“Effetto caldo” di B. Fagan giugno 27, 2010
Posted by Marco in ambiente, antropologia, cibo, libri, paleontologia.Tags: acqua, agricoltura, antropologia, B. Fargan, Caldo Medioevale, cammelli, canali, carestie, carotaggi, carovane, cereali, Chaco Canyon, Chimon, cibo, clima, commercio, coralli, correnti marine, demografia, dendrocronologia, deserti, disboscamento, ecologia, Effetto caldo, El Nino, ENSO, fiumi, foreste, Gengis Khan, ghiaccio, Groelandia, guerre, impatto ambientale, Inca, India, ingegneria idraulica, invasioni, irrigazione, Islanda, Isola di Pasqua, isole, La Nina, laghi, malattie, Maya, megasiccità, mongoli, monsoni, navigazione, oceani, palinologia, pollini, pompa del deserto, proxy, riso, Sahel, sedimenti, sostenibilità, steppe, storia, venti, vichinghi, Vinlandia
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Dall’editore che ha pubblicato in Italia “Breve storia di (quasi) tutto” ecco un altro interessante libro che parla di scienza, clima e umanità.
Il libro di Fagan,
antropologo all’università della California, parla di clima e di umanità ma con un approccio molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Recentemente il clima è stato per mesi al centro dell’agenda di politici e media. Con il COP15 la mobilitazione, e quindi l’attenzione, per la questione è stata massima. Si è parlato di clima, di emissioni, di protocolli e gas serra dando per inteso che sia l’uomo ad agire sul clima, ma è davvero così?
Nel libro di Fargan, a metà tra il romanzo storico ed il meticoloso saggio scientifico, si legge di come molti dei grandi eventi della Storia, dall’espansione dell’impero di Gengis Khan alla caduta del suggestivo impero Khmer siano stati conseguenze del cambiamento climatico. La Storia, sembra voler dire Fargan, è uno spettacolo in cui l’umanità è attore principale con, alla regia, il clima.
Il libro è suddiviso in capitoli che trattano, di volta in volta, le diverse situazioni verificatesi in diverse aree del mondo e orientate a dimostrare come il periodo del Caldo medioevale abbia avuto ripercussioni globali, favorevoli per alcuni, come ad esempio le popolazioni del grande nord, devastanti per altri, Maya prima di tutto.
Fargan da anche ampia descrizione anche sui metodi che hanno permesso ai ricercatori di risalire al clima dei secoli passati. Coralli, alberi, limi, e più in generale, sedimenti, vengono studiati, scavati, analizzati ovunque nel mondo, lasciando talvolta il lettore sorpreso davanti alla precisione, e soprattutto alla globale coerenza, delle informazioni ricavate.
Fargan crea un libro affascinante e talvolta suggestivo pur trattando comunque di scienza. Ogni capitolo comincia con una breve parte romanzata utile, a mio parere, a coinvolgere ulteriormente anche il lettore meno interessato. Piccole pillole di scienza pura, come la spiegazione accurata, e forse un po’ involuta, di alcuni fenomeni metereologiche come el Nino, sono poi disperse qua e la nel libro dando così una buona comprensione di quanto succede ed è conosciuto del sistema Terra.
Da “Effetto Caldo” traspaiono quindi due considerazioni fondamentali: esiste una risorsa fondamentale per l’umanità troppo spesso sottovalutata, l’acqua. Il successo, la caduta, il destino di tutte le popolazioni, di tutta l’umanità sono sempre dipesi direttamente, o indirettamente, dalla disponibilità idrica. Fargan, come è già chiaro a molti, nell’ultimo capitolo dove da le sue considerazioni sulla situazione attuale si sofferma su questo punto lasciando intendere chiaramente come nel futuro prossimo l’acqua assumerà il ruolo ora recitato dal petrolio.
In secondo luogo l’altra considerazione fondamentale: lo sviluppo sostenibile e la capacità di adattamento sono essenziali. La storia, e questo libro parla del binomio storia dell’uomo-storia del clima, spiega chiaramente come, quando in una società si superi il punto critico di sfruttamento del suolo, delle risorse, dovuto molto spesso all’incremento del tasso demografico, si hanno due possibili conseguenze, guerre di conquista oppure implosioni nella società.
“Effetto caldo” è perciò un libro davvero piacevole che ricorda in alcune sue parti “Collasso” di J. Diamond (tra l’altro i due lavorano entrambi in California). Qua è la ci sono alcune grosse imperfezioni che lasciano un po’ interdetti, però resta comunque una validissima e davvero interessante lettura.
“Stiamo freschi” di B. Lomborg – Mondadori 2008 dicembre 31, 2009
Posted by Marco in ambiente, economia, energia, libri.Tags: acqua, Al Gore, ambientalisti, ambiente, Bjorn Lomborg, clima, CO2, Copenhagen, Danimarca, desertificazione, dollari, ecologia, economia, effetto serra, emissioni, euro, ghiacci, IPCC, Kyoto, libri, mari, meeting, Mondadori, oceani, pianeta, protocollo, riscaldamento globale, saggi, terra, terzo mondo
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Il cambiamento climatico è l’argomento più trattato di quest’anno. Quindi non c’era libro più adeguato per concludere il 2009 che “Stiamo freschi” del danese B. Lomborg, una delle pochissime voci autorevolmente fuori dal coro.
Lomborg, professore associato di statistica presso l’università danese di Aarhus, deve la sua notorietà, e anche l’antipatia di molti, al suo primo lavoro, “L’ambientalista scettico”del 2001, in cui si pone, cosa che conferma anche in questo libro, in chiaro disaccordo con la corrente catastrofista-ecologista che vede nel riscaldamento globale il più grave pericolo per la nostra civiltà e per la vita sul pianeta (per farsi un’idea basti vedere il video di apertura di Copenhagen 2009).

Al Gore
In questo secondo libro Lomborg pone l’accento proprio sul protocollo di Kyoto, argomento principe dell’appena terminato meeting di Danimarca, valutandone secondo il metro dei costi/ benefici l’effettiva utilità e mettendo in luce le molte ipocrisie, soprattutto dal punto di vista politico, di coloro che del protocollo hanno fatto una panacea per i mali del pianeta e un grosso vantaggio a livello di immagine, in primis Al Gore che del fronte ambientalista è senza dubbio il maggiore e più importante esponente e l’IPPC, lo strumento creato dalle nazioni unite per valutare scientificamente la tematica del cambiamento climatico che con il tempo si è politicizzato.

Bjorn Lomborg
Lomborg non contrasta l’effettiva realtà del riscaldamento globale, cosa che sarebbe assurda viste le tantissime prove scientifiche a riguardo, ma consigliando di abbassare i toni del dibattito, che talvolta hanno raggiunto il livello dell’isteria collettiva (si riguardi nuovamente il video di presentazione di Copenhagen) e della “caccia alle streghe” (l’autore venne accusato da molti esponenti della comunità scientifica di disonestà dopo la pubblicazione de “L’ambientalista scettico”), valuta criticamente il protocollo e le previsioni di sventura per il nostro “dopo-domani” suggerendo soluzioni alternative, intelligenti ed economiche e ricordando poi come oltre al problema del clima, senza dubbio importante e mai messo in discussione dall’autore, esistano anche altre problematiche di uguale, se non maggiore, priorità come l’HIV e la malaria.
Tra una gran massa di cifre, note e percentuali il lettore troverà diversi spunti davvero interessanti e avrà, o almeno così è successo a chi scrive, l’impressione terminato il volume di non aver in mano una verità assoluta, cosa impossibile in ambito scientifico, ma la possibilità di poter vedere il tutto da un’altra, e più oggettiva, prospettiva pensando a un futuro sicuramente più tiepido ma senza atolli sommersi e catastrofi imminenti.
la soluzione del mistero… aprile 28, 2009
Posted by Marco in biologia.Tags: abissi, animali strani, biologia, criptozoologia, macropinna microstoma, mari, occhi, oceani, pesci, profondità
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Macropinna microstoma, un nome, la risposta ai molti dubbi di quelli che vedendo il video (vd. http://tolomeo.wordpress.com/2009/02/27/un-nuovo-mistero-dagli-abissi/) hanno pensato all’ennesima bufala in computer grafica spacciata per scoop. Invece no, questo è un animale proprio vero.
il pesce dalla testa trasparente

calamaro vampiro
Nelle profondità marine la mancanza di luce, le forti pressioni e le basse temperature son alcuni dei fattori che influiscono sulla vita degli organismi in modo molto importante. Per questo motivo gli abissi marini ospitano degli animali dalle forme e dimensioni sorprendenti come la rana pescatrice (Lophius piscatorius), lo squalo goblin (Mitsukurina owstoni) e il calamaro vampiro (Vampyroteuthis infernalis). Rientra appieno in questa categoria anche questo piccolo pesce.

squalo goblin
Come spiega Bruce Robison, uno dei due scienziati che l’hanno filmati, l’altro è Kim Reisenbichler, entrambi del Monterey Bay Aquarium Research Institute, in questo video il Macropinna è un piccolo pesce abissale dotato di due grandi occhi tubolari le cui lenti, quelle due grandi sferule verdi che si potrebbero scambiare per un cervello, gli consentono di captare la poca luce presente nelle profondità marine. Questi organi sono inseriti totalmente all’interno di una sorta di cranio fluido – trasparente che li protegge dall’ambiente esterno. Oltre a questi occhi grandi e molto sensibili l’animale ha anche due grosse capsule, probabilmente di funzione olfattiva, sopra la bocca. I due ricercatori ipotizzano che si cibi di piccoli pesci e meduse e che sfru
tti proprio i grandi occhi per individuarli nell’oscurità.
Questo animale è noto da tempo, venne scoperto nel 1939, tuttavia fin’ora i pochi resti arrivati agli studiosi non avevano permesso di comprendere l’esistenza di questa strana struttura gelatinosa a copertura degli occhi. Questo probabilmente a causa della forte variazione di pressione che subisce l’animale nella risalita in superficie e che, quasi sicuramente, ne provoca la rottura. Si pensava, prima di vedere queste immagini, che gli occhi dell’animale fossero immobili impedendogli così di poter vedere quello che gli stava di fronte. Invece ora è chiaro che, grazie ai movimenti compiuti dagli occhi nella matrice fluido-gelatinosa, questi gli consentono di coprire un campo visivo molto più ampio.
Una pianeta dai mille collegamenti gennaio 6, 2009
Posted by Marco in ambiente, biologia.Tags: cambiamenti climatici, clima, CO2, ecologia, effetto serra, ferro, fitoplancton, ghiaccio, iceberg, mari, oceani
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Dalle pagine di Repubblica emerge che tra i tanti fattori che agiscono sul clima, oltre all’uomo, anche il ferro dei ghiacci polari ha un suo importante ruolo.
06/01/09 – Più sono gli studi sul clima e più ci sono sorprese. L’importanza delle foreste come serbatoi di CO2 e polmoni del pianeta è cosa nota da molto tempo. Lo stesso vale per l’importanza delle grandi correnti marine che spostando grandi volumi d’acqua calda vanno a mitigare il clima delle coste vicino cui passano. Si è poi scoperto che anche i deserti hanno una loro importanza perchè riflettendo moltissima luce senza assorbirne il calore raffreddano il pianeta (e lo stesso vale per i poli). Ora anche gli iceberg, il loro scioglimento in particolare, sembra influire il clima.

Nei grandi ghiacci del polo Sud sono accumulati un gran numero di composti chimici differenti. Alcuni di questi vengono impegati per ricostruire il clima del passato (isotopi dell’Ossigeno) alle cui variazioni è collegata la concentrazione di queste molecole. Ora, da uno studio dell’Università di Leeds (Gran Bretagna), si è scoperto che anche il ferro di questi ghiacci ha un ruolo importantissimo nella crescita del fitoplancton.
Era già noto come questo elemento avesse lo ruolo di fecondatore oceanico. I grandi venti che trasportano le sabbie desertiche nei mari non fanno altro che dare cibo agli oceani. Cibo sottoforma di ferro che alimenta il primo anello della catena alimentare dei mari: il fitoplancton. Tuttavia s’ingnorava che anche i ghiacci del polo Sud potessero avere un ruolo così importante. “La maggior parte dei sedimenti trasportati dagli iceberg hanno poca importanza, ma un’analisi con microscopi ad alta risoluzione ha messo in luce grandi quantità di ferro con dimensioni nanometriche, il quale potrebbe avere un significativo impatto sulla crescita del plancton nell’oceano che circonda il Polo Sud” dice Rob Raiswell, uno degli scienziati che hanno fatto la scoperta.
L’importanza di tutto questo sta nel fatto che il fitoplancton è una sorta di microscopica foresta marina in cui milioni di miliardi di piccole alghe sfruttano il ferro, oltre ad altri componenti chimici, per svilupparsi e che, mediante la fotosintesi (lo stesso meccanismo svolto ad esempio dalle grandi foreste equatoriali o dal boschetto dietro casa), impiegano la CO2 per cibarsi. In questo modo questi piccoli organismi vanno a sottrarre il potente gas serra dall’atmosfera.
Con il maggior scioglimento dei ghiacci collegato al riscaldamento del clima, un maggiore volume di ferro dovrebbe finire negli oceani provocando una forte crescita del fitoplancton che potrebbe così assorbire molta della CO2 emessa dall’uomo rallentando l’aumento della temperatura terrestre. Una sorta di “tampone climatico” in grado quindi di agire da riduttore, o quantomeno rallentatore, del riscaldamento globale.
Non è la prima volta che ci si trova davanti ad un fenomento del genere. Molti fattori ecologici del pianeta sono collegati tra di loro a creare una sorta di “equilibro climatico globale” che, se alterato, ha meccanismi che si attivano per compensare la variazione in sè. Tuttavia sorprendono sempre più il numero e la raffinatezza di questi fattori.
di Marco Affini
una nuova via per l’azoto negli oceani? dicembre 2, 2008
Posted by Marco in biologia.Tags: azoto, biologia, biotecnologie, cicli della materia, ciclo dell'azoto, DNA, microrganismi, oceani
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Un nuovo microrganismo scoperto nell’oceano apre la porta a nuove idee sul ciclo dell’azoto negli ecosistemi marini.
2/12/08 – Una ricerca guidata da Jonathan Zehr, professore di scienze oceaniche presso l’università della California di Santa Cruz,
ha classificato un microrganismo geneticamente differente da tutti gli altri fin’ora trovati. Questo nuovo organismo, un batterio azoto fissatore, sembra esser un membro atipico dei cianobatteri, un gruppo di batteri fotosintetici conosciuti anche come alghe blu – verdi.
A differenza di tutte le altre forme conosciute questo nuovo organismo manca di alcuni geni necessari a portare a termine la fotosintesi, il processo impiegato da piante ed alghe per produrre energia a partire dalla luce solare e responsabile della presenza di ossigeno sul pianeta.
Attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie di sequenziamento del DNA, fornite dalla 454 Life Science, una compagnia satellite del gruppo Roche, si è potuto sequenziare molto rapidamente il DNA dell’organismo scoprendo così la mancanza di interi set di geni necessari al fotosistema II e quindi alla fissazione del carbonio, parti essenziali del macchinario molecolare che porta a termine la fotosintesi in piante e cianobatteri.
“Durante la fotosintesi il fotosistema II genera ossigeno mediante l’idrolisi. Poiché l’ossigeno inibisce il fissaggio dell’azoto, molti cianobatteri azoto fissatori agiscono solo la notte o fanno ciò in cellule specializzate” ricorda Zehr “la mancanza del fotosistema II consente al nuovo microbo di fissare senza alcun problema l’azoto durante il dì ma, contemporaneamente, gli impedisce di portare a termine la fotosintesi non consentendogli d’ottenere gli zuccheri necessari al suo metabolismo.
Per nutrirsi non gli restano che due vie in questo caso: cibarsi della materia organica presente nell’ambiente, come fanno gli organismi chiamati Eterotrofi, oppure vivere in stretta associazione con un altro organismo che provveda per lui al cibo”.
Gli organismi azoto fissatori sono fondamentali, oltre per il ciclo dell’azoto, anche per gli ecosistemi. Sebbene nell’atmosfera terrestre l’azoto sia un elemento abbondante gli organismi, per il quale è fondamentale, non possono usarlo finché non è fissato in altre molecole come ammoniaca o nitrati. Il processo di fissazione dell’azoto è perciò uno dei maggiori fattori di controllo della produttività biologica.
“Il nuovo organismo che abbiamo scoperto ha uno stile di vita davvero molto differente dagli altri cianobatteri ed è anche uno dei più diffusi negli oceani. Questo ha molte implicazioni ed è molto importante per noi capirne lo ruolo negli ecosistemi e gli effetti che ha nel bilanciamento di carbonio ed azoto nell’oceano” conclude Zehr.
L’obiettivo del gruppo di ricerca ora è concentrato nella mappatura della distribuzione oceanica di questo microbo per poterne così stimare l’abbondanza globale. Inoltre la volontà dei ricercatori è quella di riuscire a far riprodurre l’organismo in laboratorio così da poter capirne appieno il metabolismo. Mediante delle colture, infatti, questo cianobatterio potrebbe esser utilizzabile in diverse applicazioni biotech.
Di Marco Affini