Recensione di “Armi, acciai e malattie” di Jared Diamond agosto 16, 2010
Posted by Marco in ambiente, antropologia, biologia, cibo, libri.Tags: aborigeni, addomesticamento, Africa, africa sub-Sahariana, alfabeto, allevamento, animali domestici, antropologia, Armi acciai e malattie, Australia, Aztechi, batteri, boscimani, buoi, cacciatori - raccoglitori, cani, canoe, capre, cereali, chiefferies, cibo, Cina, civilità, civiltà pre-colombiane, clima, Clovis, colonizzazione, commercio, conquiste, Corea, divulgazione scientifica, domesticazione, epidemie, espansione, estinzioni, etnologia, EurAsia, evoluzione, evoluzione tecnologica, fauna, febbre gialla, Fenici, Fiji, fonetica, fossili, galline, geni, Giappone, glottologia, Inca, indiani d'America, indigeni, invenzioni, Isola di Pasqua, Jared Diamond, latitudine, legumi, libri, mammiferi, Maori, megafauna, Messico, mezzaluna fertile, monumenti, morbillo, nativi, Navajo, navigazione, Neolitico, nomadi, numeri, Nuova Zelanda, paleoclimi, paleoglottologia, Papua - Nuova Guinea, parassiti, pastorizia, pecore, pigmei, piroghe, Polinesia, reperti, saggi, Sahel, san, scrittura, selezione genetica, storia, sud America, tacchini, tecnologia, Tonga, tribù, umanità, vaiolo, Vanuatu, virus, zulu
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Diamond colpisce ancora nel segno, e siamo a due
Tra i grandi fatti della storia ci sono alcuni avvenimenti che ancora adesso impressionano e lasciano veramente sorpresi. Uno di questi è senza dubbio la conquista spagnola dei due grandi imperi americani ad opera di poche centinaia d’uomini, ma com’è stato possibile? Come un gruppo di conquistadores ha potuto sconfiggere eserciti centinaia di volte più grandi e radere al suolo due tra le più imponenti civiltà del nuovo mondo?
Questa è una delle tante domande a cui Jared Diamond, divulgatore americano tra i più apprezzati, risponde nel suo “Armi, acciai e malattie”
in cui prova con successo a racchiudere e spiegare gli ultimi 13 mila anni di storia, periodo in cui si può racchiudere lo sviluppo dell’intera civiltà umana. Dal popolamento delle aree più remote del pianeta alla scoperta dell’agricoltura, dalla nascita della scrittura fino allo sviluppo delle prime civiltà, Diamond racconta nel suo libro come nei diversi continenti siano andate le cose rispondendo ad una delle più comuni domande della storia umana “perché i popoli europei hanno conquistato tutti gli altri e non è stato il contrario?”.
Una storia affascinante narrata con ordine e grande maestria dal professore dell’Università della California che già con Collasso, il seguito ideale di questo libro, mi aveva molto impressionato. 
È fantastico vedere scorrere davanti ai propri occhi vicende fatte dagli uomini di un tempo lontano nelle cui scoperte, nelle cui immani avventure, le radici di quello che noi siamo sono ancorate con la forza dei secoli.
Il libro ha una struttura molto ben organizzata e, dopo una parte iniziale introduttiva, va a trattare dapprima i modi e le motivazioni legate alla scoperta e lo sviluppo dell’agricoltura nei diversi continenti per poi passare alla domesticazione e all’allevamento degli animali domestici passando poi ad “acciaio e alle malattie” e alla nascita dei diversi tipi di società. In ultimo poi un’affascinante giro del mondo in cinque capitoli in cui si verranno a sapere dettagli e vicende del popolamente di grandi aree del mondo come Polinesia, Cina ed Africa. In aggiunta poi con la nuova edizione Diamond ha anche deciso di approfondire molto dettagliatamente la vicenda del Giappone, paese denso di fascino e curiosità.
La narrazione è meticolosa è scorrevole, non raggiunge comunque l’eccellenza di “Breve storia di (quasi) tutto” di Bryson, anche se talvolta il livello d’attenzione può calare drasticamente soprattutto per la grande densità degli argomenti e delle nozioni trattate. Fantastici poi gli aneddoti personali di Diamond riguardo le sue esperienze in Papua – Nuova Guinea, stato che ricompare spesso qua e la nel testo e su cui Diamond non disdegna di gettare luce.
Insomma se vi siete posti qualche domanda sull’umanità e sul perché sia fatta così, bene, può darsi che tra le 360 pagine di “Armi, acciaio e malattie” potrete trovare la risposta ai vostri dilemmi.
Ritorno al passato marzo 12, 2009
Posted by Marco in biologia, paleontologia.Tags: clonazione, DNA, dodo, estinzione, fossili, genetica, jurassic park, mammut, mammut park, mummie, permafrost, siberia, smilodonte, tigre denti dai denti sciabola
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Diversi progetti puntano a “resuscitare” animali estintisi in passato con tecniche come la clonazione
Sei anni dopo Jurassic Park e tre dopo la nascita di Dolly, cominciarono a circolare notizie riguardo progetti per far rinascere specie scomparse nel passato tra cui lo smilodonte, la famosa tigre dai denti a sciabola, mediante la clonazione.
Il progetto è legato alla dottoressa Andie Travers, archeo-genetista alla Rice University di Houston, Texas, che nel 1998 incominciò a lavorare all’idea di resuscitare questo predatore di 10000 anni fa a partire dal ritrovamento, l’anno precedente, di uno smilodonte perfettamente conservato dentro un iceberg in Alaska, nella baia di Prudhoe. La parte dell’iceberg contente il felino, probabilmente staccatasi da uno dei grandi ghiacciai della zona, venne conservata in una cava sino a quando non fu allestita una camera adatta a conservare il prezioso fossile. Oltre a questo unico reperto glaciale ne sono stati trovati altri conservati ottimamente nel permafrost, e numerosi a La Brea, un lago di catrame nei pressi di Los Angeles noto a tutti gli appassionati di fossili perché vi sono stati ritrovati un grande numero di reperti praticamente completi. In passato si riteneva ideale come madre surrogato una femmina di tigre asiatica o di tigre siberiana con cui si pensava vi potesse esser una maggiore somiglianza genetica, tuttavia, anche a causa della rarità degli individui di queste due specie, in grosso pericolo di estinzione, è stato preso in considerazione anche il leone africano.
Il dodo (Raphus cucullatus) è probabilmente uno dei casi più citati riguardo una specie andata incontro all’estinzione. Era il membro più grande della famiglia dei colombi alto intorno agli 80 cm e del peso di circa 20 kg. Evolutosi in totale isolamento geografico nelle isole Mauritius, a circa 1300 km dal Madagascar, a causa della mancanza di predatori divenne con l’evoluzione sempre più grosso fino ad esser incapace di volare.
Si estinse negli ultimi anni del 1600 a causa della caccia da parte dei marinai che sostavano nella zona e, soprattutto, a causa dell’introduzione sulle isole di maiali, cani, topi e scimmie che ne predarono pesantemente le uova ed i piccoli. Nonostante l’animale sia scomparso solo tre secoli fa il numero di reperti a disposizione è davvero ridotto a causa della poca considerazione che il Dodo aveva in passato e soprattutto per il fatto che dal primo contatto con l’uomo e l’estinzione dell’animale passarono solo 7 anni, troppo poco tempo perché degli studiosi potessero dedicarvisi con attenzione. Nel 2002 l’università di Oxford ottenne il permesso per di tagliare una piccola porzione di un osso del piede del reperto meglio conservato al mondo. Tuttavia dall’analisi si riuscì a ricavare solo il DNA mitocondriale, non sufficiente all’obiettivo dei genetisti della nota università britannica. La speranza dei ricercatori è quella che in futuro vengano trovati nuovi resti di questo sfortunato cugino dei nostri colombi che possano fornire DNA in quantità sufficiente alla sua clonazione. Mentre per questi animali l’interesse è prevalentemente scientifico ed i progetti restano pochi, per un altro animale, un gigante delle glaciazioni, vi sono diversi progetti che sperano di riportarlo sul pianeta.
Nel 18° secolo furono ritrovati in alcune zone della Siberia e del nord America i resti, soprattutto zanne ed ossa, di enormi animali che avevano delle somiglianze con gli elefanti moderni. Ulteriore conferma all’esistenza di questi animali furono le diverse pitture rupestri scoperte in varie parti del mondo in cui, tra le varie figure disegnate, v’erano anche delle creature simili agli elefanti. Nel tempo, con il sempre maggiore interesse per lo studio del passato del pianeta e dei suoi abitanti, le ossa di questo animale, il mammoth (Mammuthus spp.), divennero sempre più numerose. Nulla di straordinario però rispetto al ritrovamento dei resti di altri grandi animali. La svolta fu circa un secolo dopo però quando nel 1977 nella Siberia orientale, vicino alla costa con l’oceano Pacifico, venne scoperta congelata nel permafrost l’intera carcassa mummificata dal freddo di un mammuth. Si trattava un piccolo maschio ribattezzato Dima che forse perdendosi e non riuscendo a riunirsi al suo branco morì di stenti venendo poi sepoldo dai ghiacci siberiani. Dima fu per un decennio l’unico reperto di mammuth in un così buon stato di conservazione fino a quando, nel 1988 nella penisola di Yamal, nella siberia centro – settentrionale, venne scoperto un altro mammuth mummificato, una femmina questa volta: Masha; nel 2007 poi venne alla luce anche Lyuba, un altro piccolo.
Il numero di mummie scoperte, il loro buon livello di conservazione e l’elevata probabilità di ritrovarne altre, dovuta sia alla grande estensione del permafrost (circa il 20% delle terre emerse) e quindi all’alta probabilità che vi siano altri resti non ancora trovati al suo interno, e all’effetto del riscaldamento globale che renderà, se le cose continueranno come ora, la superficie ghiacciata più facile da scavare, hanno attirato un gran numero di studi e ricercatori. Come spiega a “la Stampa” il professor Tikhonov, direttore del Museo Zoologico e Vice Direttore dell’Accademia russa di Scienze Zoologiche, “tutti questi reperti portano con sè moltissime informazioni non solo per quanto riguarda la morfologia e la forma del mammuth ma anche sull’ambiente e sul clima dell’Era Glaciale. Gli ultimi reperti scoperti sono ancora congelati in apposite celle frigorifere e continueranno a fornire esclusive informazioni ai genetisti, ai microbiologi e ad altri scienziati che tentano di rigenerare i mammuth e riportarli in vita in Siberia”. A partire dal 1996 quando una spedizione internazionale trovò in Siberia, vicino al corso del Bolchaya Balakhnya, i resti di un mammuth, Jarkov, estraendone anche del DNA, si incominciò a parlare della possibilità di riprodurre questi animali, forse anche sull’onda del film di Spielberg uscito qualche anno prima e della vicenda Dolly. Negli ultimi dieci anni questi progetti si sono moltiplicati e l’ipotesi di recuperare un animale così famoso ha portato in questo ambito anche l’interesse di finanziatori privati che hanno, e stanno, fornendo grossi capitali. Come riportato dal National Geographic6 un gruppo di genetisti giapponesi guidati da Kazufumi Goto si sono posti come obiettivo quello di far nascere un mammoth impiegando le cellule germinali che sperano di trovare nelle mummie scoperte fin’ora, per poi impiantare il tutto in una femmina di elefante indiano (Elephas maximus), più vicino geneticamente al mammuth di quello africano (Loxodonta africana). Nel caso in cui questa tecnica abbia successo l’idea è quella di far nascere una generazione di mammuth da trasferire poi in un parco safari siberiano: una sorta di Mammuth Park. I ricercatori, oltre alla notorietà assicurata da un risultato scientifico che farebbe epoca, hanno la speranza di poter comprendere meglio le caratteristiche e le cause dell’estinzione di questa specie.
I mammuth
sono probabilmente, dopo i dinosauri, i più famosi animali estintisi in passato. Dotati di grande fascino a causa della loro mole imponente e delle grandi zanne, lunghe anche 5 metri, possono esser considerati come i nonni degli elefanti moderni. Comparvero dapprima in Africa circa 4 m.a. per poi migrare nell’eurasia arrivando fino a colonizzare il nord America dando origine a diverse specie tra cui il mammuth lanoso (Mammuth primigenis), simbolo delle ere glaciali. Si trattava di un animale imponente, alto circa 3,5 m al garrese e del peso di 6 tonnellate che grazie ad adattamenti come la folta pelliccia, uno spesso strato di grasso cutaneo e orecchie più piccole degli elefanti moderni, potè proliferare durante le glaciazioni. Fu l’obiettivo di molte battute di caccia dei nostri progenitori che se ne cibavano già 1,8 m.a. ed in passato si pensò che proprio questo fosse alla base della sua estinzione avvenuta circa 10000 anni fa per gran parte delle specie. Tuttavia diversi studiosi credono invece che la scomparsa del mammuth sia dovuta principalmente ad importanti cambiamenti climatici oppure ad una malattia virale.
Ci sono però due problemi fondamentali che ostacolo il realizzarsi di questi progetti: la ridotta variabilità genetica e la bassa qualità del DNA. La variabilità genetica è un fattore molto importante nella biologia soprattutto delle piccole popolazioni perché consente di assicurare una maggiore longevità alle popolazione. La diversità individuale, assicurata sia dalla riproduzione sessuale che da alcuni meccanismi genetici ed, in parte, dalle mutazioni, rende tutti gli individui diversi geneticamente e quindi più o meno tolleranti a determinati fattori negativi, come ad esempio l’infezione di un parassita. Se questa infezione si manifesterà in una popolazione ci saranno perciò individui più o meno sensibili. Nel caso in cui l’infezione sia mortale, gli individui meno sensibili, non ammalandosi o avendo sintomi più deboli, avranno un tasso di sopravvivenza più alto degli altri assicurando così la sopravvivenza della specie. Questo è tra l’altro uno dei motori del concetto di evoluzione. Le popolazioni nate con l’impiego di DNA proveniente dai pochi reperti esistenti, che si parli di mammuth, dodo o smilodonte non c’è differenza, avrebbero perciò una ridottissima variabilità genetica di base e potrebbero perciò eser molto più sensibili del normale a diversi fattori. Inoltre, proprio a causa del basso numero d’individui d’origine vi sarebbe anche un forte livello di consanguineità, altro fattore sfavorevole perché collegato direttamente al manifestarsi di forti problemi fisiologici. Tutto questo si verificherebbe anche nel caso in cui il DNA sia di ottima qualità. Non è così però in questo caso.
Quando un organismo muore la sua struttura fisica, sia per l’azione di fattori fisico chimici che p
er l’azione degli organismi decompositori, dopo poco tempo comincia ad esser demolita. Sfortunatamente il DNA è una delle strutture organiche che comincia a denaturarsi prima. Questo fa sì che, anche nel caso in cui l’animale sia morto in “condizioni fortunate” per i ricercatori, quindi in un ambiente secco, freddo, al riparo dalla luce ed in condizioni di temperatura costante, fattori che riducono al minimo la decomposizione, è molto improbabile che il DNA si conservi senza subire danni. Se nel caso del bucardo, in cui passarono pochi anni dalla morte dell’animale all’impiego del suo DNA, che tra l’altro era stato conservato in laboratorio a condizioni ottimali, non c’è stata la sopravvivenza della prole cosa ci si può aspettare allora dal DNA di un animale morto milioni di anni fa e rimasto in condizioni molto meno stabili e controllate? Questo, oltre alle ovvie questioni bioetiche sulla clonazione, sembra esser davvero il problema principale. Non resta che aspettare qualche scoperta della genetica o forse, qualche nuovo ed ingenuo suggerimento dal mondo della fantascienza.
Titanoboa cerrejonensis: il re dei serpenti febbraio 6, 2009
Posted by Marco in biologia, paleontologia.Tags: animali, Colombia, foresta tropicale, fossili, Jason Head, paleontologia, predatori, preistoria, serpenti, sud America, Titanoboa
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Da “Nature” la notizia: scoperti in Colombia i resti di un serpente lungo 13 metri e pesante più di 1 tonnellata
05/02/2009 – La notizia ha fatto scalpore: v’immaginate trovarvi un anaconda nel giardino? Bene, provateci ora con un serpente ancora più grande e pesante come una utilitaria: il Titanoboa cerrejonensis. Io, nonostante ami gli animali, sarei agghiacciato.

un'Anaconda
Per fortuna questo autentico mostro non sarà mai nei vostri giardini perché si è estinto milioni di anni fa ma i suoi resti, alcune vertebre, fanno immaginare quanto grosso dovesse essere e consentono di ipotizzare come potesse esser il clima della zona 60 milioni di anni fa, epoca in cui coccodrilli e tartarughe erano gli stuzzichini di questo “nonno” dei Boa costrictor.
I reperti, appartenenti a 28 individui diversi, sono stati scoperti da un’equipe guidata da Jason Head dell’Università di Toronto, Canada, e Carlos Jaramillo, paleobotanico dello Smithsonian Tropical Institute Research di Panama, nel Nord – Est della Colombia in una miniera di carbone nei pressi di Cerrejòn. “Appena abbiamo capito quanto era grosso ci siamo spaventati” racconta sempre il prof. Head, ed effettivamente non ha torto. “Questo è il più grande serpente di cui si abbia avuto notizia – conferma Harry Green, biologo evoluzionista dell’Università di Cornell ad Ithaca, New York – è davvero incredibile”. 13 metri di lunghezza, circa 1 metro di diametro e, quintale più quintale meno, circa 1 tonnellata di peso: ecco i numeri di questo rettile sorprendente.

Ecco alcuni dei reperti ritrovati, in alto a sinistra il paragone tra una vertrebra di Titanoboa ed una di Anaconda
Questo colosso viveva circa 60 m.a. in un ambiente simile all’attuale Amazzonia, dove ora vivono alcuni tra serpenti più grandi al mondo come l’Anaconda ed il Boa costrictor, e si nutriva probabilmente di tutto quello che sfortunamente gli passava vicino. Probabilmente non era velenoso e s’ipotizza che fosse un serpente costrittore, proprio come i due citati sopra, ossia un rettile capace di uccidere le prede soffocandole tra le sue spire. Dal suo ritrovamento si è potuto ipotizzare come fosse l’ambiente e soprattutto la temperatura della zona. “Gli ecosistemi tropicali del Sud America erano sorprendentemente diversi 60 milioni di anni fa” – dice Jonathan Bloch, paleontologo del Museo di Storia Naturale dell’Università della Florida – “questa era una foresta pluviale decisamente più calda rispetto a oggi ed i rettili a sangue freddo che vi vivevano erano molto molto più grossi rispetto quelli odierni”. Si pensa infatti che l’area di quella antica giungla potesse avere una temperatura media superiore ai 30 – 35° C condizione essenziale per permettere ad un rettile così grande di sopravvivere.
Prima di questo ritrovamento il serpente più grande mai ritrovato proveniva dall’Egitto era lungo “solo” 10 metri, risaliva a 39 m.a. ed aveva un nome altisonante: Gigantophis garstini
