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Recensione di “Armi, acciai e malattie” di Jared Diamond agosto 16, 2010

Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, libri.
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Diamond colpisce ancora nel segno, e siamo a due

Tra i grandi fatti della storia ci sono alcuni avvenimenti che ancora adesso impressionano e lasciano veramente sorpresi. Uno di questi è senza dubbio la conquista spagnola dei due grandi imperi americani ad opera di poche centinaia d’uomini, ma com’è stato possibile? Come un gruppo di conquistadores ha potuto sconfiggere eserciti centinaia di volte più grandi e radere al suolo due tra le più imponenti civiltà del nuovo mondo?

Questa è una delle tante domande a cui Jared Diamond, divulgatore americano tra i più apprezzati, risponde nel suo “Armi, acciai e malattie”  in cui prova con successo a racchiudere e spiegare gli ultimi 13 mila anni di storia, periodo in cui si può racchiudere lo sviluppo dell’intera civiltà umana. Dal popolamento delle aree più remote del pianeta alla scoperta dell’agricoltura, dalla nascita della scrittura fino allo sviluppo delle prime civiltà, Diamond racconta nel suo libro come nei diversi continenti siano andate le cose rispondendo ad una delle più comuni domande della storia umana “perché i popoli europei hanno conquistato tutti gli altri e non è stato il contrario?”.

Una storia affascinante narrata con ordine e grande maestria dal professore dell’Università della California che già con Collasso, il seguito ideale di questo libro, mi aveva molto impressionato.

È fantastico vedere scorrere davanti ai propri occhi vicende fatte dagli uomini di un tempo lontano nelle cui scoperte, nelle cui immani avventure, le radici di quello che noi siamo sono ancorate con la forza dei secoli.

Il libro ha una struttura molto ben organizzata e, dopo una parte iniziale introduttiva, va a trattare dapprima i modi e le motivazioni legate alla scoperta e lo sviluppo dell’agricoltura nei diversi continenti per poi passare alla domesticazione e all’allevamento degli animali domestici passando poi ad “acciaio e alle malattie” e alla nascita dei diversi tipi di società. In ultimo poi un’affascinante giro del mondo in cinque capitoli in cui si verranno a sapere dettagli e vicende del popolamente di grandi aree del mondo come Polinesia, Cina ed Africa. In aggiunta poi con la nuova edizione Diamond ha anche deciso di approfondire molto dettagliatamente la vicenda del Giappone, paese denso di fascino e curiosità.

La narrazione è meticolosa è scorrevole, non raggiunge comunque l’eccellenza di “Breve storia di (quasi) tutto” di Bryson, anche se talvolta il livello d’attenzione può calare drasticamente soprattutto per la grande densità degli argomenti e delle nozioni trattate. Fantastici poi gli aneddoti personali di Diamond riguardo le sue esperienze in Papua – Nuova Guinea, stato che ricompare spesso qua e la nel testo e su cui Diamond non disdegna di gettare luce.

Insomma se vi siete posti qualche domanda sull’umanità e sul perché sia fatta così, bene, può darsi che tra le 360 pagine di “Armi, acciaio e malattie” potrete trovare la risposta ai vostri dilemmi.

Intervista con Antonello Provenzale luglio 20, 2010

Posted by Marco in ambiente, biologia, economia, energia, interviste.
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Buongiorno a tutti, oggi ho il piacere di proporvi una bella intervista con Antonello Provenzale ricercatore dell’ISAC-CNR che da circa trent’anni si occupa studia il clima e l’atmosfera terrestre con diverse pubblicazioni e ricerche di livello internazionale.

Buongiorno professor Provenzale, immagino che avrà seguito con grande interesse gli eventi del meeting di Copenhagen, come considera i risultati raggiunti dall’evento? E si aspettava qualcosa di diverso?

La Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) è stata ampiamente pubblicizzata come un momento epocale per affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici, con la presenza di un grande numero di partecipanti e di Capi di Stato e di Governo, in rappresentanza dei Paesi responsabili a livello mondiale di una larghissima frazione del PIL, della popolazione e delle emissioni di gas serra. Il risultato raggiunto è stato inferiore alle aspettative, ma credo che rappresenti comunque un passo avanti. La politica internazionale ha seguito la strada che era realistico attendersi: il problema del cambiamento climatico è molto complesso da un punto di vista scientifico, le proiezioni climatiche sono tuttora affette da significativi margini di incertezza e la sfida posta dai cambiamenti climatici mette in gioco interessi diversi e spesso contrastanti. In definitiva implica una ridefinizione del tipo di sviluppo della nostra società, da un modello orientato alla crescita senza limiti ad uno orientato alla sostenibilità. Per questo sarebbe ingenuo pensare che, come d’incanto, tutto si possa risolvere senza contrasti e in pochi giorni.

L’aspetto incoraggiante è che, contrariamente a quanto avvenuto nel recente passato, la politica a livello globale ha preso coscienza del problema climatico e sperabilmente continuerà ad occuparsene. Credo che sia importante l’accresciuta attenzione per il ruolo degli aerosol (polveri sottili), specialmente quelli carboniosi, responsabili di una parte non trascurabile del riscaldamento in atto. Politiche di abbattimento delle emissioni di aerosol carboniosi possono avere effetti positivi sia sulla qualità dell’aria (e quindi sulla salute) che sul contenimento temporaneo dell’aumento di temperatura, e sono forse meno complesse da mettere in atto rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Uno degli argomenti che ha fatto più scalpore al summit è stato quello del climate gate, lo scandalo, o presunto tale, dei consigli che diversi climatologi si scambiavano su come rendere più drammatici i risultati delle loro ricerche in ambito climatico “truccandone” i risultati. Che ne pensa lei, che della comunità scientifica fa parte, di questa faccenda? Una manovra politica per screditare il sistema oppure un’abitudine poco lodevole di qualche scienziato poco onesto?

La vicenda dei “messaggi rubati” dal centro inglese è decisamente spiacevole, anche se credo che in definitiva i casi di manipolazione dei dati siano stati estremamente limitati. Personalmente, ho trovato anche molto tristi i messaggi in cui la dialettica scientifica lascia il posto all’insulto e all’astio personale. Questa storia mostra chiaramente il livello di scontro e di tensione raggiunto da alcuni ricercatori, sottoposti spesso ad estenuanti tour de force da parte di “scettici del clima” di professione, addestrati a svolgere un ruolo da disturbatori e guastatori. Con questo, le eventuali manipolazioni non sono giustificabili a nessun livello e per nessun motivo e i responsabili ne stanno pagando le conseguenze. Secondo me, il risultato peggiore di tutto ciò è aver dato l’impressione, spesso esagerata ad arte da alcuni media, che la ricerca scientifica non sia altro che un gioco delle parti di tipo politico. L’errore grave commesso da alcuni ricercatori esasperati non deve diventare una scusa per buttare a mare le importanti e oggettive indicazioni che ci sono fornite dalle attività di ricerca scientifica.

Ma alla luce di quanto accaduto secondo lei le stime fatte dall’IPCC riguardo gli scenari correlati all’incremento delle temperature devono esser rivalutate o restano comunque affidabili e credibili?

Il quadro generale del riscaldamento globale è sostenuto da talmente tante evidenze sperimentali ed empiriche che risulta affidabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Basti pensare alla fusione dei ghiacciai montani, all’aumento in tutte le regioni del mondo dell’acqua di fusione, alla riduzione del ghiaccio marino e delle calotte glaciali artiche, all’aumento del livello marino e a tutti gli altri dati sperimentali che confermano il riscaldamento in corso. Non credo che nessun ricercatore possa mettere in dubbio il sostanziale riscaldamento avvenuto negli ultimi cento anni. Diverso è il discorso su alcuni aspetti e risultati specifici, che in alcuni casi l’IPCC ha riportato in modo errato – basti pensare alla previsione della data di sparizione dei ghiacciai Himalayani. Mentre il quadro generale è chiaro, le sue implicazioni specifiche sono, in alcuni casi, ancora affette da significativi margini di incertezza.

Conoscerà sicuramente B. Lomborg, lo statistico danese che è forse la voce più importante tra i detrattori di Kyoto e che propone di dirottare le risorse economiche destinate a Kyoto a settori come la ricerca su tecnologie a bassa emissione, e di passare dall’idea di contrastare il riscaldamento globale a quella di adattarvisi, cosa ne pensa? Sono suggerimenti accettabili e intelligenti o solo “fumo negli occhi”?

L’adattamento è assolutamente necessario. Anche se dovessimo interrompere subito le emissioni di gas serra e aerosol (cosa abbastanza impensabile), l’inerzia del sistema climatico è tale che la temperatura continuerebbe comunque a crescere. Quindi, l’adattamento a condizioni più calde è fondamentale. Ma l’adattamento non basta: oltre un certo limite di aumento di temperatura (indicativamente posto a 2 °C in più rispetto all’epoca pre-industriale, ovvero circa 1.2 °C rispetto ad oggi), i costi dell’adattamento diventano così alti da rischiare di essere insostenibili, e comunque tendono a diventare maggiori dei costi delle strategie di mitigazione basate sulla riduzione di emissioni di aerosol e gas serra.

Ma davvero, come molti pensano, il riscaldamento globale è il più importante problema per l’umanità? Non ci sono problematiche di maggiore priorità e di più facile soluzione come l’eradicazione di malattie come malaria e tubercolosi che ogni anno provocano centinaia di migliaia di morti, oppure la crisi idrica di molti paesi che oltre a rendere insostenibili le condizioni di vita ne blocca alla base ogni possibile sviluppo? Non le sembra che il riscaldamento globale sia visto quasi alla stregua di una soluzione finale per tutti i mali del mondo?

Dipende dalla prospettiva. Per un rifugiato in un campo profughi, il cambiamento climatico non è così importante. Ma se l’aumento del livello del mare rischia di rendere inabitabili alcune isole, per gli abitanti di quei posti il problema è serio. Inoltre, un aumento delle temperature è probabilmente causa di una maggiore espansione di malattie e di condizioni di potenziale siccità in ampie aree della Terra. Un inaridimento severo del Nord Africa avrebbe conseguenze disastrose sull’Africa e sull’Europa, con migrazioni di massa e innesco di instabilità sociali… Naturalmente, non tutte le conseguenze sono negative: inverni più miti alle medie latitudini comportano una minore incidenza di malattie cardiovascolari. Ma anche una maggiore sopravvivenza di parassiti durante l’inverno. E se gli inverni sono più miti, anche le estati sono probabilmente più calde. Per esempio, le proiezioni dei modelli climatici indicano che in uno scenario di riscaldamento globale ci si deve aspettare una probabilità molto maggiore di estati siccitose (come nel 2003) in Francia e in Italia del nord.

Il riscaldamento globale non è l’unico problema che dobbiamo affrontare, e certamente la mitigazione del riscaldamento globale non è la soluzione di tutti i mali e non deve diventare un alibi per non affrontare gli altri problemi, anche ambientali, che incombono. Tuttavia, l’aumento delle temperature in molti casi peggiora anche gli altri aspetti, e quindi è un problema che va affrontato. E’ la prima volta che l’umanità compie un esperimento di modifica ambientale a scala globale, e non è detto che il risultato sia un’ambiente più piacevole per la nostra sopravvivenza.

Un ultima domanda: una delle obiezioni più forti mosse a tutta la teoria del riscaldamento globale è che il clima non sia costante nel tempo. Non pensa che tutti gli scenari sulle conseguenze del riscaldamento globale siano orientati ad un catastrofismo forzato? Se nel passato, con società molto meno evolute a livello tecnologico, l’umanità è sopravvissuta, perché dovrebbe andare crisi proprio ora?

Il clima della Terra varia di continuo, ed è sempre variato. Negli ultimi 200 anni, oltre alle cause naturali si è aggiunto l’aumento dei gas serra atmosferici, in seguito alle attività umane legate all’industrializzazione, al massiccio uso di combustibili fossili e al rapido aumento della popolazione. L’effetto diretto, radiativo, dei gas serra è facilmente calcolabile. Più difficile invece è quantificare gli effetti dei meccanismi di amplificazione innescati dall’aumento della temperatura (per esempio, l’aumento della concentrazione di vapor d’acqua e le modifiche nella copertura nuvolosa e nella risposta della vegetazione). Si ritiene che il riscaldamento in atto oggi sia un fenomeno nuovo rispetto a quanto avvenuto nell’ultimo migliaio di anni, e forse anche più. Il Medioevo è stato un periodo caldo, ma la maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che le temperature siano state comunque inferiori rispetto a quelle odierne, e che il cosiddetto “optimum” medioevale sia stato un evento circoscritto ad un’area geografica, come lo fu anche la piccola era glaciale fra il 1650 e il 1850 circa.

Certamente 60 milioni di anni fa la Terra era molto più calda di quanto lo sia adesso, ma allora non c’erano nè gli esseri umani nè la loro civiltà complessa. Pochi esseri umani con vita nomadica possono sopravvivere a forti cambiamenti climatici (siamo passati attraverso l’ultimo periodo glaciale e la deglaciazione, per esempio), ma una civiltà complessa e caratterizzata da grandi infrastrutture fisse (città, industrie, agricoltura, confini nazionali…) è molto meno resistente al cambiamento di una tribù di cacciatori-raccoglitori. Oggi, un innalzamento della temperatura media della superficie terrestre di qualche grado non segnerebbe certamente la fine del mondo, e neppure quello della specie umana. Tuttavia, potrebbe innescare fenomeni di carestie, migrazioni di massa, guerre e altre calamità che renderebbero il mondo un posto assai diverso di come lo conosciamo adesso, almeno in occidente.

Va anche ricordato che i grandi organismi internazionali pubblici (per esempio, l’ONU e le sue varie oranizzazioni) e privati (per esempio, le compagnie di ri-assicurazione), e i governi più lungimiranti stanno sviluppando strategie per affrontare i disagi e i problemi che si potranno manifestare nel caso di riscaldamento globale severo, quali, appunto, le ondate di migranti attese dai paesi colpiti da siccità e carestie e l’aumento dei rischi legati a fenomeni meteorologici divenuti più intensi. Il catastrofismo è sempre da evitare (e concordo che talvolta alcuni climatologi si sono lasciati trasportare verso la drammatizzazione), ma è anche necessario evitare l’incoscienza e la superficialità del vivere alla giornata.

Oggi, è anche in gioco il diritto degli esseri umani (di tutti gli esseri umani) a vivere in condizioni dignitose. Le proiezioni indicano che molto probabilmente il riscaldamento globale colpirà in modo particolarmente severo quei paesi che già oggi sono più poveri e più esposti alla violenza degli uragani e delle siccità, con infrastrutture più fragili. La sfida, oggi, è saper utilizzare il problema posto dal riscaldamento globale come motore di sviluppo equo, di evoluzione della tecnologia, della società e dei meccanismi produttivi, non certo come scusa per chiudersi in un millenarismo catastrofista.

Antonello Provenzale

“Effetto caldo” di B. Fagan giugno 27, 2010

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Dall’editore che ha pubblicato in Italia “Breve storia di (quasi) tutto” ecco un altro interessante libro che parla di scienza, clima e umanità.

Il libro di Fagan, antropologo all’università della California, parla di clima e di umanità ma con un approccio molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Recentemente il clima è stato per mesi al centro dell’agenda di politici e media. Con il COP15 la mobilitazione, e quindi l’attenzione, per la questione è stata massima. Si è parlato di clima, di emissioni, di protocolli e gas serra dando per inteso che sia l’uomo ad agire sul clima, ma è davvero così?

Nel libro di Fargan, a metà tra il romanzo storico ed il meticoloso saggio scientifico, si legge di come molti dei grandi eventi della Storia, dall’espansione dell’impero di Gengis Khan alla caduta del suggestivo impero Khmer siano stati conseguenze del cambiamento climatico. La Storia, sembra voler dire Fargan, è uno spettacolo in cui l’umanità è attore principale con, alla regia, il clima.
Il libro è suddiviso in capitoli che trattano, di volta in volta, le diverse situazioni verificatesi in diverse aree del mondo e orientate a dimostrare come il periodo del Caldo medioevale abbia avuto ripercussioni globali, favorevoli per alcuni, come ad esempio le popolazioni del grande nord, devastanti per altri, Maya prima di tutto.

Fargan da anche ampia descrizione anche sui metodi che hanno permesso ai ricercatori di risalire al clima dei secoli passati. Coralli, alberi, limi, e più in generale, sedimenti, vengono studiati, scavati, analizzati ovunque nel mondo, lasciando talvolta il lettore sorpreso davanti alla precisione, e soprattutto alla globale coerenza, delle informazioni ricavate.

Fargan crea un libro affascinante e talvolta suggestivo pur trattando comunque di scienza. Ogni capitolo comincia con una breve parte romanzata utile, a mio parere, a coinvolgere ulteriormente anche il lettore meno interessato. Piccole pillole di scienza pura, come la spiegazione accurata, e forse un po’ involuta, di alcuni fenomeni metereologiche come el Nino, sono poi disperse qua e la nel libro dando così una buona comprensione di quanto succede ed è conosciuto del sistema Terra.

Da “Effetto Caldo” traspaiono quindi due considerazioni fondamentali: esiste una risorsa fondamentale per l’umanità troppo spesso sottovalutata, l’acqua. Il successo, la caduta, il destino di tutte le popolazioni, di tutta l’umanità sono sempre dipesi direttamente, o indirettamente, dalla disponibilità idrica. Fargan, come è già chiaro a molti, nell’ultimo capitolo dove da le sue considerazioni sulla situazione attuale si sofferma su questo punto lasciando intendere chiaramente come nel futuro prossimo l’acqua assumerà il ruolo ora recitato dal petrolio.
In secondo luogo l’altra considerazione fondamentale: lo sviluppo sostenibile e la capacità di adattamento sono essenziali. La storia, e questo libro parla del binomio storia dell’uomo-storia del clima, spiega chiaramente come, quando in una società si superi il punto critico di sfruttamento del suolo, delle risorse, dovuto molto spesso all’incremento del tasso demografico, si hanno due possibili conseguenze, guerre di conquista oppure implosioni nella società.

“Effetto caldo” è perciò un libro davvero piacevole che ricorda in alcune sue parti “Collasso” di J. Diamond (tra l’altro i due lavorano entrambi in California). Qua è la ci sono alcune grosse imperfezioni che lasciano un po’ interdetti, però resta comunque una validissima e davvero interessante lettura.

“Stiamo freschi” di B. Lomborg – Mondadori 2008 dicembre 31, 2009

Posted by Marco in ambiente, economia, energia, libri.
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Il cambiamento climatico è l’argomento più trattato di quest’anno. Quindi non c’era libro più adeguato per concludere il 2009 che “Stiamo freschi” del danese B. Lomborg, una delle pochissime voci autorevolmente fuori dal coro.

Lomborg, professore associato di statistica presso l’università danese di Aarhus, deve la sua notorietà, e anche l’antipatia di molti, al suo primo lavoro, “L’ambientalista scettico”del 2001, in cui si pone, cosa che conferma anche in questo libro, in chiaro disaccordo con la corrente catastrofista-ecologista che vede nel riscaldamento globale il più grave pericolo per la nostra civiltà e per la vita sul pianeta (per farsi un’idea basti vedere il video di apertura di Copenhagen 2009).

Al Gore

In questo secondo libro Lomborg pone l’accento proprio sul protocollo di Kyoto, argomento principe dell’appena terminato meeting di Danimarca, valutandone secondo il metro dei costi/ benefici l’effettiva utilità e mettendo in luce le molte ipocrisie, soprattutto dal punto di vista politico, di coloro che del protocollo hanno fatto una panacea per i mali del pianeta e un grosso vantaggio a livello di immagine, in primis Al Gore che del fronte ambientalista è senza dubbio il maggiore e più importante esponente e l’IPPC, lo strumento creato dalle nazioni unite per valutare scientificamente la tematica del cambiamento climatico che con il tempo si è politicizzato.

Bjorn Lomborg

Lomborg non contrasta l’effettiva realtà del riscaldamento globale, cosa che  sarebbe assurda viste le tantissime prove scientifiche a riguardo, ma consigliando di abbassare i toni del dibattito, che talvolta hanno raggiunto il livello dell’isteria collettiva (si riguardi nuovamente il video di presentazione di Copenhagen) e della “caccia alle streghe” (l’autore venne accusato da molti esponenti della comunità scientifica di disonestà dopo la pubblicazione de “L’ambientalista scettico”), valuta criticamente il protocollo e le previsioni di sventura per il nostro “dopo-domani” suggerendo soluzioni alternative, intelligenti ed economiche e ricordando poi come oltre al problema del clima, senza dubbio importante e mai messo in discussione dall’autore, esistano anche altre problematiche di uguale, se non maggiore, priorità  come l’HIV e la malaria.

Tra una gran massa di cifre, note e percentuali il lettore troverà diversi spunti davvero interessanti e avrà, o almeno così è successo a chi scrive, l’impressione terminato il volume di non aver in mano una verità assoluta, cosa impossibile in ambito scientifico, ma la possibilità di poter vedere il tutto da un’altra, e più oggettiva, prospettiva pensando a un futuro sicuramente più tiepido ma senza atolli sommersi e catastrofi imminenti.

Kyoto, cos’è(era) e come funziona dicembre 16, 2009

Posted by Marco in ambiente, economia, energia.
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Il protocollo di Kyoto è uno degli argomenti su cui si basa l’incontro di Copenhagen. Ma come funziona e cosa stabilisce e perché molti vogliono cancellarlo?

Sottoscritto l’11 Dicembre del 1997 da circa 160 paesi, il protocollo di Kyoto è un complesso accordo internazionale inerente il taglio dell’emissioni in atmosfera di sei potenti gas serra (l’anidride carbonica, il metano, l’ossido di azoto, gli idrofluorocarburi, i perfluorocarburi e l’esafluoruro di zolfo) ritenuti responsabili, secondo un gran numero di esperti, di un progressivo, e anomalo, surriscaldamento del pianeta: il Global Warming

Gli orsi polari: una delle specie più rischio secondo molti

che, secondo gli scenari dell’IPCC, il gruppo di studio internazionale delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, dovrebbe portare ad un riscaldamento della temperatura del pianeta compreso tra l’1,1 ed i 6,4 °C entro la fine del secolo con un enorme variabilità di scenari in cui i più drammatici parlano, ad esempio, di fusione delle calotte polari con il conseguente innalzamento del livello medio degli oceani, desertificazione di vaste aree mondiali e diffusione in nuove aree di malattie tropicali. Questo se non si avrà una riduzione nei volumi di gas serra rilasciati in atmosfera da parte, soprattutto, dei paesi sviluppati.

Pale eoliche per lo sfruttamento dell'energia eolica

L’accordo stabilisce che i paesi industrializzati che lo hanno adottato, tutti tranne gli Stati Uniti dell’allora governo Bush (Clinton lo aveva in principio approvato ma poi il texano ritrattò), s’impegnino a tagliare, in un periodo compreso tra il 2008 – 2012, una quota superiore al 5% del volume dei gas serra rilasciati ai tempi del 1990. In più prevede un meccanismo di crediti/debiti per le emissioni orientato ad accompagnare verso uno sviluppo “verde” i paesi del secondo e terzo mondo. Difatti i paesi industrializzati possono ridurre le loro emissioni sia in modo diretto, aumentando l’efficienza e diminuendo i consumi e soprattutto gli sprechi, del loro apparato economico ed orientandolo verso fonti d’energia pulita; che in modo indiretto acquisendo crediti di emissione, una sorta di permesso di inquinare per determinate quantità, sviluppando in altri paesi, sia in via si sviluppo che non, progetti e strutture che portino vantaggi sia ambientali che sociali. In pratica i paesi che non vogliono/ possono ridurre le loro emissioni nei tempi stabiliti sviluppano in altri paesi strutture/ progetti che dovrebbero compensare l’inquinamento che producono “a casa loro”. In più i paesi particolarmente virtuosi che ridurranno a livelli inferiori di quelli stabiliti a priori le loro emissioni potranno vendere la loro quota in surplus a quelli che non riuscirebbero a raggiungere gli obiettivi stabiliti. Si verrebbe perciò a creare un mercato dove i gas inquinanti, sotto forma di determinate quantità scaricabili, hanno un determinato valore economico e sono trasferibili attraverso una sorta di borsa globale.

L'India: uno dei giganti industriali

Visto che l’adozione del protocollo comporta un forte impegno sia economico che politico da parte dei paesi che lo adottarono si decise, per non limitarne lo sviluppo già difficile, di non obligare a sottostare a determinate quote di emissione i paesi in via di sviluppo tra cui anche India e Cina, quest’ultime poiché ritenute, causa il loro giovane apparato industriale, non responsabili, se non di una minima parte, dei 500 miliardi circa di tonnellate, solo di anidride carbonica, riversate in atmosfera a partire dalla rivoluzione industriale di metà 19° secolo.

Bjorn Lomborg

Tuttavia il protocollo, che è entrato in vigore solo il 16 Aprile del 2005, ben 8 anni dopo la sua sottoscrizione, con la rettifica da parte della Russia attraverso cui è arrivato a interessare più del 55% (il 61,6%) delle emissioni mondiali, parametro soglia per la sua entrata in azione, ha subito trovato un gran numero di contestatori. Escludendo gli Stati Uniti, nella quale la lobby dei petrolieri, categoria alla quale apparteneva anche il presidente Bush, poco favorevole per motivi economici alle tematiche di Kyoto, una riduzione delle emissioni porterebbe ad un’ovvia contrazione nei consumi di gas e petrolio, ha un importante peso politico/economico, anche in altre parti del mondo si son alzate voci contrarie al protocollo. Tra queste una delle più note e interessanti è quella di B. Lomborg, statistico dell’Università di Aarhus. Alla base delle sue obiezioni ci sono diversi fattori tra cui gli scenari spaventosi collegati al riscaldamento globale, ritenuti per nulla attendibili e molto meno intensi di quanto spesso pubblicizzato, e la constatazione che l’approccio di Kyoto ha portato a ben pochi risultati sin’ora e sia stata piuttosto uno spreco di risorse. Secondo Lomborg, che tratta l’argomento sotto il profilo statistico/economico la migliore soluzione possibile è prima di tutto un investimento nelle tecnologie verdi, così da renderle convenienti sul mercato ed accessibili a tutti, e un intervento prioritario, soprattutto, su problemi di maggiore immediatezza come il contenimento di malattie come l’Aids e la malaria. Attraverso questo, sempre secondo lo statistico danese, si potranno avere effetti più immediati ed efficaci con un volume di sacrifici economici minori anche perché, secondo lo scienziato danese, il riscaldamente globale potrebbe esser tuttaltro che uno svantaggio.

Una pianeta dai mille collegamenti gennaio 6, 2009

Posted by Marco in ambiente, biologia.
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Dalle pagine di Repubblica emerge che tra i tanti fattori che agiscono sul clima, oltre all’uomo, anche il ferro dei ghiacci polari ha un suo importante ruolo.

06/01/09 – Più sono gli studi sul clima e più ci sono sorprese. L’importanza delle foreste come serbatoi di CO2 e polmoni del pianeta è cosa nota da molto tempo. Lo stesso vale per l’importanza delle grandi correnti marine che spostando grandi volumi d’acqua calda vanno a mitigare il clima delle coste vicino cui passano. Si è poi scoperto che anche i deserti hanno una loro importanza perchè riflettendo moltissima luce senza assorbirne il calore raffreddano il pianeta (e lo stesso vale per i poli). Ora anche gli iceberg, il loro scioglimento in particolare, sembra influire il clima.

iceberg

Nei grandi ghiacci del polo Sud sono accumulati un gran numero di composti chimici differenti. Alcuni di questi vengono impegati per ricostruire il clima del passato (isotopi dell’Ossigeno) alle cui variazioni è collegata la concentrazione di queste molecole. Ora, da uno studio dell’Università di Leeds (Gran Bretagna), si è scoperto che anche il ferro di questi ghiacci ha un ruolo importantissimo nella crescita del fitoplancton.plancton

Era già noto come questo elemento avesse lo ruolo di fecondatore oceanico. I grandi venti che trasportano le sabbie desertiche nei mari non fanno altro che dare cibo agli oceani. Cibo sottoforma di ferro che alimenta il primo anello della catena alimentare dei mari: il fitoplancton. Tuttavia s’ingnorava che anche i ghiacci del polo Sud potessero avere un ruolo così importante. “La maggior parte dei sedimenti trasportati dagli iceberg hanno poca importanza, ma un’analisi con microscopi ad alta risoluzione ha messo in luce grandi quantità di ferro con dimensioni nanometriche, il quale potrebbe avere un significativo impatto sulla crescita del plancton nell’oceano che circonda il Polo Sud” dice Rob Raiswell, uno degli scienziati che hanno fatto la scoperta.

Rob RaiswellL’importanza di tutto questo sta nel fatto che il fitoplancton è una sorta di microscopica foresta marina in cui milioni di miliardi di piccole alghe sfruttano il ferro, oltre ad altri componenti chimici, per svilupparsi e che, mediante la fotosintesi (lo stesso meccanismo svolto ad esempio dalle grandi foreste equatoriali o dal boschetto dietro casa), impiegano la CO2 per cibarsi. In questo modo questi piccoli organismi vanno a sottrarre il potente gas serra dall’atmosfera.

Con il maggior scioglimento dei ghiacci collegato al riscaldamento del clima, un maggiore volume di ferro dovrebbe finire negli oceani  provocando una forte crescita del fitoplancton che potrebbe così assorbire molta della CO2 emessa dall’uomo rallentando l’aumento della temperatura terrestre. Una sorta di “tampone climatico” in grado quindi di agire da riduttore, o quantomeno rallentatore, del riscaldamento globale.

Non è la prima volta che ci si trova davanti ad un fenomento del genere. Molti fattori ecologici del pianeta sono collegati tra di loro a creare una sorta di “equilibro climatico globale” che, se alterato, ha meccanismi che si attivano per compensare la variazione in sè. Tuttavia sorprendono sempre più il numero e la raffinatezza di questi fattori.

di Marco Affini

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