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Recensione di “Armi, acciai e malattie” di Jared Diamond agosto 16, 2010

Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, libri.
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Diamond colpisce ancora nel segno, e siamo a due

Tra i grandi fatti della storia ci sono alcuni avvenimenti che ancora adesso impressionano e lasciano veramente sorpresi. Uno di questi è senza dubbio la conquista spagnola dei due grandi imperi americani ad opera di poche centinaia d’uomini, ma com’è stato possibile? Come un gruppo di conquistadores ha potuto sconfiggere eserciti centinaia di volte più grandi e radere al suolo due tra le più imponenti civiltà del nuovo mondo?

Questa è una delle tante domande a cui Jared Diamond, divulgatore americano tra i più apprezzati, risponde nel suo “Armi, acciai e malattie”  in cui prova con successo a racchiudere e spiegare gli ultimi 13 mila anni di storia, periodo in cui si può racchiudere lo sviluppo dell’intera civiltà umana. Dal popolamento delle aree più remote del pianeta alla scoperta dell’agricoltura, dalla nascita della scrittura fino allo sviluppo delle prime civiltà, Diamond racconta nel suo libro come nei diversi continenti siano andate le cose rispondendo ad una delle più comuni domande della storia umana “perché i popoli europei hanno conquistato tutti gli altri e non è stato il contrario?”.

Una storia affascinante narrata con ordine e grande maestria dal professore dell’Università della California che già con Collasso, il seguito ideale di questo libro, mi aveva molto impressionato.

È fantastico vedere scorrere davanti ai propri occhi vicende fatte dagli uomini di un tempo lontano nelle cui scoperte, nelle cui immani avventure, le radici di quello che noi siamo sono ancorate con la forza dei secoli.

Il libro ha una struttura molto ben organizzata e, dopo una parte iniziale introduttiva, va a trattare dapprima i modi e le motivazioni legate alla scoperta e lo sviluppo dell’agricoltura nei diversi continenti per poi passare alla domesticazione e all’allevamento degli animali domestici passando poi ad “acciaio e alle malattie” e alla nascita dei diversi tipi di società. In ultimo poi un’affascinante giro del mondo in cinque capitoli in cui si verranno a sapere dettagli e vicende del popolamente di grandi aree del mondo come Polinesia, Cina ed Africa. In aggiunta poi con la nuova edizione Diamond ha anche deciso di approfondire molto dettagliatamente la vicenda del Giappone, paese denso di fascino e curiosità.

La narrazione è meticolosa è scorrevole, non raggiunge comunque l’eccellenza di “Breve storia di (quasi) tutto” di Bryson, anche se talvolta il livello d’attenzione può calare drasticamente soprattutto per la grande densità degli argomenti e delle nozioni trattate. Fantastici poi gli aneddoti personali di Diamond riguardo le sue esperienze in Papua – Nuova Guinea, stato che ricompare spesso qua e la nel testo e su cui Diamond non disdegna di gettare luce.

Insomma se vi siete posti qualche domanda sull’umanità e sul perché sia fatta così, bene, può darsi che tra le 360 pagine di “Armi, acciaio e malattie” potrete trovare la risposta ai vostri dilemmi.

“Effetto caldo” di B. Fagan giugno 27, 2010

Posted by Marco in ambiente, antropologia, cibo, libri, paleontologia.
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Dall’editore che ha pubblicato in Italia “Breve storia di (quasi) tutto” ecco un altro interessante libro che parla di scienza, clima e umanità.

Il libro di Fagan, antropologo all’università della California, parla di clima e di umanità ma con un approccio molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Recentemente il clima è stato per mesi al centro dell’agenda di politici e media. Con il COP15 la mobilitazione, e quindi l’attenzione, per la questione è stata massima. Si è parlato di clima, di emissioni, di protocolli e gas serra dando per inteso che sia l’uomo ad agire sul clima, ma è davvero così?

Nel libro di Fargan, a metà tra il romanzo storico ed il meticoloso saggio scientifico, si legge di come molti dei grandi eventi della Storia, dall’espansione dell’impero di Gengis Khan alla caduta del suggestivo impero Khmer siano stati conseguenze del cambiamento climatico. La Storia, sembra voler dire Fargan, è uno spettacolo in cui l’umanità è attore principale con, alla regia, il clima.
Il libro è suddiviso in capitoli che trattano, di volta in volta, le diverse situazioni verificatesi in diverse aree del mondo e orientate a dimostrare come il periodo del Caldo medioevale abbia avuto ripercussioni globali, favorevoli per alcuni, come ad esempio le popolazioni del grande nord, devastanti per altri, Maya prima di tutto.

Fargan da anche ampia descrizione anche sui metodi che hanno permesso ai ricercatori di risalire al clima dei secoli passati. Coralli, alberi, limi, e più in generale, sedimenti, vengono studiati, scavati, analizzati ovunque nel mondo, lasciando talvolta il lettore sorpreso davanti alla precisione, e soprattutto alla globale coerenza, delle informazioni ricavate.

Fargan crea un libro affascinante e talvolta suggestivo pur trattando comunque di scienza. Ogni capitolo comincia con una breve parte romanzata utile, a mio parere, a coinvolgere ulteriormente anche il lettore meno interessato. Piccole pillole di scienza pura, come la spiegazione accurata, e forse un po’ involuta, di alcuni fenomeni metereologiche come el Nino, sono poi disperse qua e la nel libro dando così una buona comprensione di quanto succede ed è conosciuto del sistema Terra.

Da “Effetto Caldo” traspaiono quindi due considerazioni fondamentali: esiste una risorsa fondamentale per l’umanità troppo spesso sottovalutata, l’acqua. Il successo, la caduta, il destino di tutte le popolazioni, di tutta l’umanità sono sempre dipesi direttamente, o indirettamente, dalla disponibilità idrica. Fargan, come è già chiaro a molti, nell’ultimo capitolo dove da le sue considerazioni sulla situazione attuale si sofferma su questo punto lasciando intendere chiaramente come nel futuro prossimo l’acqua assumerà il ruolo ora recitato dal petrolio.
In secondo luogo l’altra considerazione fondamentale: lo sviluppo sostenibile e la capacità di adattamento sono essenziali. La storia, e questo libro parla del binomio storia dell’uomo-storia del clima, spiega chiaramente come, quando in una società si superi il punto critico di sfruttamento del suolo, delle risorse, dovuto molto spesso all’incremento del tasso demografico, si hanno due possibili conseguenze, guerre di conquista oppure implosioni nella società.

“Effetto caldo” è perciò un libro davvero piacevole che ricorda in alcune sue parti “Collasso” di J. Diamond (tra l’altro i due lavorano entrambi in California). Qua è la ci sono alcune grosse imperfezioni che lasciano un po’ interdetti, però resta comunque una validissima e davvero interessante lettura.

” Il mondo senza di noi” di Alan Weisman – le aspettative disattese novembre 20, 2009

Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, energia, libri.
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Solitamente i titoli e le copertine dei volumi hanno una certa attinenza, nel caso de “Il mondo senza di noi” edito da Einaudi la statua della libertà coperta dalle nevi vale più di mille parole e richiama il cinema in stile R. Hemmerich, una lunga sequela di costose catastrofi da “Indipendence day” al neonato “2012″ ma soprattutto “The day after tomorrow”che con il libro ci si aspetta abbia molta attinenza: ed è qui il problema.

Il libro di Weisman, uno dei più clamorosi successi degli ultimi anni nel settore della saggistica, promette di guidare il lettore in un futuro in cui la natura si riprende ciò ch’è suo e che le è stato espropriato senza mezzi termini da un mammifero troppo intraprendente e superficiale: l’uomo. L’idea di un mondo rinselvatichito, in cui le città, prima agglomerati rumorosi e frenetici, divengono deserti mausolei di un mondo che non c’è più, monumenti fatiscenti alla gloria di passati dominatori del mondo, ha un fortissimo fascino. Si pensi a film come “Io sono leggenda” ad esempio, in cui, soprattutto nel caso della versione Hollywodiana con Will Smith, l’ambientazione da sola vale tutta la pellicola.

Dal libro di Weisman mi aspettavo proprio questo: una minuziosa, certosina, magari anche pedante in alcuni casi, spiegazione, narrazione, della lenta riconquista a partire dall’istante zero attraverso i secoli. Un film mentale permeato solo di silenzio e rumori come il crepitio dell’asfalto che si rompe sotto l’attenzione di radici troppo curiose ed impietose per non ferirlo o il canto degli uccelli che hanno nidificato sugli scheletri dei grattacieli, oramai vuote scatole di metallo e calcestruzzo.

Il libro di Weisman però non è questo, o lo è solo in parte, difatti la narrazione, che è comunque gradevole, ballonzola tra l’ecologia e l’antropologia, in prevalenza, usando solo come intermezzo d’effetto gli scenari di un futuro derelitto, specifico per l’argomento trattato. Ad esempio se la narrazione verte sulle condizione perimetrale di alcune riserve naturali africani, in chiusura o in parallelo, Weisman sfrutta il connubio tra immaginazione e dati scientifici per ipotizzare cosa succedere in quella determinata zona se di colpo scomparisse il genere umano.

Il libro ha quindi una sua ciclicità narrativa fatta di:una determinata sequenza di fasi: introduzione alla zona geografica; impatto antropico su di essa; problematiche attuali; scenario futuro senza il fattore antropico. Questo metodo ha grosso pregio se applicato ad alcuni scenari straordinari come la fascia demilitarizzata tra le due Coree o l’area petrolchimica texana, ma perde molto quando si parla di aree meno interessanti come i bordi delle riserve naturali africane o gli atolli del pacifico.

Fantastica è la parte inerente Varosha, una sorta di Las Vegas cipriota abbonata dai greci e mai colonizzata dai turchi dopo la guerra che tutt’ora separa l’isola. La descrizione di una realtà come quella in cui un solo uomo cammina tra i grandi alberghi vuoti, in cui il manto stradale è andato lentamente coprendosi di fiori ed erbe, il tutto immerso nel silenzio era quello che mi aspettavo permeasse il volume e che solo in parte, memorabile anche il capitolo inerente l’energia nucleare che consiglierei di leggere a chi è a favore del piano energetico dell’attuale governo, con l’immancabile richiamo alla suggestiva vicenda di Chernobyl, purtroppo è stata realizzata. Molto spesso l’autore, al contrario, si abbandona a lunghe digressioni di antropo/ecologia di riconosciuto valore didattico ma che smorzano di molto l’eccitazione di chi legge. In più nel testo edito da Eiunaudi v’è un grossolano errore di traduzione: silicon in inglese è silicio e non silicone. Non si capirebbe altrimenti perché nella silicon valley si trovino moltissimi ingegneri elettronici e pochissime maggiorate.

In conclusione il libro di Weisman è decisamente interessante, scordatevi però l’idea di leggere di ipotetiche Tokyo silenziose, New York rinselvatichite e Venezie sommerse, scenari decisamente fantastici e suggestivi ma forse troppo astratti per un saggio con le aspirazioni, forse, del romanzo di fantascienza, ma che saggio è, e resta comunque.

SONDAGGIO: meglio un tradizionale oggi o un OGM domani? maggio 21, 2009

Posted by Marco in biologia, cibo, salute.
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è da un po’ che se ne parla di questi O.G.M. Cibo da laboratorio pensano alcuni immaginandosi pomodori che crescono in ambiente asettico sotto gli occhi di camici bianchi, meglio il Bio che è tradizionale, sano, proprio perché tradizionale, e ci piace di più, poi rispetta l’ambiente! Altri invece dicono: ma questo Biò cos’è? E gli OGM che diavoleria sono? Ma si è stati così bene fin’ora, perché andare a cercarsi “rogne”? Infine gli ultimi, ma non meno importanti, dicono: gli OGM non sono figli nè del demonio nè della Monsanto e basta, e la Monsanto non è il diavolo, perchè non li si dovrebbe mangiare. Sono sani, sono molto più controllati del cibo normale e quindi più sicuri, per di più possono dare dei vantaggi come crescere in ambienti ostili o avere capacità benefiche, perché allora tutto questo ostruzionismo? Per di più costano meno?anonymous-frutta-fresca-5000988

E voi cosa ne pensate: tra tre prodotti, uno biologico che costa un po’ di più, uno convenzionale che è la norma ed uno OGM che costa meno, cosa prendereste? A voi il giudizio…

Intervista ad Angelo Sommaruga maggio 19, 2009

Posted by Marco in ambiente, biologia, cibo, interviste, salute.
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Non ero mai entrato in una cereria. Figurarsi poi farci un’intervista, il rumore dei macchinari al lavoro ed il profumo della cera d’api fusa rendevano quella una sede un po’ “originale” per scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Nessun luogo però sarebbe stato migliore di qAngelo Sommarugauesto visto che si parlava con Angelo Sommaruga, uno dei più importanti apicultori del Verbano. La sua cereria Nord, attiva da più di vent’anni, è divenuta con il tempo un luogo di riferimento per gli apicultori della zona prima,  a livello nazionale, ora. Per questo motivo il sig. Sommaruga è uno dei più importanti collaboratori al progetto “nidi d’ape” sviluppato dall’ITI Cobianchi di Verbania che punta a far luce sullo stato delle popolazioni di apoidei nel Verbano Cusio Ossola e su come la CCD, la grande crisi delle api, abbia colpito anche la lontana provincia piemontese. In quest’intervista il sig. Sommaruga fa il punto sulla situazione nazionale, sulle possibili cause del problema e ci spiega cos’è un apoideo e perché questi piccoli animali siano così importanti per l’uomo e per l’ambiente.

Una piccola e piccante perversione febbraio 20, 2009

Posted by Marco in cibo, medicina, salute.
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Negli anni sulle nostre tavole il piccante è divenuto sempre più presente, gusto dell’esotico e della cucina etnica oppure c’è qualche cosa di più?

Quando penso al termine “piccante” mi vengono in mente due cose: una bella donna in intimo magari sbirciata di nascosto e un piccolo e bitorzoluto vegetale rosso fuoco in un posto soleggiato e caldo. Non è un nesso casuale questo: nel peperoncino, uno dei migliaia di prodotti alimentari che son arrivati in europa solo dopo la scoperta delle Americhe e che hanno invaso la dieta degli europei, un esempio su tutti è la patata, c’è un molecola curiosa: la capsaicina. Si tratta di una molecola presente nelle piante del genere Capsicum, come il peperoncino, che anche in quantità ridotte provoca sudorazione ed incremento della frequenza cardiaca, eventi che si ritrovano anche in situazioni “osè”. Dopo questa fase di eccitazione, ho sentito spesso dire che il peperoncino è un forte afrodisiaco, si passa ad una di rilassamento, preceduta per i più sensibili dall’effetto “bocca in fiamme”,birra-e-curry in cui il sangue si riempie di endorfine come capita anche con il sesso. Il risultato di tutto può esser quasi come piccolo orgasmo…non sorprende quindi che il peperoncino, e più in generale i cibi piccanti o fortemente speziati, siano divenuti sempre più comuni tra di noi edonisti-occidentali.

Solo una decina d’anni fa il cibo piccante per me era limitato al ristorante messicano o ai cibi provenienti dal Sud, soprattutto Calabria, o all’estremo oriente, e che tabasco, curry e wasabi erano più che altro nomi esotici. Questo non vale solo per il “bel paese”: dalle righe del “Economist” risulta infatti che in Gran Bretagna e negli USA il mercato del piccante ha avuto una crescita vorticosa. Questo è dovuto anche alla facilità con la quale ci si può abituare al livello di “piccantezza” di questi prodotti. Un azienda della Luisiana che produce da anni il Tabasco, una salsa concentrata di peperoni molto piccante, sta per lanciare a breve sul mercato una nuova salsa ottenuta da peperoncini ancora più piccanti perché sembra che i clienti siano sempre meno soddisfatti dalla versione tradizionale. Un altro esempio illuminante e la vicenda del naga, una specie di peperoncino originaria del Bangladesh. PeperonciniTrovata quasi per caso da Michael Michaud, resposabile vendite di un’azienda on – line specializzata in questo tipo di prodotti, in un negozietto etnico a Bournemouth, nel sud dell’Inghilterra, un paio d’anni fa, dopo una selezione per esaltarne la piccantezza, è stata proposta a Jonathan Corbett, responsabile vendite della Tesco, una catena di grandi magazzini alimentari britannica. Si pensava che un prodotto così forte avrebbe avuto un decollo difficile, nel nord europa soprattutto la cucina è tipicamente “soft”, invece è andato in pochissimo tempo a ruba tanto che in una filiale di Newcastle le 400 confezioni che si pensava esser sufficienti per un mese sono terminate in una mattinata. Questo conferma le stime dell’Ac Nielsen, un’azienda di ricerche di mercato, che ha studiando il fenomeno ha scoperto che in un anno la domanda di peperoncino nel Regno Unito è lievitata al 18%, alla Tesco addirittura del 29%.

Un’altra cosa abbastanza curiosa riguardo l’uso di condimenti piccanti è che oltre ad esser plindt-peperoncinoiù comuni sono impiegati in abbinamenti che fino a poco tempo fa erano considerati come minimo inusuali. Cioccolato/a, olio d’oliva, cocktails, per fare gli esempi più comuni, sono ora disponibili anche in versione “hot”. Si pensa che questo possa esser dovuto ad un’azione stimolante della capsaicina sul nervo trigemino, responsabile della sensibilità ai sapori,  migliorando così la capacità di sentire i sapori nel cibo, soprattutto per i cibi salati o dolci. Questa molecola ha inoltre un’altra qualità: secondo il parere di molti medici sarebbe in grado di far diminuire i dolori da artrite reumatoide. Ha trovato anche uso sui malati di sclerosi multipla, pazienti con forti menomazioni e su persone sottoposte a chemioterapia. Inoltre esistono anche alcuni prodotti antirughe basati su questa molecola.

Questi potrebbero esser i motivila molecola della capsaicina di questa piccola invasione in corso, a confermare questo c’è anche un ultimo fatto: l’uomo è l’unico mammifero che si nutre di peperoncino. Le altre specie lo evitano come se fosse velenoso. Paul Rozin, professore di psicologia dell’università della Pennsylvania, definisce questo comportamento come “masochismo benigno”: il cibo piccante ci piace perché anche se all’inizio brucia “da matti” e ci fa lacrimare gli occhi poi l’eccitazione prima, e le endorfine dopo, ci danno emozioni così gradevoli da bilanciare i lati negativi.

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