I camion di Chavez luglio 6, 2010
Posted by Marco in economia, energia, tecnologia.Tags: black out, centrali elettriche, corrente elettrica, elettronica, energia, energia elettrica, gas, Hugo Chavez, OPEC, petrolio, risorse energetiche, risorse naturali, sud America, tecnologia, Venezuela
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Il Venezuela è un paese dalle molte qualità e risorse. Paesaggi fantastici, cascate mozzafiato (qui si trova il Salto degli Angeli, la cascata più alta del mondo), una biodiversità elevatissima ed enormi risorse energetiche, il paese è tra i maggiori esportatori al mondo di gas e petrolio e ha anche il secondo impianto idroelettrico più grande al mondo. Nonostante questo però nella capitale Caracas, una città da oltre 3 milioni di abitanti, come anche nel resto del paese, ci sono diversi problemi nella fornitura di energia. Praticamente “salta spesso la luce” cosa un po’ inaspettata per un paese che, come si diceva prima, proprio dell’energia ha fatto la sua fonte di guadagno principale e che nelle aspettative di Chavez, dopo l’incontro con Putin
nella prima settimana di Aprile 2009, dovrebbe lanciarsi nella corsa allo spazio.
Per ovviare a questa situazione il presidentissimo ha disposto intorno alla città una rete di centrali mobili su camion. Si tratta di piccole centrali elettriche a gas che di solito vengono usate negli altri paesi in caso di emergenza e che qui dovrebbero risolvere in pianta stabile, secondo le aspettative del leader bolivariano, il problema. Tuttavia solo dopo aver acquistato queste apparecchiature ci si è accorti che ne servivano altre per collegare le centrali alla rete elettrica. Difatti la tensione della corrente delle centrali è diversa da quella della rete nazionale. Ecco quindi l’indiscrezione: il Venezuela avrebbe commissionato ad un’importante azienda europea con sede anche in Italia un ordine di circa 20 – 25 milioni di euro per una ventina di queste apparecchiature. La notizia, esclusiva, è ancora ufficiosa ma l’affare dovrebbe esser stato concluso.
Un camion tira l’altro
Si tratta in pratica di piccole stazioni, ancora su camion, che collegano l’uscita dei generatori montati sugli altri camion alla rete elettrica. Intorno a Caracas ci devono esser ampi parcheggi. Queste stazioni mobili sono composte da un trasformatore che abbassa la tensione della corrente generata dalle stazioni mobili permettendole così di esser utilizzabile per la rete nazionale e da un complesso isolato in cui si trovano l’interruttore, che può bloccare la corrente in caso di bisogno, ed il sezionatore, un apparecchio che fa da sicura per l’interruzione della corrente utile, per esempio, alla manutenzione. Oltre a queste tre apparecchiature base ci sono poi i vari apparecchi di protezione e controllo.
Ogni stazione dovrebbe garantire una potenza di circa 40 MVA utile a dare energia a circa 100 mila utenze domestiche e a contrastare, almeno in parte, il velato malcontento nei confronti del presidente venezuelano famoso nel mondo più per la sua vulcanica personalità e le ambizioni di leader dei mondi che per il buonsenso.
” Il mondo senza di noi” di Alan Weisman – le aspettative disattese novembre 20, 2009
Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, energia, libri.Tags: Alan Weisman, ambiente, antropologia, Chernobyl, cibo, Cipro, ecologia, ecosistemi, einaudi, energia, estinzioni, futuro, gas, Il mondo senza di noi, inquinamento, libri, mondo, nucleare, petrolio, popolazione, sviluppo sostenibile, terra, the day after tomorrow, uomo, Varosha
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Solitamente i titoli e le copertine dei volumi hanno una certa attinenza, nel caso de “Il mondo senza di noi” edito da
Einaudi la statua della libertà coperta dalle nevi vale più di mille parole e richiama il cinema in stile R. Hemmerich, una lunga sequela di costose catastrofi da “Indipendence day” al neonato “2012″ ma soprattutto “The day after tomorrow”che con il libro ci si aspetta abbia molta attinenza: ed è qui il problema.
Il libro di Weisman, uno dei più clamorosi successi degli ultimi anni nel settore della saggistica, promette di guidare il lettore in un futuro in cui la natura si riprende ciò ch’è suo e che le è stato espropriato senza mezzi termini da un mammifero troppo intraprendente e superficiale: l’uomo. L’idea di un mondo rinselvatichito, in cui le città, prima agglomerati rumorosi e frenetici, divengono deserti mausolei di un mondo che non c’è più, monumenti fatiscenti alla gloria di passati dominatori del mondo, ha un fortissimo fascino. Si pensi a film come “Io sono leggenda” ad esempio, in cui, soprattutto nel caso della versione Hollywodiana con Will Smith, l’ambientazione da sola vale tutta la pellicola.
Dal libro di Weisman mi aspettavo proprio questo: una minuziosa, certosina, magari anche pedante in alcuni casi, spiegazione, narrazione, della lenta riconquista a partire dall’istante zero attraverso i secoli. Un film mentale permeato solo di silenzio e rumori come il crepitio dell’asfalto che si rompe sotto l’attenzione di radici troppo curiose ed impietose per non ferirlo o il canto degli uccelli che hanno nidificato sugli scheletri dei grattacieli, oramai vuote scatole di metallo e calcestruzzo. 
Il libro di Weisman però non è questo, o lo è solo in parte, difatti la narrazione, che è comunque gradevole, ballonzola tra l’ecologia e l’antropologia, in prevalenza, usando solo come intermezzo d’effetto gli scenari di un futuro derelitto, specifico per l’argomento trattato. Ad esempio se la narrazione verte sulle condizione perimetrale di alcune riserve naturali africani, in chiusura o in parallelo, Weisman sfrutta il connubio tra immaginazione e dati scientifici per ipotizzare cosa succedere in quella determinata zona se di colpo scomparisse il genere umano.
Il libro ha quindi una sua ciclicità narrativa fatta di:una determinata sequenza di fasi: introduzione alla zona geografica; impatto antropico su di essa; problematiche attuali; scenario futuro senza il fattore antropico. Questo metodo ha grosso pregio se applicato ad alcuni scenari straordinari come la fascia demilitarizzata tra le due Coree o l’area petrolchimica texana, ma perde molto quando si parla di aree meno interessanti come i bordi delle riserve naturali africane o gli atolli del pacifico.
Fantastica è la parte inerente Varosha, una sorta di Las Vegas cipriota abbonata dai greci e mai colonizzata dai turchi dopo la guerra che tutt’ora separa l’isola. La descrizione di una realtà come quella in cui un solo uomo cammina tra i grandi alberghi vuoti, in cui il manto stradale è andato lentamente coprendosi di fiori ed erbe, il tutto immerso nel silenzio era quello che mi aspettavo permeasse il volume e che solo in parte, memorabile anche il capitolo inerente l’energia nucleare che consiglierei di leggere a chi è a favore del piano energetico dell’attuale governo, con l’immancabile richiamo alla suggestiva vicenda di Chernobyl, purtroppo è stata realizzata. Molto spesso l’autore, al contrario, si abbandona a lunghe digressioni di antropo/ecologia di riconosciuto valore didattico ma che smorzano di molto l’eccitazione di chi legge. In più nel testo edito da Eiunaudi v’è un grossolano errore di traduzione: silicon in inglese è silicio e non silicone. Non si capirebbe altrimenti perché nella silicon valley si trovino moltissimi ingegneri elettronici e pochissime maggiorate.
In conclusione il libro di Weisman è decisamente interessante, scordatevi però l’idea di leggere di ipotetiche Tokyo silenziose, New York rinselvatichite e Venezie sommerse, scenari decisamente fantastici e suggestivi ma forse troppo astratti per un saggio con le aspirazioni, forse, del romanzo di fantascienza, ma che saggio è, e resta comunque.
Una stella tra le mani luglio 27, 2009
Posted by Marco in ambiente, economia, energia.Tags: Alberto Crepaldi, atomi, centrali nucleari, demo, deuterio, elio, energia, energia nucleare, fissione nucleare, fusione nucleare, gas ionizzati, idrogeno, ITER, nucleare, politecnico di Losanna, stelle, tokamak, trizio
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I ritardi nel progetto Iter allungano ombre sui piani di sviluppo del primo reattore a fusione nucleare del mondo

Consumo energetico mondiale
L’energia è uno dei più importanti problemi del pianeta. Problema perché inquina, perché porta ad avere relazioni diplomatiche con paesi complessi, perché le guerre son fatte anche per acquisire riserve energetiche e soprattutto,perché l’energia è un bene fondamentale.
Per questi motivi negli anni si sono provati a sviluppare diversi tipi di tecnologie capaci di produrre energia da più fonti, alternative, economiche e meno inquinanti. Eolico, solare e idrogeno son alcuni esempi. Tuttavia, proprio a causa della grande fame di energia, anche il nucleare che dopo il disastro di Chernobyl aveva subito un pesante stop, ora è tornato alla ribalta. I vantaggi del nucleare son però compensati dal grosso problema delle scorie e del loro pesante impatto sull’ambiente. Proprio a causa di ciò si è cercato per anni di sviluppare una seconda via: la fusione nucleare, una tecnologia che sfruttando il processo che alimenta le stelle dovrebbe permettere di produrre moltissima energia senza avere problemi di scorie o di inquinamento. Di questo “parla” ITER un grande progetto internazionale che dovrebbe portare alla costruzione del primo reattore capace di sviluppare una fusione nucleare stabile da cui poi, un ulteriore progetto, DEMO, dovrebbe dare origine alla produzione di energia attraverso questo processo. ITER è un progetto enorme che coinvolge Unione Europea, Russia, Stati Uniti, Cina, Giappone, India e Corea del Sud, dal costo stimato, nel 2001, di 5 miliardi di euro e passato ora a più di 10 miliardi. Il raddoppio del conto, già molto salato, e i dubbi per una tecnologia che dovrebbe cominciare ad esser impiegata solo dal 2025 alimentano gli scettici che vedono il progetto come un costosissimo buco nell’acqua, uno di quei progetti di ricerca infiniti e costosissimi che poi si scoprono avere pochissime applicazioni utili. Ma è davvero così?

Fusione nucleare
La fusione nucleare è considerata da tempo come la soluzione ai mali dell’energia mondiale per grossi vantaggi che ha rispetto alla fissione nucleare, il principio alla base del funzionamento delle comuni centrali nucleari attraverso il quale rompendo l’atomo di un elemento molto pesante, come l’uranio, si ha la liberazione di energia producendo però delle scorie di lavorazione che restano pericolose per migliaia di anni diventando così un potenziale pericolo per le future generazioni. Con la fusione nucleare invece si ottiene energia fondendo un atomo di deuterio con uno di trizio, due isotopi dell’idrogeno, hanno lo stesso numero di protoni ed elettroni (uno) ma diverso numero di neutroni: uno per il deuterio e due per il trizio, mentre l’idrogeno non ne ha. Da questo processo si ottiene un atomo di elio, un gas nobile che perciò non sviluppa alcun tipo di reazione con l’ambiente e che non contribuisce perciò all’effetto serra, che al momento è la principale problematica ambientale del pianeta, e moltissima energia.
Il cuore della stella

Tokamak
La fusione nucleare non è un’invenzione umana perché esiste in natura, nel cosmo. Le stelle infatti, come il sole, “bruciano” attraverso la fusione nucleare. ITER si propone di riprodurre stabilmente questo meccanismo in laboratorio usando una miscela ionizzata di trizio ed il deuterio ed un campo magnetico sviluppato dal Tokamak, una sorta di grande calamita in cui dovrebbero ruotare le particelle di gas. Come ci spiega Alberto Crepaldi, dottorando in fisica all’Ecole Polytechnique Federale di Losanna “nel tokamak sta il cuore della reazione di fusione. Si tratta di un guscio invisibile, fatto dai campi di forza magnetica, che deve contenere la reazione, mettendola nella condizione di durare il più a lungo possibile per produrre più energia. Sicuramente l’aumento dei costi è un problema ma le cose vanno sempre viste nella giusta scala: queste sono cifre minime se pensate a livello di economia mondiale. In più al progetto lavorano i più potenti e ricchi paesi del pianeta e questo rende il “conto” più accessibile. Soprattutto poi bisogna considerare una cosa: che importanza ha che il progetto costi così tanto e che cominci a “lavorare” solo tra una decina di anni quando poi però si sarà risolto finalmente il problema energia? Immaginate un mondo in cui l´energia é gratuita, siamo ai limiti del´utopia, del sogno…Ma con la fusione sarebbe davvero così”
La stella non deve spegnersi.
con la collaborazione di A. Crepaldi – Politecnico Federale di Losanna
Sondaggio: il nucleare in Italia, un rischio inutile o una grossa opportunità? febbraio 24, 2009
Posted by Marco in ambiente, energia.Tags: centrali nucleari, elettricità, energia, nucleare, sondaggio
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L’incontro di Roma tra Sarkozy e Berlusconi (http://www.corriere.it/economia/09_febbraio_24/nucleare_italia_francia_c5b4952c-0255-11de-adb7-00144f02aabc.shtml) dovrebbe portare ad un’intesa comune per lo sviluppo comune di centrali nucleari in Italia.
La faccenda però è molto più che sicura per diversi motivi in primis a causa del referendum del 1987 (http://www.zonanucleare.com/questione_scorie_italia/referendum_nucleare_1987.htm). Resta però che la fame di energia del paese è cronica e si sa che noi siamo tra coloro che pagano la bolletta più salata in europa a causa della nostra dipendenza dagli altri paesi. Il gas viene dalla Libia e dalla Russia soprattutto. Lo stesso vale per il petrolio. L’energia elettrica proviene in parte dalle nostre centrali, su cui ci sono molte polemiche riguardo l’inquinamento ed il pesante dazio pagato dalla popolazione che vive vicino, ed in parte da altri paesi da cui la acquistiamo. Quindi il nostro paese è in una condizione di forte dipendenza.
Per contrastare questo, cavalcando l’onda della green economy che già da prima dell’elezione di Obama, era partita facendo proseliti in tutto il mondo, anche in Italia ci sono stati investimenti nelle fonti alternativa (olico e solare soprattutto) ma, nonostante alcuni sorprendenti risultati (vedi: http://tolomeo.wordpress.com/wp-admin/post.php?action=edit&post=201), il contributo al fabbisogno del paese è ancora troppo ridotto. Per questo motivo l’accordo firmato dal capo del governo potrebbe da un lato esser la risposta necessaria. Tuttavia sul nucleare ci sono molti dubbi di cui due soprattutto rendono inquieti un po’ tutti: scorie e Chernobyl.
Sappiamo tutti leggendo i giornali che la faccenda rifiuti in Italia è pesante. Ricordiamo bene “le giornate di Napoli” in cui una intera città era finita al centro della cronaca di tutto il mondo a causa della rivolta, più o meno sensata, non è mia intenzione parlare di questo, di un intera città alla riapertura di alcune discariche. E la stessa cosa vale per la Basilicata e la città di Scanzano Ionico con il suo sito di stoccaggio. Nessuno vuole le scorie nel proprio giardino e neppure in quelle del vicino e la cosa, vista la poca fiducia nelle istituzioni tipica del nostro paese, é per nulla biasimabile.
Riguardo Chernobyl c’è poco da dire. Chiunque di voi sta leggendo queste righe avrà già in mente le immagini della città ucraina divenuta, dopo Nagasaki ed Hiroshima, il simbolo del olocausto nucleare. Chi di voi ha un’età sopra i trentanni potrà forse anche ricordare i giornali e gli allarmismi di cui io ho solo sentito parlare (al tempo avevo due anni). Tuttavia pensare che Chernobyl sia l’ovvia conseguenza nell’energia nucleare, come molti fanno, è senza dubbio sbagliato. La centrale di Chernobyl si trovava in un paese, l’Unione Sovietica, che era oramai al tracollo. Anche per questo la struttura era poco più di un capannone con un livello di misure di sicurezza imbarazzante. Per di più è noto che il disastro di Chernobyl fu dovuto a imperizia umana, si tratto praticamente di un esperimento, forse neppure autorizzato, svolto nel peggiore dei modi. Solo queste tre condizioni messe insieme provocarono il disastro.
Molti altri paesi impiegano l’energia nucleare, da quelli più noti come Francia, Giappone, Stati Uniti, ad esempio, a quelli meno come Slovenia, Lituania, Corea del Sud e Romania. Tuttavia disastri nucleari del livello di Chernobyl o di Three Mile Island non si sono più ripetuti. Senza dubbio qualche cosa è successo, si pensi alle fughe di materiale, anche in tempi recenti, delle centrali di Tricastin in Francia o di Kashiwazaki-Kariwa in Giappone, che restano fatti gravi ma limitati sia nel tempo che nelle dimensioni dell’area colpita. Quindi collegare nucleare in italia alla parola disastro è una forzatura non necessaria.
Uno dei motivi che vedono molte polemiche riguardo il piano del nucleare nel paese è l’effettivo valore di questa tecnologia. Il nucleare, nonostante le nuove tecnologie impiegate per la costruzione delle centrali, resta una tecnologia un po’ stagionata secondo l’opinione di molti. Per questo motivo è opinione diffusa che il riavvio del programma nucleare in Italia non sarebbe un’idea all’avanguardia ma solo una semplice panacea per risolvere, o tamponare, la questione energetica. Chi sostiene questa idea gioca poi la carta Obama: perché il neo presidente del paese che resta il più forte e importante al mondo invece che appoggiarsi all’energia nucleare spinge a favore per le fonti rinnovabili? Forse perché il nucleare non offre poi così tanti vantaggi come sembra?
La questione è aperta e per questo vi propongo un semplicissimo sondaggio:
Problemi al gran canyon: il Colorado è sempre più a secco gennaio 29, 2009
Posted by Marco in ambiente, energia.Tags: acqua, Bush, Colorado, dighe, ecologia, ecosistemi, energia, fiumi, gran canyon, Stati Uniti
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29/01/09: dalle pagine di “Repubblica” rimbalza la notizia: il Colorado, uno dei fiumi più famosi ed importanti al mondo, è in grossi problemi. Tutto l’ecosistema di quello che forse, solo dopo il monte Rushmore e le cascate del Niagara è il monumento più amato degli Stati Uniti, è in grossi problemi.
La faccenda non è nulla di nuovo ed è comune, purtroppo, a molti fiumi: la costruzione di grandi dighe a monte per produrre energia e/o accumulare acqua dolce per diversi scopi modifica drasticamente la portata dei corsi d’acqua ed il suo regime. Questo provoca enormi problemi per chi sta a valle soprattutto se riguarda i sensibili ecosistemi fluviali. Quello che rende la situazione del fiume Colorado molto “interessante”, oltre che la cornice ambientale e la ricchezza biologica dell’area, è il meccanismo alla base del problema.
Da quanto risulterebbe pare che i rapporti preliminari per l’inizio dell’attività commissionati dal governo per un costo di circa 100 milioni di dollari e approvati lo scorso Febbraio siano stati falsificati. Il fiume Colorado ha infatti una portata naturale molto variabile in cui le piene occasionali hanno uno ruolo molto importante. Il piano di sfruttamento delle acque, al contrario, prevede una piena, avvenutalo lo scorso 2008, seguita poi da un periodo di flusso controllato fino al 2012. Questo è il nodo della discordia: secondo gli ambientalisti nei rapporti che sono stati presentati al governo risulterebbe che questo tipo di sfruttamento delle acque avrebbe un impatto molto negativo sulla zona. Tuttavia essendo stati approvati si ipotizza che le parti più scomode dei resoconti siano state trascurate oppure, addirittura, rimosse, mentre quelle meno scomode siano state “corrette”. Ovvia la gravità della faccenda nel caso in cui si dimostri la veridicità di queste ipotesi. 
Bisogna però considerare una cosa, forse ancora più grave. La presidenza Bush Jr. ha sempre dimostrato, se non con un improbabile canto del cigno finale, il più assoluto disinteresse per le tematiche ambientali. E se quindi non ci sia stata alcuna falsificazione di documenti ma solo semplice disinteresse?
di Marco Affini
Il salto eolico gennaio 17, 2009
Posted by Marco in ambiente, energia.Tags: elettricità, energia, energie rinnovabili, eolico, risorse rinnovabili
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Nel 2008 l’Italia, con sorpresa di tutti, ha avuto uno sviluppo insperato nell’eolico (+ 37%) ma è ancora poco rispetto ai primi della classe
17/01/09 – Dal bilancio 2008 del tavolo tecnico di Enea, associazione dell’eolico e rinnovabili, gestori del sistema elettrico e della rete di trasmissione, un appuntamento annuale con cui si fa il bilancio dello sviluppo energetico rinnovabile italiano, è arrivata una bella sorpresa che ha lasciato stupiti anche gli esperti del settore: nel 2008 l’Italia ha aumentato l’energia prodotta dalle centrali eoliche di più di un terzo (37%) passando da 2726 a 3743 megawatt. Un balzo praticamente insperato che ha fatto scalare diverse posizioni al nostro paese permettendogli di arrivare dietro solo a Germania, Spagna
e, forse, Francia per l’energia prodotta con questo tipo di strutture.
In Italia sono presenti ora 3640 aerogeneratori (più brutalmente detti “pale eoliche”) che hanno sviluppato 6 miliardi di kilowattora (il 2% del consumo elettrico nazionale) rispondendo ai bisogni di circa 6,5 milioni di persone, nulla a confronto di quello che i danesi sono stati in grado di fare. Il piccolo regno che si affaccia sul mare del Nord ha puntato molto sull’eolico ed ora il 23% della sete di elettricità danese è soddisfatta da questa forma di energia rinnovabile, cifra che, entro il 2025 dovrebbe schizzare al 75%.
Per chi non lo sapesse (oramai poche persone credo) una “pala eolica” è l’evoluzione hi – tech del romantico mulino a vento tanto caro ai lettori di Cervantes e agli ingordi di tortine e biscotti, che invece di macinare grano, drenare terreni o altro ancora produce energia elettrica sfruttando il soffio dei venti (vedi immagine sotto)
Il grosso vantaggio di questo tipo di energia oltre al ridottissimo inquinamento è legato al bassissimo costo di produzione (circa 1,5 euro/ watt, mentre per il fotovoltaico son circa 5 euro/ watt) ed alla semplicità delle strutture impiegate. Per di più l’Italia è un paese di mare, e com’è noto a tutti, il mare è un luogo ventoso. Insomma, il nostro paese, a differenza di altri, ha tutti i requisiti per beneficiare di questa risorsa. Ma cosa ha ferma, e lo fa tutt’ora, lo sfruttamento di questa risorsa? Burocrazia e carenze strutturali.
“Per installare un impianto eolico c’è un iter organizzativo di circa 5 anni mentre in Germania bastano solo 3 mesi. Esiste inoltre una normativa europera che stabilisce in 6 mesi il tempo massimo per effettuare tut
to l’iter. Inoltre quando un impianto è pronto difficilmente è già collegato alla rete elettrica, che di solito non è adeguata e se ne va così altro tempo” spiegano al Corriere della Sera Simone Togni, segretario generale dell’associazione nazionale dell’energia del vento (Anev) e Luciano Pirazzi, gestore di un osservatorio Enea sullo sviluppo dell’eolico.
Una nuova dimostrazione di come il paese paghi i tempi, spesso eterni, di una burocrazia fin troppo complessa.
di Marco Affini
Guardando lontano: un problema di nome Litio novembre 14, 2008
Posted by Marco in economia.Tags: ambiente, economia, energia, litio, politica, sud America, tecnologia
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in futuro il litio potrebbe condizionare l’economia mondiale
13/11/08 – Petrolio e metano. Da circa una decina d’anni queste due parole sono alla base di molte discussioni su scenari geopolitici, crisi diplomatiche, inquinamento e molti altri argomenti ancora. Ora a causa dei tanti allarmi e allarmismi sul riscaldamento globale ed allo stretto legame tra andamento dell’economia e costo di queste due preziose risorse nonché la dipendenza che queste portano ad avere verso paesi politicamente instabili o discutibili, come Libia e Russia ad esempio, la parola d’ordine è guardare altrove. Nuove risorse. Più pulite, più disponibili, con un peso minore per l’ambiente e per l’economia. Centrali eoliche, a biomassa, pannelli solari, più energia elettrica e in secondo piano, a causa di un pesante handicap di nome scorie, il nucleare; queste dovrebbero esser le risposte future. Con il risultato delle presidenziali statunitensi, che hanno visto vincere la parte democratica, anche il gigante-inquinante americano potrebbe passare ad un politica verde facendo partire una corsa agli investimenti nel settore delle energie verdi cominciata un po’ in sordina nel resto del mondo e che alcuni vedono come la fune cui attaccarsi per uscire dalle sabbie di questa grande depressione economica in atto.
Con lo sviluppo e la domanda di un nuovo tipo di materie prime il peso politico di molti paesi, si pensi a quelli dell’OPEC, potrebbe scendere a favore di altri portando ad un rimescolamento della politica internazionale creando così nuove aree di ricchezza e benessere ma anche nuovi problemi. Uno di questi è incentrato sul Litio, un metallo alcalino fondamentale per la costruzione di componenti elettronici come le batterie per notebook, cellulari e, soprattutto, per le auto elettriche del futuro. Più del 50% di giacimenti utilizzabili di Litio però, che di per se non è raro, si trovano nel Salar de Uyuni, la più grande distesa salata del mondo, un’area ad alta protezione ambientale in Bolivia. Il paese, retto dal presidente-indio Evo Morales
fautore del socialismo indigeno, è uno dei più poveri del continente e per molti secoli ha visto le proprie risorse depredate dalle grandi aziende occidentali. Il nuovo presidente ha attuato così una forte politica nazionalista, che nello spirito di rivalsa ha uno dei suoi punti fermi, soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali. Questo fa sì che, nel caso in cui le strade del futuro saranno percorse da macchine elettriche, gli occhi del mondo si sposteranno dal medio oriente alle Ande dove nuovi sultani dal sangue Inca potranno dettare le regole del gioco.
di Marco Affini
– è passato quasi un secolo dall’epopea polare, da quando uomini di diverse nazionalità si affrontavano rischiando la vita per la “conquista” del polo. Dopo quel periodo i poli divennero meno interessanti e solo l’Antartide, grazie alle scoperte scientifiche come il lago Vostok o le microtectiti dell’Università di Siena (vedi “Un milione di frammenti”), ha mantenuto un certo interesse per i media. Ora però i poli si son invertiti, o meglio, quello che sta sotto il polo Nord ha attirato l’attenzione del mondo e di quello scaffale di cristalleria davvero troppo fragile ch’è la politica internazionale.
Russia rivendicava il polo, soprattutto la stampa nazionalista, non aveva poi così torto. Le reazioni più forti furono da parte dei diretti interessati: Canada, Stati Uniti d’America, Norvegia e Danimarca (la Groelandia, anche se ha grande autonomia è comunque territorio danese). Ma perché tutto questo per un luogo desolato come il polo Nord?
e di denaro derivanti dalle licenze date alle compagnie petrolifere per estrasse gas e petrolio. Un esempio vale tutto il discorso: Hammerfest. La città norvegese fino a pochi anni fa era uno dei peggiori luoghi del paese, un insediamento di pescatori isolato nel nulla del circolo polare. Poi nel mare di Barents venne scoperto un grosso giacimento di gas. Furono costruiti 145 Km di condutture per collegarlo all’impianto costruito nella piccola città e gestito dalla Statoilhydro che paga 15 milioni di euro all’anno per la licenza. In pochi anni il fiume di denaro ha cambiato la città ed ora dove c’erano case di legno e pescherecci ci sono case hi – tech, centri commerciali e passeggini (la città è in pieno boom demografico).