per scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Nessun luogo però sarebbe stato migliore di qAngelo Sommarugauesto visto che si parlava con Angelo Sommaruga, uno dei più importanti apicultori del Verbano. La sua cereria Nord, attiva da più di vent’anni, è divenuta con il tempo un luogo di riferimento per gli apicultori della zona prima,  a livello nazionale, ora. Per questo motivo il sig. Sommaruga è uno dei più importanti collaboratori al progetto “nidi d’ape” sviluppato dall’ITI Cobianchi di Verbania che punta a far luce sullo stato delle popolazioni di apoidei nel Verbano Cusio Ossola e su come la CCD, la grande crisi delle api, abbia colpito anche la lontana provincia piemontese. In quest’intervista il sig. Sommaruga fa il punto sulla situazione nazionale, sulle possibili cause del problema e ci spiega cos’è un apoideo e perché questi piccoli animali siano così importanti per l’uomo e per l’ambiente.

“Collasso” di Jared Diamond febbraio 18, 2009

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Dal confronto con le civilità del passato una possibile ipotesi per il nostro futuro?

Quando si pensa all’antichità vengono in mente enormi edifici, popolose città e grandi vicende di battaglie e uomini leggendari. Spesso poi ci si domanda come sia stato possibile che popoli così lontani nel tempo abbiano potuto far nascere imperi caduti poi nella polvere fino ad esser qualche volta addirittura dimenticati. Proprio la decadenza da spesso a lontane civiltà fascino e mistero. Si ritorna così a riflettere sulle rovine di Machu Pichu, a pensare come potesse esser Babilonia o ai costruttuori dei Moae dell’isola di Pasqua per poi, di nuovo domandarsi:

- ma perché se son stati capaci di fare queste cose poi sono scomparsi? Saremo noi i prossimi?Moae dell'isola di Pasqua

Collasso - Jared Diamond - Einaudi

Bene, il libro di cui scrivo oggi, “Collasso” edito da Einaudi, parla proprio di quest’ultima e affascinantissima dinamica: come le società “scelgono” di vivere o morire. L’autore, Jared Diamond, è un importante professore universitario di Los Angeles con il pallino della divulgazione, “hobby” che sa sviluppare molto bene (con “Armi, acciao e malattie”, di cui vi prometto la futura recensione, ha vinto nel ’98 numerosi premi tra cui il Pulitzer per la saggistica) affronta la questione analizzando alcune civiltà particolarmente “sfortunate” del passato (l’isola di Pasqua, gli Anasazi, i Maya, i Vichinghi groelandesi) ponendole in relazione a cinque parametri: danni ambientali, cambiamenti climatici, ostilità dei popoli vicini, presenza di partner commerciali e la capacità della società di rispondere ai problemi ambientali.

Il libro è molto interessante soprattutto nella prima parte in cui il richiamo a grandi tragedie del passato è davvero forte e suggestivo, il quadro degli ultimi giorni dell’isola di Pasqua e dei vichinghi islandesi mi ha davvero colpito molto. Con approccio metodico (narrazione delle vicende passate basate su dati antropologici, archeologici…e conclusione con considerazione della popolazione rispetto ai cinque parametri) Diamond porta molta luce su alcune tragedie del passato e del presente, nel libro infatti viene anche affrontata l’agghiacciante vicenda del Ruanda degli anni ’90. Si verrà così a sapere che gli abitanti dell’isola di Pasqua furono abbastanza sfortunati mentre i vichinghi della Groelandia eccessivamente ottusi.

Dopo la parte iniziale orientata al passato, da remoto a sempre più recente, l’autore passa al presente scrivendo di due nazioni, Cina ed Australia, che si trovano, per motivazioni simili, al limite del disastro ambientale, e dell’isola d’Ispaniola su cui due paesi dall’origine comune, Haiti e Santo Domingo, si trovano ora in condizioni profondamente diverse sia a livello economico che, soprattutto, a livello ambientale a causa delle diverse scelte economiche fatte in passato dai due governi. Ne risulta una serie sorprendente di analogie con il passato di cui si è letto alcuni capitoli prima un po’ come a dire “la storia è ciclica e più si cambia più si resta sempre gli stessi”.

In ultimo Diamond motiva i diversi atteggiamenti di alcune grandi industrie dei settori a magJared Diamondgior impatto ambientali (petrolio, metalli, legno e pesce) portando esempi di scelte illuminate e non, dando motivazioni molto pragmatiche su come mai alcuni settori siano più restii di altri a preoccuparsi per l’ambiente. Il settore economico ovviamente è i principale argomento e la posizione dello scrittore che non demonizza le grandi industrie come molti farebbero, ma ne analizza attentamente le motivazioni e il modo di agire è davvero acuto e da spunti di riflessione al lettore senza “ fare di tutta l’erba un fascio”.

In chiusura, con un velato ottimismo che, per certi aspetti, ci si potrebbe non aspettare, in fin dei conti il titolo non è proprio dei più ottimisti, l’autore da un’ipotesi di sviluppo futuro e da alcuni consigli, più civici che altro, al lettore per “dare una mano”.

Un bel libro, interessante e acuto da cui s’intende come l’idea di sviluppo sostenibile prima di nuove tecnologie, ogm ed altro ancora sia forse l’unica vera risposta ai nostri problemi ambientali.

Recensione di “la scomparsa delle api” di Sylvie Coyaud gennaio 26, 2009

Posted by Marco in libri.
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26/01/09 – Da un po’ di tempo mi sto informando sul problema della scomparsa delle api, una questione dai tratti sylvie-coyaud-la-scomparsa-delle-apiquasi misteriosi che riguarda uno degli animali più noti e apprezzati. Così vagando sulla rete in cerca di articoli, un po’ guardando in giro in libreria mi è capitato sott’occhio questo volume edito da Mondadori. Tempo un mese e lo ho avevo già noleggiato in biblioteca…tempo tre settimane circa ed il libro era già terminato…

L’autrice del libro, una Parigina molto in gamba, da anni lavora nel settore della divulgazione scientifica sia su carta stampata che in radio e ciò è evidente dal tono del libro che, in molte sue parti, somiglia ad un’ inchiesta giornalistica in stile Erin Brokovich (ad esempio la faccenda pesticidi/ Bayer o quella Exxon/ riscaldamento globale. Il libro è strutturato in modo molto preciso ed ordinato con una suddivisione in capitoli molto rigorosa in cui, dopo i primi in cui si ha una necessaria introduzione al problema e una efficace descrizione del rapporto ape/ uomo, davvero “spassoso” quello sull’ape come simbolo di operosità, si passano al vaglio accuratamente – solo la faccenda delle onde elettromagnetiche mi ha lasciato un po’ deluso ma può darsi che gli studi a riguardo siano davvero pochi e quindi sia poco il materiale a disposizione – le diverse ipotesi sulla causa della grande moria (OGM, pesticidi, riscaldamento globale, onde elettromagnetiche, parassiti). Qui spesso, oltre ad esporsi lasciando intendere come la pensi sulla veridicità delle diverse teorie, divaga molto andando a trattare anche di questioni bioetiche, economiche e politiche, dando così una visione d’insieme molto più ampia ma forse non necessaria anche se interessante.sylvie-coyaud

Nella spiegazione delle varie tematiche ci sono frequenti spaccati d’interviste agli addetti ai lavori, da ricercatori a semplici apicultori, che consentono al lettore d’immedesimarsi, vale soprattutto per i secondi, potendo così comprendere l’importanza del problema ed i suoi numeri spaventosi (sia in milioni di euro e dollari, che in percentuali di vittime).

Negli ultimi due capitoli il libro perde un po’ tuttavia. Chiusa la parte inerente le cause della crisi, si ha dapprima uno spaccato davvero molto interessante riguardo la società ed il comportamento delle api svelandone alcune caratteristiche davvero notevoli, che forse poteva esser più adatto nella parte iniziale del testo invece che alla fine dove mi sembra un po’ fuori contesto. Poi nell’ultimo la Coyaud prova a dare un’idea di un possibile futuro in cui, se non ho frainteso, ipotizza come l’uomo potrebbe ovviare all’assenza delle api, scenario che mi sembra quasi certo per l’autrice, e come potrebbe, con soluzioni da reale fantascienza, cercare di tamponare il progressivo riscaldamento planetario.

Quest’ultima parte, nonostante sia molto affascinante mi ha lasciato un po’ perplesso. Sinceramente alcune ipotesi mi sono sembrate un poco strampalate, tipo quella degli ombrellini spaziali per riflettere i raggi solari, e mi é parso che proprio verso la fine forse si sia un poco usciti dal problema CCD (la sindrome che sta decimando le api) passando al tema più generale del global warming. Nonostante ciò si tratta di un libro davvero gradevole ed interessante che mi sento di consigliarvi per avere una visione molto ampia del problema.

di Marco Affini

La scomparsa delle api: una ricerca in Piemonte gennaio 3, 2009

Posted by Marco in ambiente, biologia.
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Nel Verbano Cusio Ossola sta per partire un interessate studio con l’obiettivo di capire come e perché le nostre api stanno morendo

01/ 01/ 2009 -

Da circa un paio d’anni una forte moria sta decimando la popolazione mondiale di molti impollinatori, soprattutto le api. Questo è un problema che può avere ripercussioni sempre più forti con il procedere del tempo. Meno apoidei (il gruppo che contiene api e bombi, ad esempio) portano ad un maggior costo dei prodotti alimentari come frutta e verdura nonchè alla perdita di una grossa fetta della biodiversità a livello degli insetti. Inoltre questi animali sono essenziali per le piante perché con il trasporto dei pollini sono responsabili direttamente della loro riproduzione. ApeAll’origine di questa decimazione globale si pensa che ci possano esser diverse motivazioni:  nuovi parassiti, l’inquinamento delle aree metropolitane, le onde elettromagnetiche dei cellulari e altro ancora.

Proprio per cercare di capire cosa realmente ha provocato tutto ciò (nei soli Stati Uniti le stime parlano della scomparsa di un terzo di questi preziosi animali), in Piemonte sta per partire un piccolo progetto di ricerca, chiamato “Nidi d’ape”, della durata di tre anni che vedrà coinvolti i ragazzi della 3° A e B del corso Biologico dell’ITI Cobianchi di Verbania, l’Ente Parchi e Riserve del Lago Maggiore ed il laboratorio Cereria Nord di Verbania. L’idea di fondo è cercare di capire cosa possa aver causato questo fenomeno valutando come la biodiversità di questi animali sia cambiata nel tempo attraverso una serie di censimenti delle specie presenti.

Il progetto “Nidi d’ape”  prevede la deposizione nel mese di Marzo di alcuni nidi in determinate aree della provincia del V.C.O. Questi saranno controllati ad intervalli regolari fino a Settembre/ Ottobre rilevando così quali specie di apoidei li abbia colonizzati. Il tutto sarà ripetuto anche nel 2010. Alla fine del progetto si dovrebbero così poter fare una stima delle popolazioni di questi preziosi animali ed il loro stato di salute nell’area del V.C.O. nonchè ipotizzare quali cause possano aver provocato questa forte moria.

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