jump to navigation

Intervista con Antonello Provenzale luglio 20, 2010

Posted by Marco in ambiente, biologia, economia, energia, interviste.
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
add a comment

Buongiorno a tutti, oggi ho il piacere di proporvi una bella intervista con Antonello Provenzale ricercatore dell’ISAC-CNR che da circa trent’anni si occupa studia il clima e l’atmosfera terrestre con diverse pubblicazioni e ricerche di livello internazionale.

Buongiorno professor Provenzale, immagino che avrà seguito con grande interesse gli eventi del meeting di Copenhagen, come considera i risultati raggiunti dall’evento? E si aspettava qualcosa di diverso?

La Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) è stata ampiamente pubblicizzata come un momento epocale per affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici, con la presenza di un grande numero di partecipanti e di Capi di Stato e di Governo, in rappresentanza dei Paesi responsabili a livello mondiale di una larghissima frazione del PIL, della popolazione e delle emissioni di gas serra. Il risultato raggiunto è stato inferiore alle aspettative, ma credo che rappresenti comunque un passo avanti. La politica internazionale ha seguito la strada che era realistico attendersi: il problema del cambiamento climatico è molto complesso da un punto di vista scientifico, le proiezioni climatiche sono tuttora affette da significativi margini di incertezza e la sfida posta dai cambiamenti climatici mette in gioco interessi diversi e spesso contrastanti. In definitiva implica una ridefinizione del tipo di sviluppo della nostra società, da un modello orientato alla crescita senza limiti ad uno orientato alla sostenibilità. Per questo sarebbe ingenuo pensare che, come d’incanto, tutto si possa risolvere senza contrasti e in pochi giorni.

L’aspetto incoraggiante è che, contrariamente a quanto avvenuto nel recente passato, la politica a livello globale ha preso coscienza del problema climatico e sperabilmente continuerà ad occuparsene. Credo che sia importante l’accresciuta attenzione per il ruolo degli aerosol (polveri sottili), specialmente quelli carboniosi, responsabili di una parte non trascurabile del riscaldamento in atto. Politiche di abbattimento delle emissioni di aerosol carboniosi possono avere effetti positivi sia sulla qualità dell’aria (e quindi sulla salute) che sul contenimento temporaneo dell’aumento di temperatura, e sono forse meno complesse da mettere in atto rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Uno degli argomenti che ha fatto più scalpore al summit è stato quello del climate gate, lo scandalo, o presunto tale, dei consigli che diversi climatologi si scambiavano su come rendere più drammatici i risultati delle loro ricerche in ambito climatico “truccandone” i risultati. Che ne pensa lei, che della comunità scientifica fa parte, di questa faccenda? Una manovra politica per screditare il sistema oppure un’abitudine poco lodevole di qualche scienziato poco onesto?

La vicenda dei “messaggi rubati” dal centro inglese è decisamente spiacevole, anche se credo che in definitiva i casi di manipolazione dei dati siano stati estremamente limitati. Personalmente, ho trovato anche molto tristi i messaggi in cui la dialettica scientifica lascia il posto all’insulto e all’astio personale. Questa storia mostra chiaramente il livello di scontro e di tensione raggiunto da alcuni ricercatori, sottoposti spesso ad estenuanti tour de force da parte di “scettici del clima” di professione, addestrati a svolgere un ruolo da disturbatori e guastatori. Con questo, le eventuali manipolazioni non sono giustificabili a nessun livello e per nessun motivo e i responsabili ne stanno pagando le conseguenze. Secondo me, il risultato peggiore di tutto ciò è aver dato l’impressione, spesso esagerata ad arte da alcuni media, che la ricerca scientifica non sia altro che un gioco delle parti di tipo politico. L’errore grave commesso da alcuni ricercatori esasperati non deve diventare una scusa per buttare a mare le importanti e oggettive indicazioni che ci sono fornite dalle attività di ricerca scientifica.

Ma alla luce di quanto accaduto secondo lei le stime fatte dall’IPCC riguardo gli scenari correlati all’incremento delle temperature devono esser rivalutate o restano comunque affidabili e credibili?

Il quadro generale del riscaldamento globale è sostenuto da talmente tante evidenze sperimentali ed empiriche che risulta affidabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Basti pensare alla fusione dei ghiacciai montani, all’aumento in tutte le regioni del mondo dell’acqua di fusione, alla riduzione del ghiaccio marino e delle calotte glaciali artiche, all’aumento del livello marino e a tutti gli altri dati sperimentali che confermano il riscaldamento in corso. Non credo che nessun ricercatore possa mettere in dubbio il sostanziale riscaldamento avvenuto negli ultimi cento anni. Diverso è il discorso su alcuni aspetti e risultati specifici, che in alcuni casi l’IPCC ha riportato in modo errato – basti pensare alla previsione della data di sparizione dei ghiacciai Himalayani. Mentre il quadro generale è chiaro, le sue implicazioni specifiche sono, in alcuni casi, ancora affette da significativi margini di incertezza.

Conoscerà sicuramente B. Lomborg, lo statistico danese che è forse la voce più importante tra i detrattori di Kyoto e che propone di dirottare le risorse economiche destinate a Kyoto a settori come la ricerca su tecnologie a bassa emissione, e di passare dall’idea di contrastare il riscaldamento globale a quella di adattarvisi, cosa ne pensa? Sono suggerimenti accettabili e intelligenti o solo “fumo negli occhi”?

L’adattamento è assolutamente necessario. Anche se dovessimo interrompere subito le emissioni di gas serra e aerosol (cosa abbastanza impensabile), l’inerzia del sistema climatico è tale che la temperatura continuerebbe comunque a crescere. Quindi, l’adattamento a condizioni più calde è fondamentale. Ma l’adattamento non basta: oltre un certo limite di aumento di temperatura (indicativamente posto a 2 °C in più rispetto all’epoca pre-industriale, ovvero circa 1.2 °C rispetto ad oggi), i costi dell’adattamento diventano così alti da rischiare di essere insostenibili, e comunque tendono a diventare maggiori dei costi delle strategie di mitigazione basate sulla riduzione di emissioni di aerosol e gas serra.

Ma davvero, come molti pensano, il riscaldamento globale è il più importante problema per l’umanità? Non ci sono problematiche di maggiore priorità e di più facile soluzione come l’eradicazione di malattie come malaria e tubercolosi che ogni anno provocano centinaia di migliaia di morti, oppure la crisi idrica di molti paesi che oltre a rendere insostenibili le condizioni di vita ne blocca alla base ogni possibile sviluppo? Non le sembra che il riscaldamento globale sia visto quasi alla stregua di una soluzione finale per tutti i mali del mondo?

Dipende dalla prospettiva. Per un rifugiato in un campo profughi, il cambiamento climatico non è così importante. Ma se l’aumento del livello del mare rischia di rendere inabitabili alcune isole, per gli abitanti di quei posti il problema è serio. Inoltre, un aumento delle temperature è probabilmente causa di una maggiore espansione di malattie e di condizioni di potenziale siccità in ampie aree della Terra. Un inaridimento severo del Nord Africa avrebbe conseguenze disastrose sull’Africa e sull’Europa, con migrazioni di massa e innesco di instabilità sociali… Naturalmente, non tutte le conseguenze sono negative: inverni più miti alle medie latitudini comportano una minore incidenza di malattie cardiovascolari. Ma anche una maggiore sopravvivenza di parassiti durante l’inverno. E se gli inverni sono più miti, anche le estati sono probabilmente più calde. Per esempio, le proiezioni dei modelli climatici indicano che in uno scenario di riscaldamento globale ci si deve aspettare una probabilità molto maggiore di estati siccitose (come nel 2003) in Francia e in Italia del nord.

Il riscaldamento globale non è l’unico problema che dobbiamo affrontare, e certamente la mitigazione del riscaldamento globale non è la soluzione di tutti i mali e non deve diventare un alibi per non affrontare gli altri problemi, anche ambientali, che incombono. Tuttavia, l’aumento delle temperature in molti casi peggiora anche gli altri aspetti, e quindi è un problema che va affrontato. E’ la prima volta che l’umanità compie un esperimento di modifica ambientale a scala globale, e non è detto che il risultato sia un’ambiente più piacevole per la nostra sopravvivenza.

Un ultima domanda: una delle obiezioni più forti mosse a tutta la teoria del riscaldamento globale è che il clima non sia costante nel tempo. Non pensa che tutti gli scenari sulle conseguenze del riscaldamento globale siano orientati ad un catastrofismo forzato? Se nel passato, con società molto meno evolute a livello tecnologico, l’umanità è sopravvissuta, perché dovrebbe andare crisi proprio ora?

Il clima della Terra varia di continuo, ed è sempre variato. Negli ultimi 200 anni, oltre alle cause naturali si è aggiunto l’aumento dei gas serra atmosferici, in seguito alle attività umane legate all’industrializzazione, al massiccio uso di combustibili fossili e al rapido aumento della popolazione. L’effetto diretto, radiativo, dei gas serra è facilmente calcolabile. Più difficile invece è quantificare gli effetti dei meccanismi di amplificazione innescati dall’aumento della temperatura (per esempio, l’aumento della concentrazione di vapor d’acqua e le modifiche nella copertura nuvolosa e nella risposta della vegetazione). Si ritiene che il riscaldamento in atto oggi sia un fenomeno nuovo rispetto a quanto avvenuto nell’ultimo migliaio di anni, e forse anche più. Il Medioevo è stato un periodo caldo, ma la maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che le temperature siano state comunque inferiori rispetto a quelle odierne, e che il cosiddetto “optimum” medioevale sia stato un evento circoscritto ad un’area geografica, come lo fu anche la piccola era glaciale fra il 1650 e il 1850 circa.

Certamente 60 milioni di anni fa la Terra era molto più calda di quanto lo sia adesso, ma allora non c’erano nè gli esseri umani nè la loro civiltà complessa. Pochi esseri umani con vita nomadica possono sopravvivere a forti cambiamenti climatici (siamo passati attraverso l’ultimo periodo glaciale e la deglaciazione, per esempio), ma una civiltà complessa e caratterizzata da grandi infrastrutture fisse (città, industrie, agricoltura, confini nazionali…) è molto meno resistente al cambiamento di una tribù di cacciatori-raccoglitori. Oggi, un innalzamento della temperatura media della superficie terrestre di qualche grado non segnerebbe certamente la fine del mondo, e neppure quello della specie umana. Tuttavia, potrebbe innescare fenomeni di carestie, migrazioni di massa, guerre e altre calamità che renderebbero il mondo un posto assai diverso di come lo conosciamo adesso, almeno in occidente.

Va anche ricordato che i grandi organismi internazionali pubblici (per esempio, l’ONU e le sue varie oranizzazioni) e privati (per esempio, le compagnie di ri-assicurazione), e i governi più lungimiranti stanno sviluppando strategie per affrontare i disagi e i problemi che si potranno manifestare nel caso di riscaldamento globale severo, quali, appunto, le ondate di migranti attese dai paesi colpiti da siccità e carestie e l’aumento dei rischi legati a fenomeni meteorologici divenuti più intensi. Il catastrofismo è sempre da evitare (e concordo che talvolta alcuni climatologi si sono lasciati trasportare verso la drammatizzazione), ma è anche necessario evitare l’incoscienza e la superficialità del vivere alla giornata.

Oggi, è anche in gioco il diritto degli esseri umani (di tutti gli esseri umani) a vivere in condizioni dignitose. Le proiezioni indicano che molto probabilmente il riscaldamento globale colpirà in modo particolarmente severo quei paesi che già oggi sono più poveri e più esposti alla violenza degli uragani e delle siccità, con infrastrutture più fragili. La sfida, oggi, è saper utilizzare il problema posto dal riscaldamento globale come motore di sviluppo equo, di evoluzione della tecnologia, della società e dei meccanismi produttivi, non certo come scusa per chiudersi in un millenarismo catastrofista.

Antonello Provenzale

Addio Antartide? marzo 13, 2009

Posted by Marco in ambiente.
Tags: , , , ,
add a comment

I tagli pesanti alla ricerca al polo sud decisi dall’ultima finanziaria rischiano di far chiudere “concordia”

Sull’Antartide la bandiera dell’ Italia rischia di essere ammainata. ”La nostra presenza al Polo Sud e’ in pericolo. Una concordiasituazione grave per prestigio, credibilita’ e ricerca scientifica”. L’allarme e’ del responsabile ambiente del Pd, Ermete Realacci, che ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’Istruzione, Universita’ e Ricerca e dello Sviluppo Economico per chiedere il ripristino dei fondi. Realacci ricorda che nel 2006, con 19 milioni di euro a disposizione, la spedizione in Antartide ha dovuto tagliare l’ 80% della ricerca scientifica programmata. Nel 2007 i milioni di euro disponibili sono stati 13,8 e l’attivita’ scientifica e’ stata ridotta di oltre il 90%. In assenza di risorse destinate nella Legge finanziaria per il 2008, nel gennaio 2008 e’ stato deciso di sospendere la programmazione triennale e in extremis il progetto ha goduto di un finanziamento di 10 milioni di euro da parte del Miur, recuperati dal Fondo ordinario degli enti di ricerca e non da uno stanziamento ad hoc. E’ quindi ”necessario e urgente – afferma Realacci – che i ministeri interessati intervengano al piu’ presto non solo per ripristinare le risorse per la ricerca ma per trovare le misure piu’ idonee per garantire una continuita’ di azione indispensabile per un’attivita’ di ricerca e programmazione pluriennale al pari degli altri Paesi presenti in Antartide”. Il Governo italiano, si ricorda nell’interrogazione, ha sottoscritto il Trattato Antartico il 18 marzo 1981 e il 10 giugno 1985 e’ stata approvata la legge n.284 che istituiva il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra) che fin dal 1985 ha portato a termine (nel periodo 1985-2008), 24 Campagne scientifiche nazionali realizzando anche una base permanente denominata Baia Terra Nova, ora stazione Mario Zucchelli. Poi il progetto di cooperazione Italia-Francia del ’93 ha permesso la costruzione di ”Base Concordia”. (ANSA). GU

La scomparsa delle api: una ricerca in Piemonte gennaio 3, 2009

Posted by Marco in ambiente, biologia.
Tags: , , , , , , , , ,
1 comment so far

Nel Verbano Cusio Ossola sta per partire un interessate studio con l’obiettivo di capire come e perché le nostre api stanno morendo

01/ 01/ 2009 -

Da circa un paio d’anni una forte moria sta decimando la popolazione mondiale di molti impollinatori, soprattutto le api. Questo è un problema che può avere ripercussioni sempre più forti con il procedere del tempo. Meno apoidei (il gruppo che contiene api e bombi, ad esempio) portano ad un maggior costo dei prodotti alimentari come frutta e verdura nonchè alla perdita di una grossa fetta della biodiversità a livello degli insetti. Inoltre questi animali sono essenziali per le piante perché con il trasporto dei pollini sono responsabili direttamente della loro riproduzione. ApeAll’origine di questa decimazione globale si pensa che ci possano esser diverse motivazioni:  nuovi parassiti, l’inquinamento delle aree metropolitane, le onde elettromagnetiche dei cellulari e altro ancora.

Proprio per cercare di capire cosa realmente ha provocato tutto ciò (nei soli Stati Uniti le stime parlano della scomparsa di un terzo di questi preziosi animali), in Piemonte sta per partire un piccolo progetto di ricerca, chiamato “Nidi d’ape”, della durata di tre anni che vedrà coinvolti i ragazzi della 3° A e B del corso Biologico dell’ITI Cobianchi di Verbania, l’Ente Parchi e Riserve del Lago Maggiore ed il laboratorio Cereria Nord di Verbania. L’idea di fondo è cercare di capire cosa possa aver causato questo fenomeno valutando come la biodiversità di questi animali sia cambiata nel tempo attraverso una serie di censimenti delle specie presenti.

Il progetto “Nidi d’ape”  prevede la deposizione nel mese di Marzo di alcuni nidi in determinate aree della provincia del V.C.O. Questi saranno controllati ad intervalli regolari fino a Settembre/ Ottobre rilevando così quali specie di apoidei li abbia colonizzati. Il tutto sarà ripetuto anche nel 2010. Alla fine del progetto si dovrebbero così poter fare una stima delle popolazioni di questi preziosi animali ed il loro stato di salute nell’area del V.C.O. nonchè ipotizzare quali cause possano aver provocato questa forte moria.

Una mutazione blocca AIDS novembre 18, 2008

Posted by Marco in medicina.
Tags: , , , , , , ,
add a comment

impiegata in Germania una rara mutazione che chiude la porta al virus HIV

15/11/08 – Il virus dell’HIV ha trovato uno stop. Dalla Germania arriva una importante scoperta che potrebbe esser la risposta definitiva alle speranze dei milioni di ammalati di AIDS nel mondo. Il professor Gero HütterGero Hutter, della Charité Medical University di Berlino, con un trapianto di midollo spinale per contrastare una forma di leucemia di un paziente affetto anche da AIDS, è riuscito a bloccare lo sviluppo di entrambe le malattie.

Circa un decennio fa venne alla luce che, a seguito di una rarissima mutazione ereditata da ambo i genitori, alcuni individui erano praticamente immuni al virus dell’HIV. Si scoprì che questa mutazione impedisce ad una piccola molecola, la CCR5, di apparire sulla superficie delle cellule chiudendo praticamente la “porta in faccia” al virus che, non potendo entrare nelle cellule, non si può riprodurre.

L'azione della molecola CCR5

Memore di questo, Hütter ha cercato un donatore di midollo spinale che avesse questa mutazione (esiste solo nell’1% della popolazione europea). Ne ha poi trapiantato il midollo spinale in un 42 enne americano ammalato di AIDS e di leucemia con lo scopo di bloccare le due malattie.

Sono oramai passati due anni dall’operazione ed il paziente, oltre che esser guarito dalla leucemia, non ha più virus HIV nel suo sangue. Tutto questo nonostante abbia sospeso totalmente la terapia con i farmaci retrovirali (sono prescritti di solito ai sieropositivi per rallentare il propagarsi del virus). È perciò tecnicamente guarito.

AIDS nel mondo

Tuttavia è difficile che questa sia la risposta alla malattia simbolo del XXI° secolo, difatti, causa il numero ridottissimo di donatori e l’alta pericolosità dell’intervento, le probabilità di ripetere l’operazione a livello globale sono praticamente zero. Resta però che il successo dell’esperimento è un’ottima notizia perché conferma che intervenire sulla CCR5 è la giusta via e che le numerose ricerche in corso stanno andando nella giusta direzione.

Il virus dell'HIV

“esiste però un grosso problema di fondo: intervenire sulla CCR5 da buoni risultati ma può spingere il virus ad evolvere sfruttando un’altra molecola la CXCR4 per entrare nella cellula. Si è già provato ad intervenire anche su questa molecola su embrioni di cavia ma il tasso di mortalità è troppo elevato” dice Edward Berger dell’Istituto Nazionale della Salute di Bethesda nel Maryland che nei tardi anni ’90 scoprì la relazione tra HIV e CCR5.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.