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In un mondo di gas gennaio 17, 2010

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Ci sono parti del mondo più inquinate di altre? E quali sono le città più inquinate e quelle meno? Ma ora quali sono i paesi e i continenti che inquinano di più? In questa grafica troverete la risposta

Il Copenhagen accord gennaio 17, 2010

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eccovi il testo del Copenhagen Accord, il documento redatto dai rappresentanti di Usa – Cina – Brasile – India e Sud Africa e di cui il meeting di Copenhagen ha preso atto

  1. Noi sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più importanti sfide del nostro tempo. Enfatizziamo la nostra forte volontà politica di intervenire urgentemente per combattere il cambiamento climatico in ottemperanza ai principi delle comuni ma differenziate responsabilità e capacità. Per raggiungere il più recente obiettivo della Convention di stabilizzare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da prevenire nocive interferenze dell’uomo sul sistema climatico, noi dovremo, riconoscendo le ricerche scientifiche che sostengono che il riscaldamento delle temperature globali dovrebbe essere contenuto entro i 2°C, sulle basi dell’equità e nel contesto dello sviluppo sostenibile, incrementare le nostre azioni cooperative a lungo termine di contrasto al cambiamento climatico. Noi riconosciamo gli effetti del cambiamento climatico e l’impatto delle misure in sua risposta per i paesi con particolare vulnerabilità nei confronti delle sue conseguenze negative e riconosciamo l’importanza di stabilire un efficace programma di adattamento dotato di supporto internazionale.

  1. Noi concordiamo che importanti tagli alle emissioni globali sono richiesti in accordo agli studi scientifici, e come documentato dal 4° Report dell’IPCC che indica come necessaria una riduzione globale delle emissioni per contenere entro i 2°C il riscaldamento delle temperature globali, e l’importanza di mettere in atto azioni per raggiungere questo importante obiettivo con l’ausilio della scienza e secondo le basi dell’equità. Noi dovremo cooperare al raggiungimento del taglio nelle emissioni globali e nazionali il prima possibile, riconoscendo che il tempo necessario per fare questo sarà maggiore nei paesi in via di sviluppo e con la coscienza che lo sviluppo sociale ed economico e l’eradicazione della povertà siano le prime e più importanti priorità per questi paesi e che una strategia di sviluppo a basse emissioni è indispensabile ai fini dello sviluppo sostenibile.

  1. L’adattamento agli effetti avversi del cambiamento climatico e il potenziale impatto delle misure impiegate sono un sfida affrontata da tutti i paesi. Si richiede urgentemente di cominciare un’azione cooperativa internazionale sull’adattamento per assicurare l’implementazione di quanto stabilito nella Convention attivando e supportando l’adozione delle azioni di adattamento mirate a ridurre la vulnerabilità nei paesi in via di sviluppo, specialmente in quelli che sono particolarmente vulnerabili come gli ultimi paesi sviluppatisi, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Noi concordiamo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire adeguate, sicure e affidabili risorse finanziarie, tecnologiche e infrastrutturali per supportare l’adozione delle misure di adattamento nei paesi in via di sviluppo

  1. Le parti coinvolte nell’annesso I promettono di perseguire individualmente o in comune gli obiettivi a livello di economia e di emissioni stabiliti per il 2020, obiettivi da sottoscriversi nel modo stabilito nell’appendice I del gruppo dell’annesso I al segretariato entro 31 Gennaio 2010 attraverso la compilazione in un documento (INF). I paesi del gruppo dell’annesso I che erano già coinvolti nel protocollo di Kyoto dovrebbero aumentare ulteriormente i tagli delle loro emissioni rispetto a quanto stabilito con il protocollo di Kyoto. Il conseguimento nella riduzione delle emissioni e nel supporto finanziario dei paesi sviluppati saranno rilevati, riportati e verificati in accordo a quelli esistenti e con ogni ulteriore linea guida adottata dalla Conferenza delle Parti, e sarà assicurato che la sottoscrizione di questi obiettivi sia rigorosa, seria e trasparente.

  1. Il gruppo dei paesi non coinvolti nell’annesso I della convention che svolgeranno azioni di mitigazione, le includeranno a quelle sottoscritte al segretariato dal gruppo dei non parte dell’annesso I nel documento dato in Appendice II entro il 31 Gennaio 2010 con la compilazione di un documento, coerente con l’articolo 4.1 e 4.7 e con il concetto di sviluppo sostenibile. I paesi di recente sviluppo e quelli insulari in via di sviluppo potranno effettuare volontariamente azioni di supporto. Le azioni di mitigazione susseguentemente effettuate e previste dal gruppo non dell’annesso I, includendo report inventariali nazionali, dovrebbero esser comunicate attraverso comunicati nazionali coerenti con l’articolo 12.1 (b) ogni due anni sulle basi delle linee guida da adottarsi nella Conferenza dei Gruppi. Queste azioni di mitigazione indicate nelle comunicazioni nazionali o ulteriormente comunicate al Segretariato saranno aggiunte alla lista nella appendice II. Le azioni di mitigazione svolte dal gruppo dei non parte all’annesso I saranno soggetto di misurazioni, analisi e verifiche di confronto con quanto stabilito e riportato nei comunicati nazionali biennali. I paesi non parte dell’annesso I comunicheranno informazioni sull’attuazione delle azioni svolte attraverso comunicati nazionali, con provvedimenti per la consultazione e l’analisi internazionale in accordo alle linee guida chiaramente definite che assicureranno il rispetto della sovranità nazionale. Le appropriate azioni di mitigazione nazionali che cercheranno supporto internazionale saranno iscritte in un registro insieme ai loro parametri di rilevanza tecnologica, finanziaria e infrastrutturale. Queste azioni supportate saranno aggiunte alla lista dell’appendice II. Queste azioni di mitigazione supportate a livello nazionale saranno soggette a misure, rilevazioni e analisi internazionali in accordo alle linee guida adottate dalla conferenza delle parti.

  1. Noi riconosciamo il ruolo cruciale della deforestazione e della degradazione delle foreste nelle emissioni e il contributo nella rimozione dei gas serra da parte delle foreste e concordiamo sul bisogno di fornire incentivi positivi a queste azioni attraverso l’immediata creazione di un meccanismo includente i REED – plus, per attivare la mobilitazione di risorse finanziarie dai paesi sviluppati.

  1. Noi decidiamo di conseguire vari approcci, incluse le opportunità nell’uso di mercati, per migliorare il rapporto costo/effetti e promuovere le azioni di mitigazione. I paesi in via di sviluppo, specialmente quelli con economie a basse emissioni dovrebbero fornire incentivi per continuare lo sviluppo sul sentiero delle basse emissioni.

  1. Suggeriamo la creazione di un fondo dotato di un’adeguata base economica sviluppato per esser accessibile ai paesi in via di sviluppo, in accordo con i provvedimenti della convention, per abilitare e supportare le azioni di mitigazione attivate, includendo sostanziali risorse finanziarie per ridurre le emissioni legate alla deforestazione e alla degradazione delle foreste (REDD-plus), adattamento, tecnologie di sviluppo e trasferimento infra strutturare, per quanto stabilito dalla convention. Il gruppo dei paesi sviluppati fornirà nuove e addizionali risorse, inclusa la riforestazione e gli investimenti attraverso istituzioni internazionali, per un ammontare di 30 miliardi di dollari per il periodo 2010 – 2012 da ripartirsi equilibratamente tra adattamento e mitigazione. I fondi per l’adattamento saranno resi prioritari per i paesi vulnerabili in via di sviluppo, come per quelli di ultimo sviluppo, piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Africa. Nel concetto del pieno significato delle azioni di mitigazione e trasparenza nell’implementazione, per raggiungere questo obiettivo i paesi sviluppati s’impegnano a mobilitare il più facilmente possibile 100 miliardi di dollari per il 2020 per le necessità dei paesi in via di sviluppo. Questi fondi proverranno da un ampio ventaglio di risorse, pubbliche e private, bilaterali e multilaterali, includenti fonti finanziarie alternative. Nuovi fondi multilaterali per l’adattamento saranno forniti attraverso efficienti ed efficaci accorgimenti, con una amministrazione strutturata per fornire uguale rappresentazione tra paesi sviluppati e non. Una significante parte di questi fondi dovrebbe provenire dal Copenhagen Green Climate Found.

  1. A questo punto, un gruppo di analisi sarà creato sotto la guida e la responsabilità della Conferenza dei gruppi per studiare il contributo delle potenziali fonti di rendita, includendo fonti finanziarie alternative, per raggiungere questo obiettivo.

  1. Noi stabiliamo che il Copenhagen Green Climate Found, dovrebbe esser creato come un’entità operativa dei meccanismi finanziari della convention per supportare progetti, programmi, politiche e altre attività nei paesi in via di sviluppo relazionate alla mitigazione, includendo l’REDD-plus, adattamento, capacità infrastrutturale, sviluppo tecnologico e trasferimento.

  1. In conseguenza all’avvio dell’azione di sviluppo e trasferimento delle tecnologie noi decidiamo di stabilire un meccanismo per accelerare lo sviluppo tecnologico e il trasferimento in supporto di azioni di adattamento e mitigazione che saranno guidati con un approccio stato-pilota che sarà basato su priorità e circostanze nazionali.

  1. Noi auspichiamo che entro il 2015 vi sia la rettifica di questo accordo, inclusi gli ultimi obiettivi stabiliti dalla Convention. Questo dovrebbe includere considerazioni sulla forza degli obiettivi a lungo termine riferendosi alle varie argomentazioni presentate dalla scienza, incluse quelle in relazione all’aumento di un 1,5°C della temperatura media.

“Stiamo freschi” di B. Lomborg – Mondadori 2008 dicembre 31, 2009

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Il cambiamento climatico è l’argomento più trattato di quest’anno. Quindi non c’era libro più adeguato per concludere il 2009 che “Stiamo freschi” del danese B. Lomborg, una delle pochissime voci autorevolmente fuori dal coro.

Lomborg, professore associato di statistica presso l’università danese di Aarhus, deve la sua notorietà, e anche l’antipatia di molti, al suo primo lavoro, “L’ambientalista scettico”del 2001, in cui si pone, cosa che conferma anche in questo libro, in chiaro disaccordo con la corrente catastrofista-ecologista che vede nel riscaldamento globale il più grave pericolo per la nostra civiltà e per la vita sul pianeta (per farsi un’idea basti vedere il video di apertura di Copenhagen 2009).

Al Gore

In questo secondo libro Lomborg pone l’accento proprio sul protocollo di Kyoto, argomento principe dell’appena terminato meeting di Danimarca, valutandone secondo il metro dei costi/ benefici l’effettiva utilità e mettendo in luce le molte ipocrisie, soprattutto dal punto di vista politico, di coloro che del protocollo hanno fatto una panacea per i mali del pianeta e un grosso vantaggio a livello di immagine, in primis Al Gore che del fronte ambientalista è senza dubbio il maggiore e più importante esponente e l’IPPC, lo strumento creato dalle nazioni unite per valutare scientificamente la tematica del cambiamento climatico che con il tempo si è politicizzato.

Bjorn Lomborg

Lomborg non contrasta l’effettiva realtà del riscaldamento globale, cosa che  sarebbe assurda viste le tantissime prove scientifiche a riguardo, ma consigliando di abbassare i toni del dibattito, che talvolta hanno raggiunto il livello dell’isteria collettiva (si riguardi nuovamente il video di presentazione di Copenhagen) e della “caccia alle streghe” (l’autore venne accusato da molti esponenti della comunità scientifica di disonestà dopo la pubblicazione de “L’ambientalista scettico”), valuta criticamente il protocollo e le previsioni di sventura per il nostro “dopo-domani” suggerendo soluzioni alternative, intelligenti ed economiche e ricordando poi come oltre al problema del clima, senza dubbio importante e mai messo in discussione dall’autore, esistano anche altre problematiche di uguale, se non maggiore, priorità  come l’HIV e la malaria.

Tra una gran massa di cifre, note e percentuali il lettore troverà diversi spunti davvero interessanti e avrà, o almeno così è successo a chi scrive, l’impressione terminato il volume di non aver in mano una verità assoluta, cosa impossibile in ambito scientifico, ma la possibilità di poter vedere il tutto da un’altra, e più oggettiva, prospettiva pensando a un futuro sicuramente più tiepido ma senza atolli sommersi e catastrofi imminenti.

Kyoto, cos’è(era) e come funziona dicembre 16, 2009

Posted by Marco in ambiente, economia, energia.
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Il protocollo di Kyoto è uno degli argomenti su cui si basa l’incontro di Copenhagen. Ma come funziona e cosa stabilisce e perché molti vogliono cancellarlo?

Sottoscritto l’11 Dicembre del 1997 da circa 160 paesi, il protocollo di Kyoto è un complesso accordo internazionale inerente il taglio dell’emissioni in atmosfera di sei potenti gas serra (l’anidride carbonica, il metano, l’ossido di azoto, gli idrofluorocarburi, i perfluorocarburi e l’esafluoruro di zolfo) ritenuti responsabili, secondo un gran numero di esperti, di un progressivo, e anomalo, surriscaldamento del pianeta: il Global Warming

Gli orsi polari: una delle specie più rischio secondo molti

che, secondo gli scenari dell’IPCC, il gruppo di studio internazionale delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, dovrebbe portare ad un riscaldamento della temperatura del pianeta compreso tra l’1,1 ed i 6,4 °C entro la fine del secolo con un enorme variabilità di scenari in cui i più drammatici parlano, ad esempio, di fusione delle calotte polari con il conseguente innalzamento del livello medio degli oceani, desertificazione di vaste aree mondiali e diffusione in nuove aree di malattie tropicali. Questo se non si avrà una riduzione nei volumi di gas serra rilasciati in atmosfera da parte, soprattutto, dei paesi sviluppati.

Pale eoliche per lo sfruttamento dell'energia eolica

L’accordo stabilisce che i paesi industrializzati che lo hanno adottato, tutti tranne gli Stati Uniti dell’allora governo Bush (Clinton lo aveva in principio approvato ma poi il texano ritrattò), s’impegnino a tagliare, in un periodo compreso tra il 2008 – 2012, una quota superiore al 5% del volume dei gas serra rilasciati ai tempi del 1990. In più prevede un meccanismo di crediti/debiti per le emissioni orientato ad accompagnare verso uno sviluppo “verde” i paesi del secondo e terzo mondo. Difatti i paesi industrializzati possono ridurre le loro emissioni sia in modo diretto, aumentando l’efficienza e diminuendo i consumi e soprattutto gli sprechi, del loro apparato economico ed orientandolo verso fonti d’energia pulita; che in modo indiretto acquisendo crediti di emissione, una sorta di permesso di inquinare per determinate quantità, sviluppando in altri paesi, sia in via si sviluppo che non, progetti e strutture che portino vantaggi sia ambientali che sociali. In pratica i paesi che non vogliono/ possono ridurre le loro emissioni nei tempi stabiliti sviluppano in altri paesi strutture/ progetti che dovrebbero compensare l’inquinamento che producono “a casa loro”. In più i paesi particolarmente virtuosi che ridurranno a livelli inferiori di quelli stabiliti a priori le loro emissioni potranno vendere la loro quota in surplus a quelli che non riuscirebbero a raggiungere gli obiettivi stabiliti. Si verrebbe perciò a creare un mercato dove i gas inquinanti, sotto forma di determinate quantità scaricabili, hanno un determinato valore economico e sono trasferibili attraverso una sorta di borsa globale.

L'India: uno dei giganti industriali

Visto che l’adozione del protocollo comporta un forte impegno sia economico che politico da parte dei paesi che lo adottarono si decise, per non limitarne lo sviluppo già difficile, di non obligare a sottostare a determinate quote di emissione i paesi in via di sviluppo tra cui anche India e Cina, quest’ultime poiché ritenute, causa il loro giovane apparato industriale, non responsabili, se non di una minima parte, dei 500 miliardi circa di tonnellate, solo di anidride carbonica, riversate in atmosfera a partire dalla rivoluzione industriale di metà 19° secolo.

Bjorn Lomborg

Tuttavia il protocollo, che è entrato in vigore solo il 16 Aprile del 2005, ben 8 anni dopo la sua sottoscrizione, con la rettifica da parte della Russia attraverso cui è arrivato a interessare più del 55% (il 61,6%) delle emissioni mondiali, parametro soglia per la sua entrata in azione, ha subito trovato un gran numero di contestatori. Escludendo gli Stati Uniti, nella quale la lobby dei petrolieri, categoria alla quale apparteneva anche il presidente Bush, poco favorevole per motivi economici alle tematiche di Kyoto, una riduzione delle emissioni porterebbe ad un’ovvia contrazione nei consumi di gas e petrolio, ha un importante peso politico/economico, anche in altre parti del mondo si son alzate voci contrarie al protocollo. Tra queste una delle più note e interessanti è quella di B. Lomborg, statistico dell’Università di Aarhus. Alla base delle sue obiezioni ci sono diversi fattori tra cui gli scenari spaventosi collegati al riscaldamento globale, ritenuti per nulla attendibili e molto meno intensi di quanto spesso pubblicizzato, e la constatazione che l’approccio di Kyoto ha portato a ben pochi risultati sin’ora e sia stata piuttosto uno spreco di risorse. Secondo Lomborg, che tratta l’argomento sotto il profilo statistico/economico la migliore soluzione possibile è prima di tutto un investimento nelle tecnologie verdi, così da renderle convenienti sul mercato ed accessibili a tutti, e un intervento prioritario, soprattutto, su problemi di maggiore immediatezza come il contenimento di malattie come l’Aids e la malaria. Attraverso questo, sempre secondo lo statistico danese, si potranno avere effetti più immediati ed efficaci con un volume di sacrifici economici minori anche perché, secondo lo scienziato danese, il riscaldamente globale potrebbe esser tuttaltro che uno svantaggio.

Una pianeta dai mille collegamenti gennaio 6, 2009

Posted by Marco in ambiente, biologia.
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Dalle pagine di Repubblica emerge che tra i tanti fattori che agiscono sul clima, oltre all’uomo, anche il ferro dei ghiacci polari ha un suo importante ruolo.

06/01/09 – Più sono gli studi sul clima e più ci sono sorprese. L’importanza delle foreste come serbatoi di CO2 e polmoni del pianeta è cosa nota da molto tempo. Lo stesso vale per l’importanza delle grandi correnti marine che spostando grandi volumi d’acqua calda vanno a mitigare il clima delle coste vicino cui passano. Si è poi scoperto che anche i deserti hanno una loro importanza perchè riflettendo moltissima luce senza assorbirne il calore raffreddano il pianeta (e lo stesso vale per i poli). Ora anche gli iceberg, il loro scioglimento in particolare, sembra influire il clima.

iceberg

Nei grandi ghiacci del polo Sud sono accumulati un gran numero di composti chimici differenti. Alcuni di questi vengono impegati per ricostruire il clima del passato (isotopi dell’Ossigeno) alle cui variazioni è collegata la concentrazione di queste molecole. Ora, da uno studio dell’Università di Leeds (Gran Bretagna), si è scoperto che anche il ferro di questi ghiacci ha un ruolo importantissimo nella crescita del fitoplancton.plancton

Era già noto come questo elemento avesse lo ruolo di fecondatore oceanico. I grandi venti che trasportano le sabbie desertiche nei mari non fanno altro che dare cibo agli oceani. Cibo sottoforma di ferro che alimenta il primo anello della catena alimentare dei mari: il fitoplancton. Tuttavia s’ingnorava che anche i ghiacci del polo Sud potessero avere un ruolo così importante. “La maggior parte dei sedimenti trasportati dagli iceberg hanno poca importanza, ma un’analisi con microscopi ad alta risoluzione ha messo in luce grandi quantità di ferro con dimensioni nanometriche, il quale potrebbe avere un significativo impatto sulla crescita del plancton nell’oceano che circonda il Polo Sud” dice Rob Raiswell, uno degli scienziati che hanno fatto la scoperta.

Rob RaiswellL’importanza di tutto questo sta nel fatto che il fitoplancton è una sorta di microscopica foresta marina in cui milioni di miliardi di piccole alghe sfruttano il ferro, oltre ad altri componenti chimici, per svilupparsi e che, mediante la fotosintesi (lo stesso meccanismo svolto ad esempio dalle grandi foreste equatoriali o dal boschetto dietro casa), impiegano la CO2 per cibarsi. In questo modo questi piccoli organismi vanno a sottrarre il potente gas serra dall’atmosfera.

Con il maggior scioglimento dei ghiacci collegato al riscaldamento del clima, un maggiore volume di ferro dovrebbe finire negli oceani  provocando una forte crescita del fitoplancton che potrebbe così assorbire molta della CO2 emessa dall’uomo rallentando l’aumento della temperatura terrestre. Una sorta di “tampone climatico” in grado quindi di agire da riduttore, o quantomeno rallentatore, del riscaldamento globale.

Non è la prima volta che ci si trova davanti ad un fenomento del genere. Molti fattori ecologici del pianeta sono collegati tra di loro a creare una sorta di “equilibro climatico globale” che, se alterato, ha meccanismi che si attivano per compensare la variazione in sè. Tuttavia sorprendono sempre più il numero e la raffinatezza di questi fattori.

di Marco Affini

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